Documentari - Bologna-Bosnia

11-07-2011 - tratto da Domani
 
 
L'ex comandante militare serbo bosniaco tra il 1992 e il 1995 si macchiò di crimini atroci per i quali è stato incriminato dal Tribunale penale internazionale. Il presidente della Repubblica serba Boris Tadic: "Ora si aprono le porte dell'Ue" >>> segue
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

Il massacro di Srebrenica fu un genocidio e crimine di guerra, consistito nel massacro di migliaia di musulmani bosniaci nel luglio 1995 da parte delle truppe serbo-bosniache guidate dal generale Ratko Mladić nella zona protetta di Srebrenica che si trovava al momento sotto la tutela delle Nazioni Unite.

È considerato uno dei più sanguinosi stermini avvenuti in Europa dai tempi della seconda guerra mondiale: secondo fonti ufficiali, le vittime del massacro furono 8.372, sebbene alcune associazioni per gli scomparsi e le famiglie delle vittime affermino che furono oltre 10.000. Al momento (marzo 2010), grazie al test del DNA, sono state identificate solo 6.414 vittime,[6] mentre migliaia di altre salme esumate dalle fosse comuni attendono ancora di essere identificate.

I terribili fatti avvenuti a Srebrenica in quei giorni sono considerati tra i più orribili e controversi della storia europea recente e diedero una svolta decisiva al successivo andamento della guerra in Jugoslavia. Il Tribunale penale internazionale per l'ex-Jugoslavia (ICTY) istituito presso le Nazioni Unite ha accusato, alla luce dei fatti di Srebrenica, Mladić e altri ufficiali serbi di diversi crimini di guerra tra cui il genocidio, la persecuzione e la deportazione. Gran parte di coloro cui è stata attribuita la principale responsabilità della strage, siano essi militari o uomini politici, è tuttora latitante. Ratko Mladić, invece, è stato arrestato il 26 maggio 2011, dopo 16 anni di latitanza.

Un video che mostra l'"evidenza dei fatti" fu trovato in possesso di Nataša Kandić, un'abitante del luogo, e ritrasmesso dai media e utilizzato come prova nel processo contro Slobodan Milošević alla corte Internazionale dell'Aja.

Il 31 marzo 2010 il parlamento della Serbia ha approvato dopo quasi 13 ore di discussione una risoluzione in cui condanna il massacro (senza definirlo genocidio) e chiede scusa per le vittime >>> segue

Bologna - Bosnia (sos)ta vietata

Inverno 2010. Serata piovosa. Partiamo dalla Conad di via Larga dopo aver caricato su due furgoni i generi alimentari che la direzione del supermercato ha voluto donare a Vilmo Ferri e alla Regione Emilia-Romagna per i bambini bosniaci.

Ci mettiamo in marcia. Piove ininterrotamente tutta la notte fino alla Croazia. Da qui prosegue il viaggio oltre le frontiere dei territori dell'ex Yugoslavia.
"Grazie all'aiuto di tanti questo furgone portera' felicita' ai bambini del futuro..."

Produzione NADiRinforma

Progetto: AUSER VOLONTARIATO EMILIA ROMAGNA
"PROGETTO VILMO"
per informazioni: +39 3358077760
potete contribuire al progetto con bonifico bancario
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VIAGGIO IN BOSNIA

Scoprire dal vivo che cosa sia la multiculturalità
e quali siano i suoi terribili anticorpi

“Quando, all’inizio della guerra del 1992-1995, mi hanno chiesto cosa temessi di più, non ho avuto dubbi. Ciò che più m’inquietava, spiegai, era che la logica delle differenze etniche e religiose, creata ad arte dai dirigenti serbo-bosniaci per giustificare e fondare l’aggressione contro la Bosnia Herzegovina, venisse accolta anche dagli altri grandi gruppi nazionali, quello cattolico e quello musulmano. Purtroppo, è andata così. In questo modo si è diffusa la menzogna che in Bosnia non possiamo vivere più insieme a causa delle nostre differenze nazionali, culturali e religiose. Per convincere tutti, hanno diffuso l’intolleranza in tutte le sfere della vita, anche nelle scuole. Ma da sempre qui convivere è una condizione per poter vivere”.

Monsignor Pero Sudar è sereno, sorridente, anche quando affronta i passi più drammatici di un conflitto che, durante tre anni e mezzo, ha provocato la morte di un numero ancora imprecisato di esseri umani, probabilmente circa 250.000. Fuori dalla sede vescovile di Kaptol, a due passi dalla Cattedrale cattolica, piove e fa freddo ma il portone del civico 7 è sempre aperto, come lo è stato durante la guerra. In un salottino di velluto rosso, monsignor Sudar – vescovo ausiliare di Sarajevo, promotore delle scuole cattoliche multietniche e presidente della Commissione giustizia e pace della Bosnia – racconta una verità che ormai condividono in molti. Una verità che parla di aggressione militare organizzata da Belgrado e Pale – la località a una ventina di chilometri da Sarajevo dove aveva sede l’auto-proclamato governo serbo-bosniaco di Radovan Karadžić – e di guerra fondata sulla creazione ad arte di un odio tra gruppi etnici che da secoli convivono e si mescolano, tanto che ancora oggi circa il 40 per cento delle famiglie bosniache sono “miste”.

La guerra ha lasciato in Bosnia solo le macerie di quella che molti ammiravano come l’unica vera realtà multiculturale europea, nata dall’incontro e non di rado anche dallo scontro di culture diverse, ma che nel corso dei secoli avevano dato vita a una preziosa osmosi oltre che a una lingua, una cultura, persino una cucina comuni. Con qualche sfumatura, certo.

Oggi l’unico record rimasto alla Bosnia è quello dell’assedio più lungo della storia bellica europea a una città – Sarajevo – mentre il Paese continua a vivere le conseguenze più tragiche del conflitto, drammatico esempio di guerra dimenticata. Lo “stipendificio” della cooperazione internazionale ha abbandonato presto il Paese e a lavorare sono rimasti in pochi, i migliori. I venti di guerra portavano in Kosovo, poi in Afghanistan, ora in Iraq. Domani, chissà. La Bosnia è tornata a essere solo un puntino abitato da 4 milioni d’anime (con più di un milione di profughi sparsi in 143 Paesi) nella remota periferia continentale, ancora oggi contesa da forze che la vorrebbero smembrare.

A pagare le conseguenze sono soprattutto i civili, come di consueto, mentre circa 18.000 criminali di guerra – tra i quali i responsabili del genocidio di Srebrenica, l’ex generale Ratko Mladić e l’ex presidente della ex “auto-proclamata” Repubblica Serba di Bosnia (Rs, oggi riconosciuta dagli accordi di Dayton), Radovan Karadžić – girano liberi e impuniti nel Paese, continuando a vessare e terrorizzare le loro vittime di un tempo. Dalla fine del conflitto, il tasso di disoccupazione è rimasto più o meno stabile al 50% della popolazione attiva; uno stipendio medio si attesta sui 200 euro al mese  e può capitare che la donna delle pulizie di un’agenzia internazionale guadagni più di un insegnante con trent’anni d’anzianità professionale ma, al contempo, nelle grandi città – Sarajevo, Mostar, meno a Tuzla – il costo della vita è cresciuto a causa della presenza degli stranieri, civili e militari, che con gli alti stipendi hanno provocato l’aumento dell’inflazione.

Più di 6.000 persone, inoltre, vivono ancora in campi profughi o “d’accoglienza” solo nella provincia di Tuzla e intanto i bambini di ieri sono diventati genitori oggi, ma non hanno casa, lavoro, assistenza medica (garantita solo a chi ha un’occupazione), speranze per il futuro. Anche il fenomeno della violenza familiare è aumentato a dismisura e sempre più sono le donne che devono recarsi a chiedere aiuto all’esterno. Non alle autorità, che non hanno saputo riattivare i servizi sanitari a un livello accettabile. Le associazioni umanitarie locali devono allora sobbarcarsi il grosso del peso dei problemi psicologici derivanti da tre anni e mezzo di conflitto e da un dopoguerra in cui ben poco è stato fatto per curare i traumi subiti sia dai combattenti sia dai civili. L’associazione “Medica”, a Zenica, diretta dalla candidata (nel 2005) al Premio Nobel per la Pace, Marijana Seniak, e “Tuzlanska Amika”, a Tuzla, presieduta da Irfanka Pašagić, vincitrice del Premio Alexander Langer, sono due delle realtà più note e attive nel Paese.

L’associazione diretta da Marijana Seniak, in particolare, si occupa delle donne vittime del cosiddetto stupro etnico, una delle aberrazioni della guerra di Bosnia. Ha spiegato, in una fredda giornata di pioggia frammista a neve, nel suo miniscolo studio di Zenica, un centinaio di chilometri a ovest di Sarajevo: “Le conseguenze per le vittime sono divisibili in tre grandi gruppi. Alcune soffrono di disordini del sonno, della memoria e della concentrazione, di stati di tensione continui, reazioni aggressive o esplosive, perché le persone rivivono continuamente i pericoli del passato e vivono costantemente in una condizione d’allarme. Il secondo gruppo di sintomi sono quelli ‘intrusivi’, che si concretizzano nel ricordo ossessivo dell’evento traumatico: le vittime rivivono gli eventi attraverso incubi notturni. Infine, abbiamo persone affette da sintomi di fuga: in questo caso le vittime di traumi rifuggono nuovi contatti, qualsiasi nuova attività, non riescono a progettare il loro futuro, non vedono nulla di positivo; inoltre, evitano di tornare nei luoghi oggetto della loro esperienza traumatica e, in definitiva, restringono la loro vita. Inoltre, tutte le vittime di abusi sessuali hanno una visione disturbata del loro corpo: non lo amano e anzi spesso lo accusano di averle tradite o di essere stato la causa della violenza subita. Spesso si lavano ossessivamente e ripetutamente e sviluppano sintomi di paura; le donne stuprate spesso hanno paura degli uomini con la barba, delle uniformi, del buio. Molte di loro sono ancora oggi incapaci di avviare relazioni affettive più strette e intense con uomini”. In migliaia, durante il conflitto, hanno subito questo destino. In poche lo hanno denunciato. La vergogna è più grande, in un Paese in cui nessuno ti aiuta.

Irfanka Pašagić, invece, si occupa soprattutto di bambini e lo fa anche grazie all’aiuto di centinaia di famiglie italiane che hanno adottato a distanza – in particolare attraverso piccole e serissime associazioni come “MacondoTre” di La Spezia e “Adottando” di Bologna – bambini poveri od orfani di Srebrenica e Tuzla. È impossibile recarsi a Tuzla, in qualsiasi mese dell’anno, e non trovare italiani in visita presso l’associazione. Tra loro, Vilmo Ferri è una vera istituzione. Una volta al mese prende il furgone e porta aiuti d’ogni genere. Può trattarsi di poltrone dentistiche, strumenti musicali, sedie a rotelle per le vittime delle mine anti-persona o biciclette, ma Vilmo non manca mai, come nelle 200 volte precedenti, il suo appuntamento. “Vado lì appena posso per dare un contributo a fermare una delle tante guerre. Perché la guerra non è ancora finita e continua nella vita di tutti i giorni. Comunque, sai qual è il problema principale? Che tutti abbiamo la patacca del Wwf sulla macchina, ma nessuno pianta un albero. Io invece anni fa ho deciso che voglio piantare il mio, e lo sto facendo”. Questo è il poeta Vilmo Ferri. Sono queste le persone che fanno la differenza in Bosnia, oggi; non i governi assenti o gli “stipendifici” internazionali.

“Fin dall’inizio del nostro lavoro – spiega la dottoressa Pašagić, l’unica neuropsichiatra attiva in Bosnia – ci siamo concentrati sulle famiglie, che sono state devastate durante la guerra. Tutti i componenti di ogni famiglia sono rimasti traumatizzati e i servizi sociali sono andati distrutti. Queste persone, in pratica, sono state lasciate a se stesse, prive di qualsiasi assistenza o sostegno”. Adottare un bambino a distanza e donargli 30 euro al mese significa, in definita, farsi carico di un’intera famiglia. Può sembrare incredibile, ma a meno di due ore d’aereo dall’Italia c’è chi, in Europa, vive con un euro al giorno. Oggi circa 800 famiglie od orfani bosniaci ricevono aiuto dall’estero attraverso “Tuzlanska”. “L’aspetto più bello del progetto – precisa Irfanka – è che non si tratta solo di fornire aiuto materiale ai bambini ma di creare un contatto tra i minori e i loro donatori. Parecchi italiani vengono a trovare i ‘loro’ bambini qui, e molti bambini vengono in Italia per soggiorni con i donatori. È importantissimo che questi ultimi sappiano e vogliano trasmettere a un bambino quello che una famiglia traumatizzata non può e non sa più dare. Prima di tutto, dunque, emozioni sincere”.

Di bambini, da anni, si occupa anche la chiesa cattolica bosniaca. Visitare l’orfanotrofio cattolico Casa d’Egitto, a Bjelave, su una delle colline di Sarajevo, apre il cuore. La direttrice è suor Maria Admirata Lučić, ancella del Bambin Gesù. Difficile incontrare nella vita una donna che emani più serenità. “La nostra casa aiuta sia i bambini rimasti senza genitori sia tutti quei piccoli che vivono situazioni di difficoltà”, spiega. E racconta il perché del nome, “Casa d’Egitto”: “Lo dobbiamo al nostro fondatore, l’austriaco Josip Stadler, il primo arcivescovo della Bosnia Herzegovina, che fondando la casa ha detto alle suore: ‘Non chiamiamo questa luogo orfanotrofio, perché a nessun bambino piace vivere in un orfanotrofio. Chiamiamola Egitto, perché anche Gesù una volta era stato in difficoltà e si è rifugiato in Egitto, e lì ha trovato quello che gli serviva per la crescita’. E così, questo è diventato il motto della nostra casa”. Qui si svolgono diversi tipi d’attività, ma prima che suor Admirata possa illustrarle un gruppetto di bambini fa irruzione nella stanza in cui parliamo, corre ad abbracciare la “suora-nonna”, a baciarla. Lei è al settimo cielo: “Ogni volta che tornano da scuola fanno così” spiega raggiante. La casa d’Egitto aiuta tanti bambini: “In 32 sono residenti, divisi in ‘famiglie’, come le chiamiamo; si tratta d’unità in cui vivono bambini grandi e piccoli, create per assomigliare il più possibile alle famiglie naturali, così che tra loro possano aiutarsi vicendevolmente. Così 8 o 9 bambini vivono con una suora educatrice che fa da mamma. Ecco, questa è per noi la prima e più importante attività. Poi abbiamo una seconda missione, l’aiuto alle famiglie con molti bambini o in difficoltà: in questo caso, accogliamo i piccoli, una quarantina, durante la giornata. Poi abbiamo le famiglie che vengono a cercare aiuti particolari: denaro per acquistare libri scolastici o per pagare il biglietto del bus per portare ogni giorno i figli a scuola; infine, abbiamo bambini con malattie croniche, bisognosi per tutta la vita di medicine”.

Visitiamo una delle “famiglie”. Le piccole case sono nuovissime, le pareti imbiancate di fresco, in terra parquet e tappeti; giocattoli ovunque. E bambini sorridenti, con quegli occhi limpidi, luminosi, che solo i bambini sereni possono avere. “Questa casa vogliamo che sia un segno dell’amore di Cristo verso l’uomo che soffre, in particolare i bambini. Non importa come si chiamino. I bambini che vivono nella nostra casa provengono da diverse situazioni, da coppie miste come da famiglie musulmane o ortodosse. Nonostante il credo religioso, tutti coloro che sono in difficoltà soffrono nello stesso modo. Questa apertura crediamo sia molto importante perché non è solo un aiuto fisico o psicologico, ma un servizio di testimonianza, di cui a Sarajevo c’è bisogno”.

Non tutti la pensano così. Purtroppo. Durante e dopo la guerra molte istituzioni religiose hanno negato aiuto agli “altri”. Polemiche hanno toccato anche la componente cattolica, che comunque molto ha fatto. Ma ci sono persone che raccontano ancora oggi come abbiano dovuto aderire a questa o quella religione per avere aiuti alimentari, durante il conflitto. I difetti delle gerarchie religiose non devono però investire le persone comuni, credenti o laiche, che hanno aiutato e sostengono chiunque, indipendentemente dal cognome e dalla fede professata. I piccoli “eroi” di tutti i giorni, come Marijana Seniak e Irfanka Pašagić.

Ciò nonostante, in Bosnia il virus introdotto brutalmente dagli estremisti serbo-bosniaci e serbi durante la guerra è attecchito e ha trovato il giusto humus. Sempre più arrivano fondi dall’estero per innalzare “cattedrali” nel deserto della povertà. Nella Mostar ancora divisa in due, croci cattoliche sfidano in altezza i minareti, in una corsa esteriore, assurda e immotivata verso il cielo. A Sarajevo nascono chiese cattoliche e ortodosse ma soprattutto nuove moschee, sebbene vada tenuto presente che durante la guerra centinaia di luoghi di culto, in particolare musulmani, siano stati rasi al suolo, e che quelli distrutti nella Repubblica serba di Bosnia (una delle due Entità – l’altra è la Federazione di Bosnia Herzegovina, a maggioranza musulmana e cattolica – in cui gli accordi di Dayton hanno diviso il Paese nel 1995 e alle quali successivamente si è aggiunto il distretto autonomo di Brcko), se non ortodossi non sono stati ancora ricostruiti. Anzi, ci sono casi estremi come quello della vecchia Fata, a Srebrenica, che rientrata a casa sua dopo aver dovuto lasciare da profuga la città, si è ritrovata con una chiesetta ortodossa edificata sul suo terreno. E quando ha chiesto che l’edificio fosse rimosso, perché abusivo e in quanto sotto quella terra vorrebbe riposare in pace un giorno lei, ormai ottantenne, si è vista denunciare per “istigazione all’odio” e ora è sotto processo nella Rs.

Al contempo, è vero che nella capitale è sempre più facile osservare per strada donne avvolte in veli. Ma a tutto c’è una spiegazione. In parte di tratta di donne finite in sposa ai pochi praticanti radicali, alcuni dei quali stranieri, forse persino qualche ex mujaheddin venuto a combattere la sua “guerra santa”; in parte di tratta di donne che si sono avvicinate alla fede per disperazione avendo perso tutti i cari; oppure, infine, si tratta sempre più spesso di giovani che, non sapendo come mangiare, indossano il velo in cambio di denaro. Ma anche queste sono realtà ampiamente strumentalizzate dalla gerarchia musulmana, che molti considerano tutt’altro che aperta come invece vorrebbe spacciarsi.

La Bosnia, in definitiva, è una realtà troppo complicata da raccontare in poche righe e troppo difficile da capire in una vita, se non affrontandola con grande umiltà. Una volta l’ottima attrice Roberta Biagiarelli ha consigliato di “viaggiare la Bosnia”. Con una buona guida, probabilmente questo è il miglior augurio che si possa fare a chi ha a cuore scoprire che cosa sia la multiculturalità e quali siano i suoi terribili anticorpi.

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Srebrenica vuol dire “Città dell’argento”. In questa località della Bosnia nord-orientale 10.701 musulmani bosniaci sono trucidati dalle forze ultranazionaliste serbo-bosniache e dai paramilitari serbi tra l’11 e il 21 luglio 1995, dopo che la città, assediata per tre anni e mezzo (la guerra in Bosnia si è svolta dal 1992 al 1995), il 10 luglio era caduta. Srebrenica era stata proclamata enclave dell’Onu nel marzo 1993, in virtù della risoluzione 819. Per fare sì che la risoluzione fosse rispettata, il Consiglio di sicurezza inviò uno sparuto drappello di caschi blu: 300 soldati, dapprima canadesi, poi olandesi, che si segnalarono soprattutto per il disprezzo verso la  popolazione civile e per il mercato nero, tant’è vero che, l’11 luglio 1995, quando i serbo-bosniaci sferrarono l’attacco finale, neppure un colpo fu sparato dai soldati dell’Onu, che abbandonarono le loro posizioni, le armi, persino i cingolati e le uniformi per riparare nella loro base. Così, senza che la comunità internazionale muovesse un dito, 40.000 persone furono lasciate nelle mani delle forze serbo-bosniache e dei paramilitari, che tra l’11 e il 13 luglio separarono le donne e i bambini dagli uomini considerati in età militare (dai 12 ai 70 anni), deportando i primi e massacrando nel corso di una decina di giorni di sangue i secondi. Anche una parte delle donne, le più giovani, pagò con la vita, dopo aver subito lo stupro, sempre sotto gli occhi dei caschi blu. Gli esecutori dell’eccidio privarono le vittime dei documenti, bruciandoli, poi gettarono i musulmani, alcuni ancora vivi, nelle fosse comuni. Alla fine del conflitto, per nascondere le prove del genocidio, le fosse comuni sono state scoperchiate con le ruspe e i resti delle vittime trasportati, orribilmente mutilati, in fosse comuni “secondarie”, più piccole, o addirittura “terziarie”. In alcuni casi, i resti di una stessa persona sono stati ritrovati in tre o più fosse comuni, anche a più di 30 chilometri di distanza. Fosse comuni continuano a essere rinvenute. Il 19 aprile 2004 il Tribunale internazionale dell’Aja per l’ex Jugoslavia (Tpi) ha definito quello di Srebrenica “genocidio”, il primo in Europa dalla fine della seconda guerra mondiale. Il 26 febbraio 2007 la Corte internazionale di giustizia dell’Aja ha negato le responsabilità dirette della Serbia nel genocidio, asserendo che l’unica colpa di Belgrado fu non aver fatto il necessario per prevenirlo. La Corte ha anche negato i diritti al risarcimento per i famigliari delle vittime.

Luca Leone - Infinito Edizioni
13/06/2007

Luca Rosini presenta "Souvenir Srebrenica"

 

Luca Rosini presenta Souvenir Srebrenica - Cineteca Lumiere di Bologna Luca Rosini presenta Souvenir Srebrenica - Cineteca Lumiere di Bologna
NADiRinforma: la Cineteca di Bologna presenta in anteprima il film di Luca Rosini e Roberta Biagiarelli "Souvenir Srebrenica" . Il film è stato interamente girato a Srebrenica nel luglio del 2005. Le scene sono state ambientate nella fabbrica delle batterie di Potocari, ex base dei caschi blu dell'ONU, luogo dove si è consumata la pulizia etnica. È un film inchiesta sul genocidio bosniaco: Bosnia Erzegovina, 11 luglio 1995. Le truppe serbo-bosniache del generale Ratko Mladic espugnano Srebrenica, enclave musulmana tenuta sotto assedio per tre anni. Ne segue il più grave genocidio compiuto in Europa dopo la fine della seconda guerra mondiale: in pochi giorni più di 9000 uomini vengono trucidati e sepolti in fosse comuni.

Il film è stato finanziato da: Regione Emilia Romagna, Regione Marche, Tracce di Teatro d'Autore

Partners: Cineteca di Bologna. Comune di Polverigi, Amnesty International, ICS - Sarajevo, Arci - Marche

Realizzato da Arcoiris Bologna

Donne in Nero: Il genocidio di Srebrenica

Donne in Nero: Il genocidio di Srebrenica Donne in Nero: Il genocidio di Srebrenica

Dodici anni fa il genocidio di Srebrenica, le donne di srebrenica e le Donne in Nero di Belgrado, da una prospettiva di genere si confrontano con il passato e costruiscono un futuro basato sul riconoscimento della responsabilità, sulla verità, la giustizia e la riparazione .

Bologna 4 giugno 07
Il genocidio di Srebrenica è stato uno dei massacri più gravi che sia stato perpetrato in Europa, nel continente pacificato, a poche centinaia di chilometri dal nostro paese e sotto gli occhi distratti ma poi non tanto, dei militari olandesi che in rappresentanza dell'ONU dovevano difendere la popolazione di Srebrenica. Si dice che il generale olandese si congratulò con il generale Mladic per l'efficienza con cui le operazioni erano state condotte, una pulizia etnica condotta secondo un piano preciso in cui la quasi totalità della popolazione maschile venne uccisa nel giro di pochi giorni, le donne stuprate e in alcuni casi uccise; molte di loro non hanno avuto la forza di tornare, altre vivono ancora in campi profughi, quelle che sono tornate portano avanti un lavoro coraggioso di ricerca dei resti delle vittime, con l'aiuto di equipe di esperti che aiutano a condurre il processo di identificazione, altre lottano per il riconoscimento del genocidio di cui la Serbia di Milosevic è responsabile, lottano perché sia dato un nome e un volto agli scomparsi, perché sia riconosciuto uno status speciale a Srebrenica mentre l'ingerenza della Repubblica Srpska è ancora pesante e capita spesso di incontrare per strada alcuni dei massacratori. Sono ancora liberi di circolare e considerati in Serbia eroi insieme a tutti gli altri che hanno portato avanti questa sporca guerra. E' nato in questa realtà un rapporto particolare fra le Donne in Nero di Belgrado e le Donne di Srebrenica là organizzate in un'associazione, a partire dalla richiesta di perdono da parte delle donne di Belgrado per il dolore che è stato causato anche in loro nome in quanto serbe, una richiesta di perdono che ha significato schierarsi accanto a queste donne in solidarietà e sorellanza, assisterle nei processi che continuamente si svolgono sia all'Aja che a Belgrado presso i tribunali per i Diritti Umani, sostenere le loro lotte e cercare di far sì che non si continui soltanto a parlare in loro nome ma si agisca per dare loro più forza e possibilità di rendersi protagoniste del processo di superamento del ruolo di vittime da loro rifiutato, di ricerca di un senso per la loro vita, per la ricostruzione di relazioni sociali che siano basate su verità, giustizia e riparazione.

Di questo si è discusso nell'iniziativa del 4 giugno organizzata dalle Donne in Nero di Bologna con la presenza di Nura Begovic delle Donne di Srebrenica, di Stasa Zajovic e Jasmina Tesanovic delle Donne in Nero di Belgrado.

Realizzato da Arcoiris Bologna

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