Congo: denuncia shock

A Bukavu oggi migliaia di congolesi protestano contro le violenze sessuali dei gruppi armati: secondo l’Onu 15mila solo nel 2009.

bukavu breakingsilence No allo stupro come arma di guerra. Le donne del Congo in piazza

Una protesta pacifica ma forte quella che oggi ha riunito migliaia di donne congolesi scese in piazza a Bukavu, localita’ nell’est della Repubblica democratica del Congo (Rdc, ex Zaire), per un corteo di denuncia degli stupri compiuti nella regione dove gruppi armati sono ancora attivi e fuori controllo.Il corteo è il culmine di una serie di iniziative che hanno previsto convegni e dibattiti e chiude la settimana di sensibilizzazione  organizzata dal movimento femminista internazionale Mmf (Marcia mondiale delle donne) su pace, smilitarizzazione, violenza sulle donne, lavoro e autonomia economica delle donne.

Nonostante le difficoltà la partecipazione e’ stata enorme, a centinaia ragazze e madri di famiglia sono arrivate dal Sud Kivu, la piu’ tormentata regione del Congo di cui Bukavu e’ capoluogo e della quale i governativi di Kinshasa ancora non riescono a prendere il totale controllo, lasciando la popolazione civile esposta ai peggiori soprusi e violenze. In testa al corteo c’era Olive Lembe Kabila, moglie dell’attuale presidente congolese Joseph Kabila. Striscioni e cartelli sono stati innalzati dalla moltitudine colorata con scritte come ‘No allo stupro come arma di guerra’, ‘No al terrorismo sessuale’, ‘Io denuncio e dico no’, ‘Potere alle donne e alle ragazze’.

‘Venire qui era importante – ha detto Miriam Nobre, responsabile della marcia ed esponente della Mmf - perche’ la violenza contro le donne e’ usata in modo sistematico come arma di guerra … Sono anni che cerchiamo di farci sentire e oggi abbiamo l’impressione che finalmente la comunita’ internazionale cominci a interessarsi veramente ai nostri problemi … Bisogna combattere contro l’impunita’, bisogna che gli autori degli stupri siano condannati. Solo cio’ permettera’ alle donne violentate di riottenere la loro dignita’ ‘. Secondo un rapporto delle Nazioni Unite, solo nel 2009 e solo nell’est del Congo, piu’ di 15.000 donne sono state stuprate da uomini appartenenti a milizie ribelli ma anche da soldati dell’esercito regolare.

(Ansa)

 
 
 
 
pubblicata da AFRICAN VOICES sabato 9 ottobre 2010
 

La denuncia choc arriva dalle Nazioni Unite, dove il vicecapo del peacekeeping, Atul Khare, inviato nel Congo per indagare sulle violenze ai danni di donne e bambine, ha ammesso che le azioni dei caschi blu sono fallite.

Cinquecento donne sono state stuprate da ribelli hutu e miliziani mai-mai tra luglio e agosto, nell’est della Repubblica democratica del Congo. La denuncia arriva dal vicecapo del peacekeeping, Atul Khare, inviato nel Paese africano per indagare, che ha ammesso: “Le azioni della nostra missione di caschi blu, Monusco, sono state insufficienti, e la conseguenza sono state brutalità inaccettabili contro gli abitanti della regione. Dobbiamo fare meglio“. Sottolineando che la protezione dei civili spetta alla Repubblica Democratica del Congo, Khare ha però aggiunto: “Detto questo, anche noi abbiamo sbagliato“.

A DUE PASSI DAI CASCHI BLU - Il 23 Agosto, l’agenzia internazionale di stampa, Associated Press, diffonde una notizia sconcertante: almeno 200 donne e quattro bambini sono stati violentati e stuprati da un gruppo etnico paramilitare attivo tra Congo e Ruanda. La tragedia è avvenuta nei pressi della città di Luvungi, al confine col Ruanda, appunto. Il tutto è paradossalmente avvenuto a pochi chilometri di distanza da una base del corpo di pace dell’ONU per Congo e Ruanda. Da allora il numero delle vittime delle violenze e’ salito a 250, ma nelle ultime ore Atul Khare ha riferito al Consiglio di Sicurezza che nel frattempo almeno altre 257 persone sono state stuprate in altri villaggi del Nord Kivu e del Sud Kivu: tra queste, 21 tra bambine e ragazze dai 7 ai 21 anni e sei uomini.

FRUGAVANO NELLE VAGINE - Al Palazzo di vetro sono arrivate anche alcune terribili testimonianze, attraverso la responsabile speciale dell’Onu per la prevenzione delle violenze contro le donne, Margaret Wallstrom: nel villaggio di Kibua, ha riferito che i miliziani hanno cercato oro nascosto frugando anche nella vagina delle vittime, mentre il villaggio veniva circondato in modo che nessuna potesse scappare. Nel piccolo villaggio di Luvungi, 2160 anime nel cuore della foresta del territorio di Walikale (Nord Kivu), l’incubo si e’ consumato in una sola notte, il 30 luglio: tutte le donne presenti, 284, tra cui anche bambine e anziane, sono state stuprate da gruppi formati da due a sette uomini, spesso davanti ai loro figli, mentre gli uomini del villaggio venivano catturati o erano in fuga. “Mi hanno portato dietro la casa, mi hanno spogliata e stesa per terra – ha raccontato all’agenzia Afp Anna Burano, 80 anni - mi sono detta: è finita, è la mia morte”. La donna, la piu’ anziana di Luvungi, è stata violentata da quattro uomini: “Il sangue mi colava dappertutto, hanno anche preso un machete per tagliuzzarmi la mano tra l’indice e il pollice”. Secondo le testimonianze, i ribelli, per lo più membri delle Forze democratiche di liberazione del Ruanda (Fdlr), erano arrivati in 350, e il 3 agosto hanno lasciato Luvungi senza incontrare il minimo ostacolo.

INTERESSI STRATEGICI DELL’ONU? -Finalmente anche l’Onu si è accorta di una situazione che noi, come missionari e come Chiesa, denunciamo da tempo. Mi chiedo però se non vi siano interessi strategici e politici per pubblicare questo rapporto proprio adesso“. Così un missionario da Bukavu, capoluogo del Sud Kivu (nell’est della Repubblica Democratica del Congo), commenta all’agenzia Fides la relazione al Consiglio di Sicurezza di Atul Khare, sottosegretario Onu per le missioni di pace. “Non so – prosegue il missionario che non vuole essere identificato – se esiste una relazione tra questo improvviso risveglio dell’Onu nel denunciare la situazione umanitaria nell’area, e il dibattito in corso da mesi sul ritiro della missione delle Nazioni Unite in Congo, che non è molto ben vista dalla popolazione locale, perche’ considerata una copertura per interessi stranieri“. ”E’ però vero che gli stessi parlamentari del Sud Kivu hanno chiesto di non ritirare subito le truppe perche’ verrebbe meno l’unico, pur se inefficiente, baluardo contro violenze peggiori“, aggiunge. “Noto inoltre – conclude il missionarioche nel rapporto dell’Onu si denunciano soprattutto le violenze delle Fdlr e dei Mai-Mai, ma non quelle commesse dagli altri gruppi armati presenti nel territorio, compresi gli stessi Caschi Blu”.

di Teresa Scherillo (makia)

NADiRinforma (anno 2006 – prime elezioni democratiche RDC) incontra alcune donne congolesi che raccontano le brutalità cui la guerra, che da anni insanguina le loro terre, le ha sottoposte. Una guerra infinita che tutt'oggi miete vittime e terrore in uno dei Paesi più ricchi dell'Africa e forse del Pianeta.
"Vedevamo atterrare gli elicotteri nella foresta ... caricavano diamanti ... scaricavano armi... elicotteri sui quali si poteva chiaramente leggere una grande scritta: -UN-".
L'incontro rappresentò e rappresenta una grande emozione e non saremo mai troppo grati a queste coraggiose donne che hanno voluto regalarci un'importante testimonianza destinata a risvegliare le nostre coscienze. La “chiacchierata” è proposta integralmente, salvo le presentazione e tutto ciò che in qualche modo possa identificare le protagoniste e gli stessi italiani presenti all'incontro per ovvie ragioni di sicurezza, in quanto a tutt'oggi in Congo la situazione è tutt'altro che scevra di pericoli
Vista la drammaticità degli argomenti espressi si consiglia la visione ad un pubblico adulto.

>>>Guarda la seconda parte

Reportage esclusivo di «Io Donna» dallo Stato africano dove si combatte da dieci anni

vittime di stupro sostenute dall’associazione Ifrade. «Sono ormai inutile» ci dice Janette Mapengo, la seconda da sinistra (foto Alfredo Falvo)

Bukavu (Congo): vittime di stupro sostenute dall’associazione Ifrade. «Sono ormai inutile» ci dice Janette Mapengo, la seconda da sinistra (foto Alfredo Falvo)

«Devo proteggermi» sussurra l’uomo in camice bianco. «Ho imparato a essere insensibile per poter curare pazienti che perdono urina e materia fecale dopo che lo stupro di gruppo le ha lacerate. Donne torturate con bastoni, coltelli, baionette esplose dentro i loro corpi rimasti senza vagina, vescica, retto. Ragazze alle quali devo dire: mademoiselle, lei non ha più un apparato genitale, non diventerà mai una donna». Dieci anni fa, una giovane violentata a cento metri da qui si è trascinata da lui. Da allora, nel suo ospedale Panzi a Bukavu, il ginecologo Denis Mukwege ha operato 25 mila vittime di stupri efferati e ne ha medicato altrettante nei villaggi, condannato a leggere nei loro corpi gli scempi di questo cruciale lembo d’Africa, l’est della Repubblica Democratica del Congo.

Si combatte dal 1998 nel Nord e nel Sud del Kivu, fuori dalle città di Goma e Bukavu, sulle rive di un lago beffardamente incantevole a ridosso della frontiera con il Ruanda. Cinque milioni di morti dal ’98 al 2002, nel conflitto più sanguinoso del globo dopo la seconda guerra mondiale. Poi i ribelli impazziti, i villaggi cancellati, la missione dell’Onu Monuc – la più imponente, con 17 mila caschi blu – capace solo di contare i morti dopo battaglie sbrigativamente attribuite a faide etniche e che invece mirano al controllo di immense e maledette ricchezze minerarie: oro, tantalio, diamanti. Lo stupro, qui, è l’arma affilata di una guerra che da tempo ha perduto la linea del fronte. La strategia primordiale di tutte le sigle paramilitari che annidano plotoni assassini nel cuore di tenebra della foresta equatoriale. Stuprano i ribelli del Cndp del generale Nkunda, appena messo fuori gioco dai suoi storici alleati ruandesi, e forse – mentre scriviamo – già ammazzato o spedito in un esilio dorato. Stuprano le milizie della Fdlr, gli hutu responsabili del genocidio ruandese del ’94 fuggiti in Congo. Stuprano i Mai Mai, combattenti filogovernativi, allucinati da riti tribali. E stupra l’esercito regolare.

Nei corpi e nelle parole di queste donne lo scempio vissuto. Nella foto sopra Alfonsine Naombi, 27 anni, nel campo per sfollati di Buhimba (foto Alfredo Falvo)

Nei corpi e nelle parole di queste donne lo scempio vissuto. Nella foto sopra Alfonsine Naombi, 27 anni, nel campo per sfollati di Buhimba (foto Alfredo Falvo)

Violenza sistematica, compiuta davanti a figli e mariti: annientare le donne è un metodo veloce e sicuro per riuscire a mutilare intere comunità, spaccandole in un’invincibile vergogna. Il presidente congolese Joseph Kabila ha appena autorizzato l’esercito ruandese a entrare in Congo per sgominare gli hutu della Fdlr, come promessa di pace per il Kivu, ma la sua gente non si aspetta che altri morti, altri inferni. «Perché chiamare qui i ruandesi a risolvere un loro problema? » si chiede Mathilde Muhindo, che si è dimessa dal Parlamento disgustata dall’immobilismo di Kinshasa e da sempre assiste le vittime di stupro nel Centro Olame della diocesi di Bukavu. «Perché il governo è sceso a patti con Bosco Ntaganda, l’antagonista di Nkunda, ricercato dalla Corte dell’Aja per crimini contro l’umanità? È triste che nella nostra terra chiunque sia autorizzato a fare ciò che vuole, esattamente come i militari sul corpo delle donne».

Corpi sfioriti come quello di Elise Mukumbila, maschera di rughe e livore: nelle credenze tribali, forzare un’anziana porta ricchezza, così i Mai Mai hanno abusato di Elise per mesi, nella foresta a nord di Goma, lasciandole l’Hiv. La incontro a Goma, nel piccolo centro di Univie Sida, associazione locale che convince le donne sieropositive del fatto che la vita può, deve continuare. E corpi di bambine come Valentine, orfana dodicenne, perché violare una vergine rende immortali. Lei ha perso la parola dopo i ripetuti stupri di gruppo, ha la gonna fradicia di urina per una fistola mai curata: la sorella maggiore vuole nascondere la tragedia agli altri sfollati nel campo di Buhimba, poco lontano da Goma, dicendo a tutti che il sorriso vuoto della bimba non è che una pazzia senza nome. A Bukavu Janette Mapengo, 31 anni, mi si avvicina zoppicando. Gli otto hutu che l’hanno violentata nella sua capanna costringevano il marito a guardare, per poi seccarlo con una pallottola in fronte ed esplodere su Janette altri tre colpi, appena lei ha osato urlare.

Solange, 18 anni, con David nato dalla violenza, nel campo per sfollati di Mukunga (foto Alfredo Falvo)

Solange, 18 anni, con David nato dalla violenza, nel campo per sfollati di Mukunga (foto Alfredo Falvo)

Alza la gonna scolorita mostrando l’arto di plastica: all’ospedale Panzi le è stata amputata la gamba destra maciullata dagli spari. Janette piange piano: «Sono inutile». Françoise Mukeina ha 43 anni, undici figli, occhi color miele: «Cento hutu ci hanno prese in otto dal villaggio, a Shabunda, tenendoci schiave nella foresta per due anni, nutrite con gli avanzi, violentate a turno ogni giorno, marchiate col fuoco. Quando mi hanno mandato a fare legna sono fuggita. Ho dolori che non finiscono mai ma ringrazio Dio: io sono viva, le altre no». Solo nel Sud Kivu, da gennaio a settembre 2008, l’agenzia dell’Onu Unfpa ha censito 11.600 donne che hanno chiesto cure dopo la violenza carnale: per il 95 per cento di loro, gli autori erano miliziani. Nel Nord Kivu si stimano 30 mila vittime di stupro dal 98, ma quelle che tacciono per vergogna sarebbero molte di più.

«È un femminicidio: gli stupri aumentano, sembrano contagiosi» esplode Fanny Mukendi di Action Aid, organizzazione internazionale che tra Bukavu e Goma finanzia i gruppi locali più attivi nel ricomporre i brandelli di esistenza di queste donne. «Sono povere, sfollate dopo gli attacchi dei ribelli: la violenza è il colpo di grazia. Hanno bisogno di un sostegno psicologico e di entrate economiche: con noi fabbricano sapone, panieri, preparano dolci da vendere al mercato. Nulla di spettacolare, ma le aiuta ad accettarsi di nuovo». A Goma, Action Aid ha fondato un movimento femminile che a novembre, durante l’assedio di Nkunda, ha riempito lo stadio al grido “stop aux viols”. E per Fanny, «ogni donna del mondo dovrebbe essere solidale con loro». Pensava soprattutto all’est del Congo, l’Onu, quando l’anno scorso si è decisa a inserire lo stupro di guerra tra i crimini contro l’umanità, perseguibile dai tribunali internazionali.

Dativa Twisenge, 22 anni, aggredita due volte (foto Alfredo Falvo)

Dativa Twisenge, 22 anni, aggredita due volte (foto Alfredo Falvo)

Ma per ora, qui, domina l’impunità: «Con i militari si può solo segnalare l’esercito di appartenenza» spiega Julienne Mushagaluja, avvocatessa del gruppo Afejuco a Bukavu, che raccoglie testimonianze di vittime in vista di un appuntamento importante: «Sta per arrivare un inviato della Corte dell’Aja» rivela. «Dovrà capire se esistono prove sufficienti a denunciare per stupro i signori della guerra». Delle 58 condanne eseguite a Bukavu nel 2008 (su 353 denunce), solo 9 riguardavano militari, ma rispondevano anche di altri delitti. «Se a soffrire fossero gli uomini e non le donne» dice sommesso il dottor Mukwege «la comunità internazionale avrebbe già trovato una soluzione». Nel campo di Buhimba, durante il consueto acquazzone pomeridiano, siedo in una capanna buia sopra la terra nera del vulcano Nyiragongo, con un gruppo di donne e i loro neonati. I figli della violenza. In Congo l’aborto è illegale, per quello clandestino ci vogliono soldi, e non è il caso di Dativa Twisenge, 22 anni, scheletrica, bella, che disprezza il suo piccolo Oliver: «Che me ne faccio? Voglio solo morire. Due stupri sono troppi» mi gela. «Due anni fa in casa mia, a Masisi, con mia madre: a lei hanno spezzato le gambe. L’anno scorso qui vicino: tre militari del governo mi montavano come una cagna e intanto mi bastonavano la schiena: non ho fatto che urlare “uccidetemi!”». Agnès è un raggio di luce: 33 anni, sei figli, l’ultimo nato dallo stupro. Rapita vicino al campo con altre nove, legata e bendata dall’alba al tramonto, gettata tra i banani come spazzatura. Non riesco a non chiederle cosa prova per questo neonato paffuto, che per sempre le ricorderà la tortura. Lei sgrana gli occhi allungati: «Devi capire, è il mio bambino. L’ho chiamato Chance affinché, almeno lui, abbia la fortuna di conoscere un mondo migliore».

Emanuela Zuccalà
06 febbraio 2009

Visita al Panzi Hospital di Bukavu - Sud Kivu, Congo
 

 

 
 
 
 
NADiRinforma: abbiamo visitato il Panzi Hospital di Bukavu ove si sta svolgendo un progetto di cura e reinserimento delle donne che hanno subito violenza e vorremmo ringraziare per l'opportunità che ci è stata offerta: le Chef de Bureau di Bukavu dell'UNICEF Matteo FRONTINI (www.unicef.org), il Dott. MUKWEGHE, responsabile del progetto, che ci ha accolto e la Sig.ra VIVINE, infermiera professionale operativa nel progetto, che ci ha accompagnato nella visita e ci ha raccontato la storia del suo paese attraverso le donne ospiti del Panzi. Un ringraziamento particolare lo vorremmo porgere alle DONNE ospiti che ci hanno dimostrato come, pur avendo vissuto l'inferno, si possa continuare a credere e a lottare per potere avere una vita migliore, ci hanno ridato la speranza e di questo non saremo loro mai abbastanza grati. N.A.Di.R. ringrazia le Associazioni "Beati i Costruttori di Pace" (www.beati.org) e "Chiama l'Africa" (www.chiamafrica.it), organizzatori per l'Italia dell'operazione di Osservazione Internazionale, che ci hanno permesso di allargare il panorama informativo e di dare la possibilità di mostrare realtà dimenticate ai nostri Pazienti e a tutti coloro che sentono il bisogno di conoscere per sentirsi liberi di scegliere

 

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