Multiculturalità - Ho il sangue mezzo italiano - Unimondo.org

 
 
Continuano i nostri incontri con gli immigrati. Vi presentiamo Cesare Augusto, 44 anni, di origine ecuadoriana. S’è ritrovato a vivere in Europa un po’ per caso. Regolarizzato nel 2002 ha rinunciato al ricongiungimento famigliare. Il suo spirito è quello di un girovago, sempre pronto a cambiare e ad affrontare nuove sfide.

Ci racconti la tua storia? “Sono in Italia da ben otto anni, in seguito a una offerta di lavoro. Appena arrivato in questa città alpina non conoscevo nessuno, ma poi, piano, piano, ho incontrato altri miei connazionali; numerosi sono gli amici brasiliani, argentini, colombiani e delle nazioni provenienti dai Caraibi. È come se qui ci fosse una America in miniatura, ed è stata una sorpresa per me.

Quasi tutte le persone ecuadoriane che ho incontrato nel vostro paese, così come me, hanno varcato i confini senza i dovuti permessi di soggiorno; ma poi, in seguito alla sanatoria del 2002 siamo stati regolarizzati. Questo e la pratica del ricongiungimento famigliare ha permesso ad alcuni di noi di far arrivare le proprie mogli o mariti e i propri figli dall’Ecuador. La mia famiglia, invece, è rimasta nel mio paese. Lì ho una moglie e due figli: un maschio di 24 anni, che prenderà la laurea in ingegneria a breve, e una figlia, che frequenta pure lei la facoltà di ingegneria, ma con un altro indirizzo.

Una curiosità: mio nonno era siciliano, della provincia di Catania ed è da qui che deriva il mio cognome. Egli è poi andato in Ecuador ed è pure morto lì. Si è trasferito alla ricerca del lavoro, poi ha sposato una ecuadoriana, mia nonna, e dalla loro unione è nato mio padre. La cosa bella è che così nelle mie vene scorre da una parte il sangue europeo e dall’altra il sangue indigeno: due origini in un solo corpo e questo dovrebbe insegnarci come tutti noi siamo uguali ed esista un solo mondo.

Mio padre è morto che io ero ancora un ragazzino, lasciando me, i miei tre fratelli e mia madre a tirare avanti da soli. Per questo ho iniziato a lavorare all’età di 14 anni: ho fatto un sacco di mestieri e questo mi ha permesso di accumulando un sacco di esperienza. Nonostante questo impegno non ho abbandonato la scuola, ho frequentato i corsi serali. È stata dura, ma ho imparato tanto e comunque tutto questo mi è servito; e quando mi sono laureato in Venezuela in materie legate al settore dell’arredamento ero felicissimo ed è stata la più grande soddisfazione della mia vita perché ce l’avevo fatta. È questo che devo insegnare ai miei figli: a impegnarsi e a non mollare mai.”

E ora? “Benché io sia laureato e abbia molta esperienza nel settore dell’arredamento sono momentaneamente disoccupato; d’altra parte la crisi economica si è fatta sentire anche tra di noi. Prima lavoravo a Bolzano come arredatore per una ditta, ma il mio datore di lavoro, a seguito di alcuni problemi, è stato costretto a licenziare i suoi dipendenti.

Quindi ora sono entrato in mobilità e sono impegnato alla ricerca di nuove possibilità lavorative, magari all’estero. Infatti, devi sapere, che io mi sento un girovago e prima di arrivare in Italia ho girato un po’ l’Europa. Ho messo il piede per la prima volta in Italia 11 anni fa, ma prima sono stato un anno in Francia e un po’ in Svizzera. Poi desideravo andare in Inghilterra ma non avevo i permessi necessari e quindi mi sono fatto ospitare da una nipote che si era trasferita a Roma.

Per questo, oggi, avendo molto tempo, mi sto dedicando completamente all’organizzazione di un torneo di calcio con il contributo della Comunità Ecuadoriana. Abbiamo iniziato sei anni fa, organizzando un primo torneo tra tutte le nazioni dell’America Latina; è stato un modo divertente per conoscerci e per stare assieme.

Quest’anni giocheremo a Piedicastello e l’inaugurazione del torneo si terrà il 28 aprile, ma informeremo le autorità e scriveremo un invito sul giornale locale cosicché tutte le perone, immigrate e non, ne siano a conoscenza. Saranno presenti non solo le squadre del Sud America, ma anche dell’Africa, dell’Asia e dell’Est Europa e per questo ora il torneo si chiama “Mundialito de Trento”.

È stato il dottor Pacher, sindaco di Trento tre anni fa, ha consigliato di coinvolgere anche le altre associazioni di immigrati in questa iniziativa e noi non ci abbiamo pensato due volte. Abbiamo così inviato gli inviti a tutti e chi ha voluto aderire all’iniziativa a potuto. Per questo quest’anno, oltre all’Ecuador, al Perù, alla Bolivia, al Cile, che ora sta passando un brutto periodo a causa del terremoto, al Brasile, all’Argentina e ad alcuni paesi caraibici, sono iscritti al torneo anche il Senegal, la Costa d’Avorio, il Marocco, la Moldavia, la Romania, l’Albania, la Croazia e tanti altri.

Chiaramente organizzare iniziative di questo genere richiede molto tempo ed energia, ma noi lo facciamo volentieri. È un modo per tenerci impegnati, per far conoscere anche la nostra realtà e per far vedere al mondo che anche noi immigrati siamo capaci di organizzarci. L’unico problema è costituito dai soldi e per questo ci auguriamo che dal prossimo anno la Provincia o il Comune ci diano una mano dal punto di vista finanziario. Ora come ora, tutte le spese ricadono sulle nostre associazioni che sono costrette a pagare l’affitto del campo, le spese per l’arbitro ed altro ancora.

L’estate noi ci troviamo anche per giocare a una sorta di pallavolo che è praticata solo in Ecuador. Si gioca solo 3 contro 3 ed è molto divertente. Organizziamo dei veri e propri tornei tra di noi e così tutti i sabati e le domeniche nella bella stagione sappiamo cosa fare. È anche questo un modo per stare assieme, divertirci e far festa.”

Ma qual’è stata la ragione reale che l’ha portata in Europa? “Quando sono arrivato in Europa la prima volta non era nei miei progetti fermarmi a lungo. Sono andato in Francia per partecipare al Salone del mobile di Parigi e era mia intenzione girare un po’ gli altri stati per curiosare e indagare il modo di lavorare degli europei nel settore dell’arredamento. Volevo apprendere nuove tecniche, scovare nuove tecnologie e poi importarle nel mio paese. Poi il destino ha voluto che mi fosse offerto un lavoro e così ho pensato: “Quale miglior occasione per conoscere queste tecniche!”. E così mi sono fermato più a lungo del previsto.”

Com’è ora la situazione in Ecuador? E cosa le manca di più del suo paese? “Sono stato in Ecuador l’ultima volta a dicembre, per le vacanze di Natale, e per come sembra a me, la situazione economica del mio paese sta migliorando. Penso che questo sia dovuto anche al fatto che numerosi miei connazionali sono emigrati o in Europa o negli Stati Uniti e inviano soldi alle proprie famiglie rimaste in patria, migliorando così il loro potere d’acquisto.

Invece quello che mi manca del mio paese è chiaramente la famiglia, i parenti e gli amici ma grazie al telefono e alle nuove tecnologie riusciamo a sentirci tutte le settimane. Inoltre, ogni due anni cerco di far ritorno nel mio paese per far loro visita. Ma a mancarmi sono anche i gusti della mia terra: io adoro gli spaghetti, le lasagne, ma il cibo che abbiamo noi è più vario ed è diverso. La nostra carne non c’è in nessuna altra parte del mondo e la varietà di pesce è enorme.

Anche lo spirito di festa, tipico del mio popolo, talvolta mi manca. La fiesta è parte della nostra cultura e mai deve mancare cibo, liquore e ballo. Anche quest’ultimo ce lo abbiamo nel sangue, è un richiamo più forte di noi ed è per questo che mai un sudamericano rimarrà senza ballare. Anche qui in Italia comunque mi diverto, mi trovo con i miei amici e facciamo festa fino alle cinque del mattino, magari in una baita isolata dove non diamo fastidio a nessuno.”

Come si trova in Italia? “Non posso dire di trovarmi male, anzi, direi il contrario. E poi sono stato molto fortunato in questa città: ho trovato lavoro il secondo giorno che mi ero trasferito. Inoltre, io sono cittadino italiano, ma ora si sta procedendo a livello giuridico affinché anche i cittadini del Ecuador abbiano la doppia cittadinanza, ma ci sarà ancora da aspettare. La cosa assurda, infatti, è che io, avendo ormai perso la mia cittadinanza, quando vado nel mio paese posso starci solo tre mesi. Devo poi varcare il confine per riottenere un nuovo visto turistico.”

E il futuro? “Non so cosa mi riserverà il futuro, forse lascerò il vostro paese per fare una esperienza di lavoro in Inghilterra. Ho già ricevuto una interessante offerta nel settore dell’arredamento dall’EURES, ma dovrò imparare bene l’inglese se voglio lavorare lì. La responsabile dell’agenzia in Inghilterra mi ha detto che cercano proprio una persona come me, con le mie conoscenze e esperienze, che sappia fare il tappezziere di divani e tende, ma anche altre cose.

In fondo ho pensato: “Quando lavoro non devo mica parlare e poi la lingua la imparerò quando sarò lì!”. Tuttavia a breve dovrò pure inviare il mio curriculum tradotto, ma io non so una parola della loro lingua e per questo attualmente mi stanno dando una mano alcuni operatori della villa S. Ignazio. Sono molto legato all’Italia, ormai e la mia seconda patria, ma spero comunque di andare in Inghilterra perché è l’occasione per imparare altre cose nuove.

Sono fatto così e quando mi metto in testa una cosa mi impegno con tutte le mie forze per ottenerla. Comunque a breve mi impegnerò su un altro fronte: quello di insegnare la tradizione, la storia e la lingua del nostro paese a tutti i bambini ecuadoriani che vivono sul territorio provinciale. Mi ha contattato la comunità della Valle Rendeva per questo lavoro saltuario e credo che sarà una buona esperienza perché oltre che tenermi occupato, sarà molto interessante.

Bisogna insegnare, non bisogna dimenticare e anche la storia di conquista che abbiamo subito, pur non essendo una bella storia, va raccontata, nel modo giusto. Mio padre mi ha sempre insegnato che bisogna dire la verità, mai la menzogna. Solo dicendo la verità la tua strada sarà dritta, altrimenti si inizia a deviare.”

Una filosofia di vita? “La cosa importante è ridere. È una terapia per tutti noi sudamericani, è un modo per liberarci delle energie negative. Bisogna essere sempre propositivi e positivi e non bisogna mai abbandonarsi allo sconforto. Io ho perso il lavoro, sono ora disoccupato, ma cerco di non deprimermi e essere speranzoso. Qualcosa arriverà, bisogno stare tranquilli e avere fiducia. È per questo che vedi sempre i sudamericani felici, pronti a sorridere e fare festa; è così deve essere.”

Veronica De Pedri in collaborazione con Aesse

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