Sal & Inf - genitorialità

 
di  Vittorio Cameriero - tratto da Internazionale di Psicologia
 
La premessa del presente articolo ruota attorno alla considerazione che le teorie psicologiche pur essendo validate da basamenti scientifici, non possono non risentire della cultura del momento storico in cui vengono sviluppate. Se poi il tavolo di discussione è incentrato sulla realtà delle famiglie composte da coppie di omosessuali, è quasi certo che il discorso vada sulla qualità della genitorialità e/o sulla crescita dei figli. Di cosa si può parlare allora per tenere questa discussione fuori dalla portata di personali pregiudizi, fatti spesso di botte e risposte di punti di vista sulle coppie omosessuali? Si potrebbe parlare ad esempio delle informazioni raccolte tramite le ricerche e la letteratura sul campo. Si potrebbe dire intanto che la genitorialità è definita come una funzione autonoma e processuale dell’essere umano (Stern, 1995), ed esiste indipendentemente dall’atto di concepire. Essa si sviluppa a partire dai primi anni di vita, e si interiorizza come un sistema di fantasie trasmesse dalle figure genitoriali, che in seguito si attiverà dall’interazione con l’altro/il figlio, e produrrà modalità relazionali ritenute più idonee, modelli comportamentali da mettere in atto e altre disposizioni.
 

La funzione materna, non riconducibile alla sola appartenenza al sesso femminile, ha a che fare con la soddisfazione delle esigenze affettive e della cura materiale nei confronti del bambino. La funzione paterna è quella di introdurre l’autorità nella coppia madre/bambino, portando la disciplina e il sostegno a chi assume la funzione materna. Schaffer e Emerson (1964) sostengono che la stabilità psicologica ed affettiva del bambino è strettamente connessa ai comportamenti dei genitori, alla capacità di crescerlo con affetto e cure, è qualcosa di legato al temperamento, al carattere e all’affettività. Gli stessi autori aggiungono che il bambino ha bisogno non solo di una persona con cui avere una relazione affettiva, ma anche di un’altra figura che dia appoggio e risalto alla prima, e dicono che è utile ma non necessario che queste due persone siano di sesso opposto. Mentre Lev (2004) sostiene che il bambino molto spesso riesce ad accettare e convivere bene con genitori con orientamento omosessuale, semplicemente perché non si pone troppe domande, problemi o pregiudizi come farebbe un adulto. Una sintesi sui risultati di ricerche condotte dagli anni ottanta al duemila, ad opera di Stacey e Biblarz (2001). E’ stato preso in esame uno studio che ha come fonte una pubblicazione dell’American Sociological Review del 2001. Si evince, dal confronto tra i figli di genitori omosessuali e i figli di genitori eterosessuali, che non appaiono differenze significative riguardo al benessere psicologico (ansia, livelli di autostima, depressione). Risulta che i figli/e dei genitori omosessuali si sentono meno confinati dalle norme culturali relative al genere. Il comportamento dei figli maschi di donne lesbiche è meno mascolino, ma non lo è rispetto al modo di vestire e alle aspirazioni occupazionali.
Pertanto i ricercatori americani (Stacey e Biblarz) escludono categoricamente la presenza di un qualsiasi danno che possa essere causato ai figli, dall’orientamento sessuale dei genitori. Mentre i contributi delle più recenti ricerche sostengono che non esistono differenze preoccupanti, mostrando un livello paritario nei punteggi degli stili genitoriali, del livello degli investimenti sui figli e nella qualità delle relazioni, tra coppie di genitori omosessuali e coppie eterosessuali. Le uniche differenze rilevabili sono espresse nelle preferenze e nei comportamenti sessuali dei figli di genitori omosessuali, i quali avendo meno conformità con gli stereotipi di genere, presentano più apertura ad esperienze omosessuali. Le riflessioni conclusive portano dunque molti autori a concludere che l’orientamento sessuale non dice nulla della salute mentale, della capacità di relazione e della struttura morale di una persona.
I bambini, nella formazione della loro identità sessuale, sono influenzati da una molteplicità di modelli, compresi i modelli esterni che conoscono ed incontrano nel corso della loro crescita (un maestro di scuola, un istruttore sportivo, un altro parente, etc) e che reputano figure importanti per loro. Molto ancora deve essere indagato, sia riguardo alle diverse circostanze relative alla nascita dei figli (precedenti relazioni eterosessuali, matrimoni, lunghe relazioni, adozione, concepimento mediante tecniche di procreazione assistita) e sia riguardo alla diversa composizione familiare che viene a crearsi (convivenza o non convivenza dei partner, presenza di altre figure familiari). Ad oggi le ricerche più che fornire certezze assolute, sono in grado di dimostrare l’esistenza di miti e pregiudizi e di mettere in discussione stereotipi, come quello che l’omosessualità dei genitori abbia un esito negativo sull’identità di genere del figlio e che possa favorire l’omosessualità in quest’ultimo.
D’altronde il rapporto tra psicologia e omosessualità ha una storia complessa e sofferta, testimoniando quanto sia difficile separare la teoria scientifica dal contesto culturale e politico. Già Freud, dopo aver patologizzato l’omosessualità, ritenendola una regressione o una fissazione dello sviluppo psicosessuale, ebbe ad affermare in seguito che essa “non può essere classificata come malattia”. Successivamente, Stephen Mitchell (1978), psicoanalista di fama, fu tra i primi a considerare l’omosessualità un’espressione non necessariamente patologica della sessualità umana.

Bibliografia

Bonaccorso M. (1994): Mamme e papà omosessuali, Editori Ruiniti, Roma
Ciriello D. (2000): Oltre il pregiudizio. Madri lesbiche e padri gay, Editore Il dito e la luna, Milano
Gay Cialfi R. (1997) Nuovi volti della famiglia. Tra libertà e responsabilità, Claudiana Editrice, Roma
Scaramozza V (2009): Rivista di Sessuologia Vol.33-n.3 Lug/Sett.2009
Stacey J. e Biblarz T. J., 2001, (How) Does the Sexual Orientation of Parents Matter?, in “American Sociological Review”, 66, pp. 159-183.

 
 
 

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