Donne - Anna Politkovskaja

ubblicato da admin il 10/07/10 • pubblicato in Informazione

di Marco Stefano Vitiello - tratto da: gli italiani

L’Italia è sconvolta dal selvaggio omicidio di una quindicenne e tutti i media sono invasi e travolti da notizie vere, da supposizioni perverse, da opinioni bislacche.

“E’ la stampa, bellezza, la stampa. E tu non puoi farci niente”!” direbbe qualcuno citando una celebre frase de “L’ultima minaccia”, il film che per lungo tempo è stato simbolo della libertà di stampa.

Non è così e molte voci critiche si sono levate per contestare l’immonda inutile morbosa invadenza che in questi giorni traboccava nell’etere e sulla carta stampata.

C’è altro da segnalare oggi, e riguarda proprio il mondo dell’informazione, quella che non si compiace narcisisticamente, quella che, ogni giorno, mette in gioco la propria esistenza per  documentare e portare alla luce orribili realtà poco note.

Cinque anni fa, a Mosca, veniva brutalmente assassinata Anna Politkovskaja la giornalista russa, molto conosciuta per il suo impegno sul fronte dei diritti umani, per i suoi reportage dalla Cecenia e per la sua dura e concreta opposizione al Presidente della Federazione Russa Vladimir Putin.

Nei suoi articoli per Novaja Gazeta, quotidiano russo di ispirazione liberale, la Politkovskaja condannava apertamente l’Esercito e il Governo russo per lo scarso rispetto dimostrato dei diritti civili e dello stato di diritto, sia in Russia che in Cecenia.

La sua morte, da molti considerata un omicidio operato da un killer a contratto, produsse, all’epoca del fatto, una notevole mobilitazione in Russia e nel mondo, affinché le circostanze dell’omicidio venissero al più presto chiarite.

Anna Politkovskaja era nata il 16 settembre 1958 con il nome di Anna Mazepa a New York, figlia di due diplomatici sovietici di nazionalità ucraina di stanza presso l’ONU. Aveva studiato giornalismo all’Università di Mosca, dove si era laureata nel 1980 con una tesi sulla poetessa Marina Cvetaeva.

La sua carriera era iniziata nel 1982 al famoso giornale moscovita Izvestija, che lascerà nel 1993. Dal 1994 al 1999, lavorò come cronista, come responsabile della Sezione Emergenze/Incidenti e come assistente del direttore Egor Jakovlev alla Obščaja Gazeta, oltre a collaborare con altre radio e TV libere. Nel 1998, si recò per la prima volta in Cecenia come inviata della Obščaja Gazeta, per intervistare Aslan Maskhadov, all’epoca neo-eletto Presidente di Cecenia.

A partire dal giugno 1999 fino alla fine dei suoi giorni, lavorò per la Novaja Gazeta e nello stesso periodo, pubblicò alcuni libri fortemente critici su Vladimir Putin, sulla conduzione della guerra in Cecenia, Daghestan ed Inguscezia.

Venne spesso minacciata di morte per il suo impegno e nel 2001 fu costretta a fuggire a Vienna in seguito a ripetute minacce ricevute via e-mail da Sergei Lapin, un ufficiale dell’OMON (la polizia dipendente direttamente dal ministero degli Interni con emanazioni nelle varie repubbliche russe) da lei accusato di crimini contro la popolazione civile in Cecenia. Lapin venne arrestato per un breve periodo e poi rilasciato nel 2002. Il processo riprese nel 2003 per concludersi, dopo numerose interruzioni, nel 2005 con una condanna per l’ex-poliziotto per abusi e maltrattamenti aggravati su un civile ceceno e per falsificazione di documenti.

Proprio in Cecenia la Politkovskaja si recava molto spesso, sostenendo le famiglie delle vittime civili, visitando ospedali e campi profughi, intervistando sia militari russi che civili ceceni. Nelle sue pubblicazioni, non risparmiava critiche violente sull’operato delle forze russe in Cecenia, sui numerosi e documentati abusi commessi sulla popolazione civile e sui silenzi e le presunte connivenze degli ultimi due Primi Ministri ceceni, Ahmad Kadyrov e suo figlio Ramsan, entrambi sostenuti da Mosca.

Nel 2003 pubblicò il suo terzo libro, A Small Corner of Hell: Dispatches From Chechnya (tradotto in Italia con il titolo Cecenia, il disonore russo), in cui denunciava la guerra brutale in corso in Cecenia, in cui migliaia di cittadini innocenti venivano torturati, rapiti o uccisi dalle autorità federali russe o dalle forze cecene. Durante la stesura del libro, la Politkovskaja si era avvalsa delle testimonianze anche di militari russi e della protezione di alcuni ufficiali durante i mesi più duri della guerra.

Nel settembre 2004, mentre si stava recando a Beslan durante la crisi degli ostaggi, venne improvvisamente colpita da un malore e perse conoscenza. L’aereo fu costretto a tornare indietro per permettere un suo immediato ricovero per quello che si suppone fosse stato un tentativo di avvelenamento.

Nel dicembre 2005, durante una conferenza di Reporter Senza Frontiere a Vienna sulla libertà di stampa denunciò: “Certe volte, le persone pagano con la vita il fatto di dire ad alta voce ciò che pensano. Infatti, una persona può perfino essere uccisa semplicemente per avermi dato una informazione. Non sono la sola ad essere in pericolo e ho esempi che lo possono provare.”

E in un saggio, pubblicato postumo nel 2007, Anna Politkovskaja scriveva: “Sono una reietta. È questo il risultato principale del mio lavoro di giornalista in Cecenia e della pubblicazione all’estero dei miei libri sulla vita in Russia e sul conflitto ceceno. A Mosca non mi invitano alle conferenze stampa né alle iniziative in cui è prevista la partecipazione di funzionari del Cremlino: gli organizzatori non vogliono essere sospettati di avere delle simpatie per me. Eppure tutti i più alti funzionari accettano d’incontrarmi quando sto scrivendo un articolo o sto conducendo un’indagine. Ma lo fanno di nascosto, in posti dove non possono essere visti, all’aria aperta, in piazza o in luoghi segreti che raggiungiamo seguendo strade diverse, quasi fossimo delle spie. Sono felici di parlare con me. Mi danno informazioni, chiedono il mio parere e mi raccontano cosa succede ai vertici. Ma sempre in segreto. È una situazione a cui non ti abitui, ma impari a conviverci”.

Nello stesso saggio dice di non considerarsi “un magistrato inquirente”, ma piuttosto “una persona che descrive quello che succede a chi non può vederlo”, dal momento che in Russia “i servizi trasmessi in tv e gli articoli pubblicati sulla maggior parte dei giornali sono quasi tutti di stampo ideologico”.

Anna Politkovskaja venne ritrovata morta il 7 ottobre 2006 nell’ascensore del suo palazzo a Mosca. La polizia rinvenne una pistola Makarov PM e quattro bossoli accanto al cadavere. Uno dei proiettili aveva colpito la giornalista alla testa.

L’8 ottobre, la polizia russa sequestrò il computer di Politkovskaja e tutto il materiale dell’inchiesta che la giornalista stava compiendo. Il 9 ottobre, l’editore della Novaja Gazeta Dmitry Muratov affermò che Anna Politkovskaja stava per pubblicare, proprio il giorno in cui era stata uccisa, un lungo articolo sulle torture commesse dalle forze di sicurezza cecene legate al Primo Ministro Ramsan Kadyrov. Muratov aggiunse che mancavano anche due fotografie all’appello. Gli appunti non ancora sequestrati furono pubblicati il 9 ottobre stesso, sulla Novaja Gazeta.

I funerali si svolsero il 10 ottobre presso il cimitero Troekurovskij di Mosca. Più di mille persone parteciparono alla cerimonia funebre, ma nessun rappresentante del governo russo era presente.

Mai come oggi la lezione di Anna Politkovskaja è pertinente e da diffondere, soprattutto in un ambiente troppo spesso distratto dalle lusinghe della popolarità.

Di lei, del suo coraggio, della sua lezione, il filosofo e saggista francese André Glucksmann, conosciuto per il suo sostegno alla causa cecena, ha detto “Sensibile al dolore degli oppressi, incorruttibile, glaciale di fronte alle nostre compromissioni, Anna è stata, ed è ancora, un modello di riferimento. Ben oltre i riconoscimenti, i quattrini, la carriera: la sua era sete di verità, e fuoco indomabile”.