Interviste NADiRinforma: Simona Torretta

NADiRinforma: Simona Torretta di "Un ponte per.." ci è venuta a trovare in associazione e il nostro gruppo di lettura (supervisionato dal Dott. Gianluca Gieri, dalla Dott. Carlotta Cristiani e dalla Dott. Luisa Barbieri) si è adoperato per intervistarla. L?esperienza diretta, la possibilità di interagire con i protagonisti per avviare e/o ampliare il processo di conoscenza sono gli strumenti essenziali volti alla conquista della libertà di pensiero.
Ringraziamo Simona per la disponibilità e la chiarezza che ci hanno permesso di rinnovare quello spirito critico orientato a crearci una visione il più possibile adesa al reale al di là di ogni tentativo di manipolazione mediatica tanto dannosa alla nostra salute quanto invasiva e devastante per il contesto sociale nel quale viviamo.
Visita il sito: www.mediconadir.it
Visita il sito: www.unponteper.it

NADiR - Incontro con Simona Torretta

L' intervista:

“Siamo in compagnia di Simona Torretta di “Un ponte per...”, Simona molto gentilmente ci è venuta a trovare in Associazione. Come ricorderete è divenuta particolarmente popolare in occasione del suo rapimento in Iraq.

Stasera abbiamo la possibilità di scambiare due chiacchiere con lei, quindi se volete fare qualche domanda, Simona è completamente a vostra disposizione.”

MOIRA: Ciao Simona sono Moira.

Ci parleresti dei progetti di Un ponte per.... in corso a tutt' oggi in Iraq?

SIMONA : Dal 2004 ad oggi l'associazione si è concentrata sul sostegno a quelle organizzazioni irachene che sono rimaste nel paese, quindi in Iraq e che lavorano sia per denunciare le violazioni che vengono commesse alla popolazione civile, sia per la costituzione di iniziative che vertono comunque verso una crescita ed una maggiore responsabilizzazione del ruolo della società civile irachena.

È vero che noi riceviamo dai media un'immagine dell' Iraq molto drammatica perché purtroppo ogni

giorno ci sono morti, ci sono violenze, ci sono situazioni che stanno frammentando, distruggendo la società civile, però c'è anche un' altra parte della popolazione irachena che lavora nella direzione contraria e che sta avviando, anche se in condizioni diciamo di insicurezza, di mancata stabilità, dei percorsi di solidarietà, di assistenza alle persone più deboli, alle categorie più vulnerabili e anche dei percorsi sulla non violenza. Ad esempio nel mese di giugno-luglio alcuni studenti delle università irachene hanno organizzato una settimana sulla non violenza, distribuendo una serie di volantini che denunciavano quelli che sono appunto i principi nella pratica della non violenza e li hanno distribuiti nei quartieri della capitale e in altre città del paese e soprattutto si sono riuniti tra loro per trovare assieme delle strategie comuni per combattere appunto questa violenza che è piuttosto invasiva.

Certamente sono iniziative al momento piuttosto individuali e poco visibili, però esistono ed è a queste persone che va appunto il nostro sostegno.

Quindi fondamentalmente noi ci stiamo occupando di questo poi, nel merito diciamo dei progetti veri e propri, in questo momento stiamo concentrando il nostro intervento nelle carceri irachene perché la situazione comunque dei detenuti è drammatica. Purtroppo con una crescita anche abbastanza repentina sono aumentati gli arresti di massa e quindi ci sono moltissime persone che vengono quotidianamente detenute senza saperne il motivo e poi si ritrovano a vivere in questi centri di detenzione, in queste carceri e a subire tutta una serie di maltrattamenti, di torture, di abusi.

Questa è una situazione molto grave perché poi queste persone una volta che escono fuori da queste condizioni, diciamo, di detenzione si trovano praticamente a ritornare in una società senza avere più il loro lavoro, ad avere perduto ogni forma di sussistenza economica che garantisce la sopravvivenza e molti di questi hanno talmente tanta rabbia che finiscono nei gruppi armati, quindi vanno ad aumentare le violenze nel paese.

MOIRA : nello specifico di cosa ti occupavi prima del rapimento?

SIMONA: durante tutto il periodo nel quale sono stata a Bagdad mi sono occupata di più cose, fondamentalmente avevo un ruolo di coordinamento, la mia posizione era quella di capo missione, quindi io ero la responsabile dell' ufficio di Un ponte per.... sia a Bagdad che a Bassora. Noi avevamo due uffici, uno a Bagdad, che è la capitale, e uno a Bassora, che è la città del sud dell'Iraq. In quel momento ci occupavamo di una serie di progetti che avevano a che fare sia con l'assistenza più immediata e diretta per la popolazione (interventi sanitari, interventi nelle scuole, negli ospedali pubblici), sia di progetti a lungo termine che avevano a che fare con la ricostruzione, la riabilitazione della biblioteca nazionale di Bagdad, quella appunto che fu saccheggiata e distrutta con l'arrivo dell'invasione straniera nell'aprile del 2003. Questo è stato un progetto molto interessante dove noi in realtà abbiamo dato maggiore contributo. Io nel passato mi sono occupata molto di progetti culturali interuniversitari per cui con l'associazione decidemmo di dare un contributo per risollevare una biblioteca che in realtà conteneva un patrimonio storico di importanza mondiale. Grazie alla collaborazione con il nuovo direttore, che è un giovane curdo che viveva in esilio ai tempi di Saddam e che poi è tornato in Iraq per contribuire alla ricostruzione del paese, abbiamo lavorato bene. Ovviamente tutta una serie di iniziative, di interventi che nel breve termine diedero importanti risultati, come la ricatalogazione di tutto il sistema librario che era stato appunto danneggiato, incendiato, e poi riuscimmo anche a dare lavoro a nuovo personale, a nuovi bibliotecari.

Questo è un progetto che è proseguito sia durante il nostro rapimento che dopo ed ancora oggi l'associazione sostiene questa ricostruzione, ossia la rivitalizzazione della biblioteca nazionale di Bagdad grazie, però va detto, al lavoro di più ai 200 bibliotecari e al direttore.

CINZIA : ciao Simona, sono Cinzia; cosa ti ha spinto nel 2003, nonostante il pericolo, a ritornare in Iraq?

SIMONA : parli della guerra?

Diciamo che questo era il mio lavoro. Io ero andata la prima volta in Iraq nel 1994, ma fu un'esperienza personale, legata ad un'iniziativa di un'associazione culturale di cui facevo parte allora, poi nel 1996 cominciò il mio impegno da volontaria con l'associazione “Un ponte per...” e nel 1998 ritornai appunto in Iraq per seguire un progetto di cooperazione interuniversitaria.

Quelli erano gli anni dell'embargo, anni molto duri per l'Iraq, gli anni del regime certamente di Saddam Hussein, ma c'erano anche le sanzioni economiche che avevano impoverito, portato al collasso economico nell'arco di qualche anno il paese. Sono stati anche anni che mi hanno permesso di conoscere la popolazione, di vivere in un contesto che per me era alquanto sereno al di là di tutte le problematiche che esistevano dentro, quindi poi ritornarci durante la guerra era stato, come dire, una scelta abbastanza naturale, una conseguenza diretta di un impegno che era cominciato già negli anni precedenti. Ci siamo chiesti comunque, ci siamo domandati più volte se valeva la pena di essere in Iraq in un momento così difficile, però ci siamo anche risposti che come associazione umanitaria e per il semplice fatto che noi eravamo anche nati come “Un ponte per… Bagdad” era alquanto naturale in quel momento trovarci accanto alla popolazione e per me è stata un'esperienza molto importante quello di trovarmi in Iraq durante i bombardamenti, a parte le difficoltà di assistere ad una guerra che è una situazione comunque molto brutta, molto difficile, molto pericolosa. C'era una grande partecipazione collettiva ad un problema che veniva dall'alto perché poi i bombardamenti anglo-americani erano molto forti, molto presenti di giorno e di notte, però fu importante perché in quell'occasione ebbi comunque la possibilità di sentirmi parte della storia. Mi sentivo parte di questa storia che stava cambiando e … vivere in Iraq prima, durante e dopo mi ha permesso anche di riuscire comunque a cogliere quei cambiamenti che nel paese stavano avvenendo e che probabilmente io riuscivo a cogliere maggiormente rispetto ad altri che erano arrivati successivamente, avendo acquisito la consapevolezza, la conoscenza di quello che stava avvenendo. Per me è stata una scelta abbastanza naturale, abbastanza spontanea che in un certo senso mi rendeva quasi privilegiata, perché ero una testimone diretta di quello che stava avvenendo e io volevo raccontarlo in prima persona.

Infatti oltre ad occuparci anche di interventi di assistenza negli ospedali, in quanto rifornivamo gli ospedali che durante la guerra non riuscivano ad avere le stesse forniture da parte del governo, contemporaneamente facevamo un'informazione sulle conseguenze della guerra nei confronti della popolazione irachena.

CINZIA: a proposito della gente, della popolazione irachena, secondo te come percepiva gli attacchi contro la coalizione?

SIMONA : diciamo che dall'inizio della prima invasione, chiamiamola così, ad oggi, sono cambiate molte cose. E' cambiato il contesto, la natura degli attacchi. Probabilmente oggi quello che prima era cominciato come una bugia è diventato una verità nel senso che oggi purtroppo l'Iraq è il centro del terrorismo.

Una realtà che prima però non esisteva in Iraq, non esisteva, anzi … tutto si poteva dire tranne che questo, perché Saddam, di fatto, era anche un leader non apprezzato dai leaders religiosi, in quanto visto come una figura troppo laica.

Il terrorismo però oggi c'è in Iraq, c'è in maniera molto forte, anzi oramai il terrorismo viene importato dall'Iraq.

I primi terroristi sono stati gli americani, questo non lo dico io, ma lo dicono tantissimi studiosi, giornalisti di fama internazionale, perché proprio gli americani sono stati i primi ad utilizzare armi di distruzione di massa, armi indiscriminate. Basti pensare a quello che hanno fatto contro una città come Falluja dove sono morte centinaia di persone, parlo di civili, che non hanno voluto nessuna guerra: civili incapaci di rispondere militarmente a un'offensiva di questo tipo.

Basti pensare a tutte le rappresaglie militari che hanno fatto gli americani.

Basti pensare alle torture a cominciare da Abu Ghraib in poi.

Abu Ghraib non è una realtà del passato, ma è ancora presente.

Loro sono stati i primi terroristi, poi, da lì, sono state finanziate, sostenute, tutte una serie di situazioni, di gruppi che tutt'ora vengono legittimate, basti pensare anche agli squadroni della morte.

Questa è una situazione che purtroppo non garantisce quella stabilità che sarebbe necessaria affinché il paese possa avere una possibilità di crescita e di ricostruzione.

ANNA : ciao Simona, io ti volevo fare una domanda sempre sul prima e sul dopo: come è cambiato, il diritto di famiglia prima e dopo Saddam?

SIMONA : magari su questo ti racconto una vicenda. Subito dopo l'arrivo degli americani e con l'instaurarsi della coalizione, l'autorità della coalizione provvisoria capeggiata da Paul Bremer, non so se ve lo ricordate, che si era insediata nel Paese dopo la caduta di Saddam, dopo un po' di tempo promulgò una serie di ordini, quasi degli editti, tra questi c'era anche quello destinato a cambiare la legge sulla famiglia.

La legge precedente era basata fondamentalmente sul diritto laico, per cui le donne, grazie anche a tutta una serie di interventi, iniziative, avevano raggiunto una certa equità anche salariale nei confronti dell' uomo.

Questa nuova legge avrebbe in qualche maniera cambiato la situazione, in quanto basata soprattutto sulla tradizione della legge islamica, cioè la Sharia.

Questo ordine, che era stato appunto promulgato da Bremer, scatenò le reazioni immediate di tantissime donne irachene che scesero in piazza, infatti ci fu una grandissima manifestazione a Bagdad.

Adesso purtroppo non ricordo bene la data, ma era intorno a maggio-giugno 2003 e grazie ai media internazionali (ai tempi ce ne erano molti in Iraq) devo dire venne portata a conoscenza. La forte capacità e il movimento della società civile irachena, come pure il ruolo femminile iracheno, cose che nel passato erano ampiamente sottostimate, ora assumevano significato. Questa mobilitazione riuscì ad impedire la riconferma di questa nuova legge ed infatti per un certo periodo Bremer la sospese.

Chiaramente poi ci sono state tutte un'altra serie di situazioni che purtroppo hanno messo anche in secondo piano la necessità di parlare anche di questo argomento perché oggi invece vediamo che la situazione delle donne è peggiorata perché continuamente minacciata da un'influenza sempre più forte dei gruppi fondamentalisti religiosi.

Stavo leggendo in questi giorni un rapporto delle U.N. sui diritti umani in Iraq e si faceva presente come siano aumentati i delitti d'onore che non prima non esistevano nel paese.

Molte donne avvocato che si occupano di queste situazioni vengono continuamente minacciate. Una di queste, purtroppo, è stata assassinata recentemente da un gruppo armato sconosciuto, che ha lasciato un biglietto sulla sua scrivania: "Questo è quello che accadrà a tutti coloro che si occuperanno di questioni che hanno a che fare con i nostri diritti, con i diritti islamici".

IVANA : Ciao Simona, sono Ivana. Mi risulta che voi di Un ponte per … avevate progettato di andare a Falluja ma a seguito del vostro rapimento, il progetto è decaduto. Può essere che questo vostro progetto abbia “disturbato” qualcuno?

SIMONA : il nostro rapimento è avvenuto nel settembre 2004, il 7 settembre 2004 per la precisione, quando stavano terminando le rappresaglie militari contro la città sciita di Najaf, più che di Falluja. L'offensiva vera e propria a Falluja, l'assedio militare americano c'è stato tra l'aprile e il maggio 2004 ed in quell'occasione noi abbiamo sostenuto una serie di interventi di emergenza per garantire alla popolazione soprattutto l'acqua potabile, quindi noi in settembre eravamo più impegnati nella situazione di Najaf. Non credo che ci siano delle relazioni importanti tra il nostro sequestro e l'assedio di Falluja. Le stesse modalità con cui è avvenuto il nostro rapimento non depongono a favore di questa ipotesi, in quanto non era ancora accaduto che stranieri venissero rapiti direttamente dalla propria casa e dal proprio ufficio.

Credo che rispetto a quello che è stato il lavoro per la nostra liberazione, il fatto che noi avessimo lavorato molto per garantire assistenza alla popolazione di Falluja abbia dato un contributo fondamentale per la nostra liberazione.

LUISA : secondo te è cambiato il vissuto della popolazione rispetto alla coalizione occidentale dal momento in cui sono arrivate le truppe occidentali ? Come la popolazione ha accolto e cosa è cambiato nel corso del tempo nel periodo nel quale sei stata in Iraq?

SIMONA : la percezione della popolazione rispetto alla coalizione … fin dall'inizio gli occupanti sono stati percepiti come occupanti e tali rimangono fino ad oggi. Erano gli stessi che avevano bombardato il paese e non dimentichiamoci che comunque i bombardamenti avevano distrutto materialmente un paese, in quanto si erano prodotti una serie di danni, erano rimaste uccise e ferite numerose persone.

Va anche detto che quelli erano gli stessi che avevano sostenuto un embargo per 12 anni e che avevano portato all'impoverimento della popolazione. Quindi nessuno aveva una garanzia che questi fossero venuti in qualche maniera per dei principi buoni per la popolazione irachena. Tutti erano consapevoli che l'interesse anglo-americano derivava da altre motivazioni e che oggi noi tutti sappiamo benissimo. Va detto chiaramente che nessuno pensava che questa guerra, questa occupazione, potesse assumere connotazioni così imponenti da ridurre al collasso il paese, tanto che oggi risulta quasi difficile pensare ad una sua ripresa, ad una riappacificazione in tempi brevi. Se guardiamo, poi, alle stime dichiarate dalla rivista scientifica "Lancet" che parla di più di 600.000 morti dall'inizio dell'invasione sino ad oggi, non possiamo rimanere indifferenti anche se sembrava che oramai ci fossimo assuefatti al bollettino quotidiano di guerra.

Forse dovremmo avviare una sorta di riflessione collettiva rispetto a quelli che sono stati i danni che la Comunità Internazionale ha commesso nei confronti di una popolazione per cominciare a pensare ad un risarcimento. Qualcuno un giorno dovrà pensare di risarcire questa popolazione di tutti i danni materiali e di vite umane che ha subito dall'inizio della guerra sino ad oggi.

LUISA : quindi tutto ciò che ci è stato mostrato dal sistema mediatico ufficiale non corrisponde al vero: l'acclamazione della folla all'entrata a Bagdad dei carri armati americani, la distruzione della statua di Saddam?

Simona : quello oggi si sa, è stato anche recentemente confermato che è stata una situazione montata, creata sul momento. Io questo lo dicevo fin d'allora, perché stavo lì e mi sono guardata questo teatrino. Fin dal primo momento ero un testimone, un piccolo testimone che non aveva nessun significato rispetto a quello che stava accadendo in quel momento. A ragion di dover di cronaca, recentemente è arrivata la conferma che quella fu una situazione creata

Luisa : credi comunque che sia giusto dirlo?

Simona : credo che vadano ripetute le cose sino alla nausea. Recentemente Condoleeza Rize ha detto: “In Iraq abbiamo fatto moltissimi errori, ma non nella strategia”, ma io dico che con questi “moltissimi errori” hanno perso la vita centinaia, migliaia di persone e quindi nessuno si può permettere di dichiarare una cosa del genere senza pensare che dietro a questa frase ci sono le persone. Le persone sono morte e questo per me rimane un qualcosa che mi fa stare male e che accende la mia rabbia.

Luisa : L'affermazione "esportiamo la democrazia" corrisponde a cosa secondo te?

Simona : sono gli stessi iracheni che dicono che non la vogliono questo tipo di democrazia. “Tenetevela, portatela a casa vostra, fatevi quello che vi pare ma non venite a casa nostra a parlare di democrazia”.

Luisa : ma è possibile esportarla la democrazia?

Simona : se vogliamo davvero entrare all'origine delle cose, sappiamo benissimo che questi sono, come dire, slogan che servono per giustificare una serie di manovre, di operazioni militari, ma che poi di fatto non dicono nulla, non vogliono dire assolutamente nulla. La democrazia è un processo che innanzitutto vede come principio base la partecipazione delle persone. Se tu fin dall'inizio entri in un paese, colonizzi un paese e ti crei una situazione per cui sei tu a comandare quel paese, ti costruisci una green zone (loro si sono costruiti una green zone – una zona verde) blindando un'intera zona dove la gente abitualmente circolava, per insediarsi e da lì comandare il Paese.

Non puoi arrivare e smantellare un esercito perché quell'esercito garantiva comunque la sicurezza nel Paese.

Non puoi arrivare e distruggere le istituzioni, abolire improvvisamente il Ministero dell'informazione e mandare a casa 3000 persone.

Non puoi arrivare a costruire delle carceri e torturarvi le persone. Le torture, come si legge dai rapporti di Human Rights Watch della CR internazionale, sono iniziate fin dal maggio del 2003, quindi un mese dopo il loro arrivo, quindi non dopo una fase di esasperazione generale.

Questo è un dato che in qualche maniera ci fa capire il sistema, la mentalità, l'arroganza, l'obbiettivo che è appunto quello di destrutturare il Paese, di indebolire una società perché poi la tortura, come fine ultimo, ha quello proprio di indebolire l'individuo, di umiliarlo davanti agli altri, davanti alla sua società.

Luisa : l'Iraq cosa rappresenta per il Medio Oriente a vantaggio dell'Occidente? La destabilizzazione dell'Iraq che cosa rappresenta per l'Occidente a livello di interessi economici, a livello di politica globale?

Simona : il controllo del petrolio, il mantenimento della stabilità del prezzo del petrolio, questo è chiaro.

Questa sorta di guerra civile a bassa densità fa comodo, fa comodo agli Stati Uniti, fa comodo a moltissime persone.

In questa maniera comunque si mantiene il controllo dei giacimenti petroliferi iracheni.

C'è il controllo delle basi militari e poi c'è una sorta di ricatto di sottofondo: la dipendenza, perché gli iracheni in questo momento hanno ancora bisogno degli americani per garantire la sicurezza del Paese in quanto non si fidano più dell'esercito iracheno che è ancora più corrotto degli stessi americani.

Crei una dipendenza e quindi tu ti garantisci la sopravvivenza, la continuità, la presenza tua sul territorio.

Luisa : una volta si chiamava colonialismo, adesso la chiamano guerra preventiva

Simona : sì, siamo sempre là. Il linguaggio poi si arricchisce di nuove cose, di nuove parole ma....

Luisa : tu hai lavorato con i bambini nell'ambito del progetto?

Era una curiosità nata oggi al gruppo di lettura . Si diceva appunto che visto che tu hai lavorato con i bambini iracheni, potresti fare un confronto tra il comportamento, i bisogni, le reazioni a determinate situazioni tra i bambini iracheni e quelli italiani?

Simona: questo probabilmente è la nota più dolente, perché quando parliamo di bambini abbiamo a che fare comunque con degli individui che non hanno la consapevolezza, che si ritrovano a vivere una situazione senza neanche saper il perché. L'ultima volta che sono stata ad Amman (vi racconto questo fatto che vi dà un po' la misura di quello che è la situazione infantile) sono venuta a contatto, ho conosciuto un caso molto drammatico di un bambino di Falluja che era quasi completamente sfigurato perché dal 2003 durante appunto i bombardamenti, un missile aveva colpito dei barili di benzina che si usavano nelle vicinanze della sua casa e lui è rimasto completamente investito dal fuoco. Lui oggi è completamente deturpato.

Ha 11 anni, questo è successo 3 anni fa. Per lui sono 3 anni che praticamente la sua vita è ferma perché si vergogna ad andare a scuola, si vergogna ad uscire di casa. L'unica attività che svolge fuori casa è andare in bicicletta. Vive a Ramadi che è nelle vicinanze di Falluja e che è stata recentemente bombardata e ancora continua ad essere oggetto di numerosi attacchi da parte delle forze della coalizione straniera.

Di bambini come lui, feriti dalle numerose bombe delle guerre ce ne sono tantissimi, ma la cosa più grave è che in Iraq o nella capitale irachena oggi non ci sono le strutture ospedaliere adeguate per affrontare questo tipo di problema e la maggiore parte dei medici sono scappati dal paese perché ultimamente sono stati soggetti a numerose persecuzioni, uccisioni extragiudiziarie. Viene a mancare quella risposta medica che permette in qualche maniera di risolvere problemi di questo tipo.

Per non parlare poi del fatto che oggi i bambini sono anche soggetti a rapimenti per estorsioni e quindi molte famiglie non se la sentono di mandarli a scuola perché temono che poi finiscono vittime di un attentato, di un rapimento o di qualche altra vicenda sgradevole. La generazione e dell'embargo e di questa ultima guerra è completamente compromessa e questo è un danno gravissimo.

Luisa : quindi la situazione della sanità è a pezzi?

Simona : la situazione della sanità è gravissima e questo è denunciato anche dall'OMS, dalla UNICEF stessa. Purtroppo c'è un problema anche di accesso perché per molte aree è diventato anche difficile uscire di casa. Recentemente il Governo iracheno aveva dichiarato 3 giorni di coprifuoco sia di giorno che di notte. Quindi si crea un problema di accesso in quanto i malati, i feriti o comunque le persone non riescono ad arrivare nei luoghi di cura. C'è un problema di accesso molto forte.

Luisa : però gli ospedali funzionano, i farmaci ci sono, le attrezzature pure?

Simona : sì funzionano. C'era già una situazione di emergenza, questi sono problemi cronici che purtroppo sono peggiorati nel corso di questi anni e però va detto che mentre in Iraq magari mancavano i farmaci, c'erano dei medici favolosi. Tra gli anni 1970-1980 c'era stato un grande investimento nella cultura, nell'istruzione e molte persone, anche dai Paesi Arabi, venivano in Iraq per studiare. Veniva riconosciuto all'Iraq questa grande capacità culturale, però adesso molti medici hanno lasciato il Paese perché ci sono continue minacce e persecuzioni nei loro confronti.

Non solo nei confronti dei medici, ma nei confronti di tutta la classe intellettuale. Tutta questa classe è stata praticamente messa in gioco, in discussione.

Tapha : torno un po' indietro. Sei stata in Iraq molto prima della guerra, nel 1998 e nel 1994 se ho capito bene. Secondo te l'aria di tensione, di una guerra civile tra sciiti e sunniti si respirava a quei tempi?

Simona : allora c'erano altri tipi di problemi. Probabilmente bisognerebbe tornare molto indietro con la storia per capire rifacendoci ai primi anni del secolo scorso quando i britannici ridisegnarono la mappa politica della zona suddividendo la Mesopotamia. Queste popolazioni di etnia diversa si sono ritrovate a vivere dentro uno stesso stato, malgrado questo emergeva un forte nazionalismo arabo. La popolazione era mista, la maggiore parte dei matrimoni erano misti tra sciiti e sunniti e lo sono tutt'ora. Io conosco molte famiglie miste. Mi dicono:

"Cosa dovrei fare? Dovrei ammazzare mia moglie?" Per cui il problema dell'identità non era un problema sentito, non era neanche un problema. Prima di tutto gli iracheni si sentivano iracheni e poi eventualmente si sentivano sciiti, sunniti. Non c'era questa esigenza di affermare la propria diversità religiosa, confessionale. E' stato invece un problema che è sorto subito dopo la caduta di Saddam perché per la prima volta, quando si è costituito il primo Consiglio di Governo Iracheno, colui che è stato eletto dalle autorità della coalizione provvisoria è stato fatto, per la prima volta nella storia irachena, su base confessionale ed etnica, non in funzione dell'appartenenza politica. Quindi per la prima volta loro avevano messo in piedi un piccolo Governo di persone che rappresentavano delle comunità, sciite, sunnite e via dicendo. A seguito c'è stata l'operazione portata avanti dalle autorità della coalizione provvisoria, nata come processo di debaatificazione, cioè quel processo orientato ad epurare dagli Istituti, dalle istituzioni, dalle università, dai luoghi pubblici tutti quei membri che appartenevano più o meno formalmente al partito baath, al partito di Saddam. Non è stato considerato che quando si ha a che fare con una dittatura, chiaramente e soprattutto per gli universitari, per esercitare la professione era obbligatorio l'iscrizione al partito di Saddam, al partito baath. Quindi è stata portata avanti un'operazione che in qualche maniera se la prendeva con tutte quelle persone che solo formalmente appartenevano al partito baath. A seguito sono inesorabilmente sparite da ambiti pubblici una serie di figure molto qualificate e stimate ed hanno legittimato una campagna contro i sunniti. Il processo di debaattizzazione è diventato piano, piano una campagna contro i sunniti, perché la maggiore parte di coloro che avevano a che fare comunque con il partito baath erano in realtà sunniti.

L'emergere dei leader religiosi ha portato al manifestarsi di queste differenze, di queste identità, e quindi di queste tensioni. E questo è il problema più grave oggi nel Paese, sta provocando numerosi sfollati, se ne contano 300000 secondo UNHCR che è l'ufficio delle U.N. appunto per i rifugiati perché molti quartieri, molti sciiti o molti sunniti vengono invitati a lasciare quelle zone per integrarsi in zone più etnicamente omogenee.

Tapha : oggi come oggi, per te la popolazione irachena è pronta ad autorganizzarsi verso un progetto rivoluzionario di pace?

Simona : ci sono più che altro iniziative individuali o di associazioni. Chiaramente queste iniziative che sono anche positive nel senso che vanno verso la riconciliazione, verso l'affermazione dei diritti umani, verso l'unità nazionale però si scontrano anche con la realtà di tutti i giorni, che è una realtà molto ostile, molto difficile e che divide, di fatto non unisce in questo momento per cui c'è un'attenzione da parte di molte organizzazioni, di molte persone di lavorare in questa direzione, ma è uno sforzo quotidiano molto impegnativo.

Simona Torretta
in associazione ?
la notizia è immediatamente rimbalzata ed il nostro gruppo di lettura si è mobilitato. È stato raccolto tutto il materiale informativo possibile sul conto di Simona ed, animati da quel sano desiderio di partecipare, di conoscere, di agire, il gruppetto si è riunito ed ha preparato una sorta di bozza di intervista.

Alle 19.30 di lunedì 16 ottobre Simona è arrivata in compagnia della responsabile di “Un ponte per …”, sez. di Bologna, Nadia D'Arco.

L'emozione era palpabile, tutti si sentivano investiti di un ruolo importante in quanto l'intervista che gentilmente Simona ci avrebbe rilasciato questa volta era nelle mani di tutti, non più ospiti passivi, ma gruppo attivo di partecipazione pronto a raccogliere il maggior numero di informazioni da chi ha vissuto sulla propria pelle ciò che per noi è immagine alla televisione.

La troupe di “NADiRinforma ” era pronta, abbiamo allestito una sorta di “set televisivo” nella nostra palestra: bandiere arcobaleno ovunque, il divanetto delle grandi occasioni in bella mostra, luci… e tanta emozione!

Ivana : L'incontro con Simona Torretta mi ha piacevolmente sorpreso. E' sempre piacevole, infatti, quando ci si ritrova nelle parole e negli stati d'animo che altri esprimono.

Devo dire che le sue parole mi hanno fatto sentire più vicini i cittadini iracheni, con i loro bisogni e le loro aspirazioni perché sono quelle di tutte le popolazioni. Italiani come iracheni, americani come palestinesi, tutti quanti, specialmente chi ha avuto lutti a causa delle guerre, aspirano alla PACE, alla LIBERTA' e alla GIUSTIZIA.

Roberto: Anche se l'incontro è stato breve per motivi di tempo, la prima cosa che mi ha colpito è la scarsità e la distorsione cha abbiamo delle notizie che arrivano dall'Iraq. Quanto è grande il potere dell'informazione (che non informa) lo sappiamo, ma quanto potrebbe cambiare l'opinione degli italiani, e anche degli altri Paesi Occidentali, con una corretta informazione?

Anna : dalle parole di Simona Torretta viene fuori un quadro inquietante dell'attuale situazione irachena.

La mancanza quasi totale di legalità, voluta ad arte da chi domina la popolazione, rendono la vita in Iraq una tragica roulette russa: abusi, arresti illegali, rapimenti, atti di terrorismo, assassini mirati e vendette private.

Che in questa situazione ci sia ancora una "società civile" che cerca di organizzarsi e che vuole riprendere in mano le redini della convivenza sorprende e denota la grande civiltà di quelle popolazioni. Simona Torretta ha la capacità di spiegare con parole efficaci e con esempi concreti le situazioni e gli stati d'animo della gente.

Armando : Nel corso dell'incontro con Simona Torretta dell'Assoc. “Un ponte per …”, tenutosi il 16 ottobre 2006 presso l'associazione NADIR, sono stato colpito profondamente dalle sue parole. Ascoltare tutti coloro che agiscono per aiutare, rischiando la propria vita, quei popoli sommersi da una miseria squallida, che li porta alla morte per mancanza di nutrimento, mi ha permesso di guardare quei paesi con coscienza umana. La sua dura testimonianza, fatta con coraggio, denuncia il tentativo dei vari governanti di mantenere la gente ignorante, in modo da manipolarla più facilmente e da arricchirsi sulle sue spalle. Sono certo che la guerra non l'aiuta a migliorare la vita. Bisognerebbe piuttosto insistere con interventi senza armi, per dare loro fiducia nella vita, nella libertà, nella pace e nella democrazia. Diffondere paura e terrore altro
non fa che esasperare il perpetuarsi di massacri umani.
 
 

 Visita il sito: 

http://www.foxnews.com/projects/maps/640x480_iraq_postwar.jpg

 

 

Creative Commons License
Questo/a opera è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons.