MedicoNADiR - Missione socio-sanitaria a Mivo (Ngozi - Burundi)

 
 Ingresso principale Ospedale “Maria Madre della Divina Provvidenza”
 
 
 
 
L'ospedale “Maria Madre della Divina Provvidenza” nasce nel 2001 da un'idea della Sig.ra Maria Belleri (ostetrica italiana burundese di adozione in quanto da 30 anni a questa parte lavora alacremente in Burundi ove è riuscita a realizzare svariate opere di utilità sociale), di Suor Daphrose Kiraniguye e di Suor Maria Teresa (medici burundesi laureate in Italia) facenti ambedue capo alla Congregazione burundese delle Suore di Bene Mariya.

Suor Daphrose Kiraniguye

L'idea di avviare la costruzione di un ospedale di 1° livello (secondo OMS) nella zona di Mivo (provincia di Ngozi nel nord del Burundi a pochi chilometri dalla frontiera con il Rwanda), pur avendo a 8 chilometri di distanza l'ospedale della città di Ngozi (in condizioni fatiscenti e a tutt'oggi in ristrutturazione con utilizzo di fondi di entità più che considerevoli concessi dalla Banca Mondiale), pur essendo osteggiato da parecchie persone ed associazioni, risponde ad una reale necessità in quanto potrà coprire i bisogni sanitari della popolazione vastissima che popola le colline del l'altipiano di Mivo. Vuole tentare di proporre una metodica medica più vicina al concetto stesso di cura e prevenzione impegnando, attraverso una lunga ed estenuante opera di formazione, personale del luogo favorendo così un tentativo di ripresa economica in un paese martoriato da lunghi anni di guerra civile ed invalidato da un sistema governativo cieco e sordo alle esigenze della base.

Viste le indescrivibili condizioni di vita che la gente del posto è costretta ad affrontare, gli 8 chilometri che separano la zona centrale di Mivo (la popolazione si estende su di un territorio molto vasto e di difficile transito) dall'ospedale della città sono davvero tantissimi. Nessuno possiede automobili e la strada che congiunge Mivo a Ngozi è impraticabile durante la stagione delle piogge, mentre nella stagione secca (molto breve per la verità) la situazione migliora di quel tanto da impedire in ogni modo spostamenti adeguati alle esigenze di persone ammalate e, ancora peggio, in condizioni di emergenza sanitaria (occorre sottolineare che le ambulanze sono inesistenti e/o inutilizzabili).
La condizione di povertà nella quale versa la gente di Mivo è davvero indescrivibile, ho qualche dubbio che anche un bravo scrittore o un poeta sarebbero in grado di esprimere adeguatamente le emozioni che non possono non inondare anche l'animo più insensibile: tutto viene considerato un lusso………. le scarpe, gli abiti, il sapone, i quaderni, le penne biro ……….. il cibo ……… non parliamo poi delle case!
Povere case di fango e sterco con il tetto di paglia intrecciata….. nessuna finestra, niente acqua, niente luce……. solo terra rossa fuori casa, dentro casa….. negli occhi, nel condotto uditivo, credo che anche i polmoni di quella gente abbiano un bel colorito rosso sabbia!
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Il villaggio dei Batwa: progetto Ong S.V.I.
L'ospedale di Mivo potrebbe davvero contribuire a cambiare la condizione di vita di tanta gente: impiego presso la struttura, formazione sanitaria, prevenzione, cure adeguate!
Trovo che essendo ideato e costruito da medici burundesi (con aiuti economici di tante associazioni e tanti privati italiani) i piccoli, ma efficaci cambiamenti evolutivi che potrà apportare riusciranno ad entrare nel tessuto sociale in maniera molto più efficace che se fossero indotti da chi di quella cultura sa poco o nulla. Spesso ci si impegna (agitandosi un po' troppo in preda a quella sdr. di onnipotenza-impotenza che colpisce ogni volontario alla vista di quell'incredibile disastro umano ) per ottenere cambiamenti rapidi ed assolutamente inefficaci atti solo a condizionare la gente ad accattonare aiuti umanitari senza credere di avere reali possibilità di crescere e migliorare autonomamente la propria qualità di vita. Io credo in chi come Padre Zanotelli continua ad urlare: “L'Africa deve imparare ad aiutare l'Africa” …….. chi di noi vuole dare una mano lo deve fare con umiltà, animato da quella voglia di imparare anche ciò che non condivide per poi riuscire ad entrare nel tessuto sociale, comprendere, interagire……….. condividere fidandosi di chi all'apparenza non sembra in grado di evolvere, di chi all'apparenza sembra assopito nel lungo sonno della miseria. Fidarsi è difficile, ascoltare è difficile, imparare è difficile. È molto più immediato insegnare quella “scienza” di vita che la nostra società ha sviluppato dimenticando tante volte il grande valore dell'essere umano!
Non nascondo che anch'io nei primi giorni ero parecchio arrabbiata, mi sembrava ingiusto mangiare ai pasti mentre là fuori la gente continuava ad osservare il digiuno forzato determinato dal non possedere altro che un cuore caldo, palpitante …. ma null'altro, nemmeno una lacrima per piangere una vita senza speranza, quasi in attesa della morte certa per la più banale delle malattie o semplicemente per fame, per freddo; non riuscivo a prendere sonno in quel letto comodo coperta da una soffice trapunta ed avvolta dal profumo del sapone di marsiglia usato per lavare a mano quei lenzuoli ricamati che le suore mi avevano messo nel letto ………… loro, quelli che dovrebbero possedere quella terra dove stavano dormendo ? con che cosa si coprivano ? la notte è fredda, buia ……… loro raggomitolati in quelle capanne sull'argilla polverosa e fredda, unica coperta uno straccio di cotone che di giorno funge da abito ……….. stomaco vuoto o ripieno di patate dolci che non hanno alcun potere nutrizionale, ma danno tanto il senso di sazietà!

Il lavaggio collettivo alla fontana di Mivo

Non sopportavo la vista di quei bambini dai grandi occhi neri come la pece, così luminosi da potervisi specchiare potendo così vedere quel mio viso pallido, pasciuto e triste … quel viso da “saputella” “muganga” ( medico ) europea che credeva di potere cambiare il mondo in 1 mese!!

Mi attraevano tanto da volerli stringere uno ad uno, tanto da volerli lavare, vestire, nutrire… e mi spaventavano allo stesso tempo, così pieni della loro dignitosa povertà, di quella gioia di vivere, di sorridere, di gioire dinanzi a quello che per noi è il nulla!
Mi spaventavano gli sguardi curiosi, divertiti … a volte tinteggiati di quell'astio che denuncia l'orgoglio di chi non vuole più colonizzatori carichi di boria e di buonismo… degli adulti, soprattutto di quelle splendide donne dai lineamenti delicati e dal portamento elegante.
Non potevo fare altro che osservare con rispetto, sussiego e umiltà … il mio ruolo in quel momento era solamente quello di imparare … questo mi ha aiutata perché ho cominciato a vedere, a vedere al di là della povertà, degli abiti sudici e sdruciti, dei piedini nudi e pieni di piaghe suppurate provocate dalle pulci penetranti … al di là di quegli occhioni, di quei pancioni tesi dalla fame e dai parassiti che famelicamente trovano un habitat ideale alla loro sopravvivenza.

Ho visto un modo di vivere, ho visto che le case che all'apparenza erano solo sudice capanne di fango e sterco, in realtà erano dignitose abitazioni … qualche vezzo, qualche piccolo “lusso” , sicuramente tanto orgoglio e tanta dignità ... ho cominciato a domandarmi se la povertà è quella che appare oppure se è qualche cosa di più difficile da scorgere ad una prima occhiata… mi sono domandata: “ma i poveri chi sono ? la povertà è la mancanza di cose ? o la mancanza di affetto, la solitudine ?”

Forse … spero … lo voglio credere, se non altro… che la gente di Mivo abbia capito prima il mio smarrimento, poi ciò che si stava delineando dentro di me: il rispetto assoluto per la loro cultura, per il loro modo di intendere la vita. Sono iniziati i sorrisi, la voglia di comunicare … ho persino tentato qualche timido saluto in kirundi, qualche parola con accento sicuramente ridicolo, ma nessuno mi ha mai presa in giro per il tentativo che stavo facendo: io volevo e voglio parlare, interagire… la gente faceva a gara per insegnarmi la lingua, sciorinavano parole, modi dire burundesi tra sorrisi e sguardi carichi di orgoglio per ciò che potevano fare con me … “straniera, bianca, ricca, colta”, ma… alla ricerca dei loro insegnamenti… io lo so, loro lo sanno: prima di tutto è chi arriva come ospite che deve imparare, poi … è tutto da verificare!!

Il kirundi è una lingua melodiosa, sa di Africa… quell'Africa che tutti noi abbiamo coltivato negli anfratti del nostro immaginario… forse le fiabe che ci raccontavano quando eravamo bambini, forse i films romantici che mostrano un continente tanto ricco quanto derubato dai “buonisti” che “salvano il mondo” riempiendosi le tasche di petrolio, diamanti, oro, esseri umani e che “si lavano l'anima” inviando immondizia perché … “tanto laggiù, nel continente nero nessuno ha niente, quindi tutto serve, tutto può andare bene … dai farmaci e prodotti medicali scaduti, agli abiti mangiucchiati dai topi (quelli del mondo “civile”… però), ai rifiuti impossibili da smaltire nel nostro mondo lustro e sgargiante di luci e di colori, ma consumato dalla sua stessa fame di possedere, possedere, come se questo rappresentasse l'essenza stessa della vita, l'immortalità”.

“Ora so perché c'è tanto bisogno
di Dio
Ora so cosa significa
avere bisogno di pregare
 
Siamo tutti talmente piccoli e inutili
fragili e impotenti
per riuscire ad affrontare
da soli tanta ingiustizia
tanta miseria materiale
tanta ricchezza spirituale”
 
La festa dei Batwa
 

La Dott. L.Barbieri e la Dott. D. Kiraniguye con la gente della collina di Mivo

Secondo me gli obiettivi prioritari dell'ospedale di Mivo si riassumono nei punti che tenterò di definire passo, passo schematizzandoli per ottenere un effetto maggiormente significativo e pregnante:

  1. Dare una buona sanità a tutti . Nei paesi poveri afflitti da guerre, sfruttamento, regimi governativi manipolati e manipolativi regna sovrana la fame (intesa in senso lato). Una fame atavica che non si riferisce solamente alla mancanza di cibo (peraltro oggettiva e reale), ma che si estende a tutto ciò che per le popolazioni ricche del 1° mondo è “dato per scontato”, non rappresenta più un bisogno. Da noi i bisogni sono indotti, destinati a creare costante insoddisfazione per soddisfare quei pochi che rappresentano l'élite che di quei finti bisogni ne fa una miniera destinata a produrre denaro e potere … un potere non solamente economico e politico, ma anche e soprattutto psicologico.
  2. Insegnare, utilizzando la dimostrazione, in che direzione cambiare e perché. Su questo punto mi fermerei per sottolineare la fondamentale importanza di avere come referenti prioritari dei medici burundesi come Suor Daphrose e Suor Maria Teresa che conoscendo sino in fondo la mentalità della gente, condividendola per via del loro stesso percorso vitale possono con cognizione dare i tempi e definire le modalità per attuare in maniera adeguata i possibili cambiamenti destinati a migliorare la qualità di vita della popolazione.

Noi medici europei, abituati a ritmi e lavorativi e vitali completamenti diversi, rischieremmo, agendo da soli, di “violentare” e stravolgere un assetto sociale che comunque ha un suo equilibrio procurando danni sovrapponibili a quelli che purtroppo negli anni passati hanno dato i loro frutti attraverso il colonialismo (sia laico che religioso). C'è bisogno di tempo, di pazienza, di umiltà, di capacità di adattamento e di fiducia orientata verso coloro che potrebbero divenire gli usufruitori di questa azione combinata.

I cambiamenti perché possano essere efficaci e possano cementare devono avvenire lentamente, supportati dal passaggio di cognizioni tanto da divenire condivisibili, tanto da riuscire ad appartenere al tessuto sociale.

Nell'ambito della struttura ospedaliera, oltre ad organizzare corsi di formazione destinati alle più svariate categorie di persone, è possibile insegnare le semplici regole dell'igiene personale e ambientale che purtroppo e per ragioni comprensibili non fanno parte delle modalità di condurre la quotidianità. Sappiamo quanto l'igiene possa agire quale potente prevenzione ad un'innumerevole serie di patologie, inoltre esalta la dignità individuale e sociale, oltre a contribuire a migliorare il rapporto con gli alimenti che pur essendo scarsi potrebbero trovare migliore modalità di distribuzione nell'arco della giornata, oltre che di combinazione per aumentare il loro gusto ed il loro potere nutrizionale.

  1. La struttura nel suo insieme rappresenta senza dubbio una enorme potenzialità quale offerta di lavoro per parecchie persone e conseguentemente famiglie . Avere la possibilità di lavorare significa potere sostenere le esigenze della famiglia, significa allontanarsi sempre più dall'accattonaggio, significa rinforzare la fiducia in sé stessi e nelle proprie potenzialità. Lavorare, produrre in prima persona, sentirsi utili per sé e per gli altri invita a costruire, a migliorare, imparare e coltivare sempre più questo desiderio; significa tranquillità, serenità e dignità; significa definirsi e distaccarsi da quel 1° mondo che detta le sue leggi al di là delle reali esigenze di chi le deve subire e per lo più ringraziare per tanta “benevolenza”. Da circa tre anni la costruzione dell'ospedale ha permesso a tantissime famiglie della collina di godere di un reddito che, seppure di modesta entità, ha procurato cibo e soprattutto senso di appartenenza e di utilità sociale ed individuale. La Congregazione delle Suore di Bene Mariya sono inflessibili a riguardo: lavorano i residenti, loro hanno bisogno di costruire il loro ospedale… i volontari sono una benedizione, ma i burundesi hanno il diritto e il dovere di vedere sorgere dalle loro mani quello che sarà il loro ospedale e per questo devono essere pagati. Le paghe sono misere se considerate secondo i nostri parametri, ma adeguate a quelle del posto, nessuno deve essere “strapagato”, sarebbe un'ingiustizia nei confronti di coloro che, meno fortunati, non hanno trovato spazio nel cantiere.
  2. La struttura ospedaliera potrebbe permettere l'insorgere di fermento economico, sociale e culturale sia al suo interno che nei suoi paraggi quale sito di partenza di stimoli ed iniziative atte a passare l'arma potente della conoscenza e della conseguente apertura all'interscambio. Quando si mette in moto una macchina così imponente e soprattutto di grande utilità sociale è inevitabile che tenda a raccogliere e a stimolare tante persone che non avendo alternative si rifugiano nei “bar” a bere birra di banane oppure nelle loro case senza o con scarse possibilità di interscambio. Si deve considerare che mancando la luce nelle case e nelle strade, le giornate sono corte e le serate inesistenti. Non esistono luoghi di ritrovo destinati ai giovani, quindi nessun diversivo, nessuno scambio, nessuno stimolo al di là di quello pur sempre educativo e costruttivo, ma monopolizzante, esclusivo e quindi non passibile di scelta (la capacità e la possibilità di scegliere rappresentano le fondamenta della civiltà evoluzionista), che è il raduno domenicale in Chiesa per la Santa Messa dove i ragazzi si incontrano per conoscersi, dove le autorità religiose passano informazioni e spesso direttive relative e rivolte alla collettività.

Per quanto riguarda il fattore economico è indubbio quanto famiglie con stipendio sicuro possano almeno tentare di concedersi qualche svago. Attorno ad una grossa struttura che abbia la possibilità di accogliere parecchie persone (pazienti, parenti, operatori sanitari, volontari…) inevitabilmente si potrebbe avviare un mercato: dove passa tanta gente si concentrano i bisogni alimentari e non… quindi altre possibilità di impiego dignitoso e redditizio per altre famiglie!

  1. Interazione culturale con e per i futuri medici e/o operatori sanitari del cosiddetto 1° mondo (così impoverito psicologicamente, così misero di relazioni vere, di ritualità consolidanti l'animo individuale e sociale). Questo punto fa parte del mio corredo di sogni/obiettivi sin da quando intrapresi gli studi di medicina, forse è il concetto che anche dopo tanti anni di professione mi anima e mi sostiene quando indosso il camice, quando mi avvicino ad un paziente e tento “se non di ottenere con certezza la sua guarigione, almeno di non arrecargli danno”. Sono sempre stata promotrice accanita della pratica nell'ambito dell'acquisizione dell'arte medica, ho sempre asserito con convinzione che il nostro mestiere lo insegnano i pazienti, le corsie di ospedale, gli infermieri, gli ausiliari, i portantini … il nostro è un mestiere di fatica fisica e mentale: continua rimessa in discussione con relativa annessa voglia di imparare anche da chi all'apparenza non sembra avere competenze. Noi abbiamo la presunzione di curare l'uomo nel suo corpo e nella sua mente e spesso dimentichiamo l'uomo….. quello della strada, con i problemi della strada portati nel letto di ospedale! Noi spesso dimentichiamo che il rivestire un ruolo di tipo dirigenziale ci esima dalla “fatica” di operare funzioni considerate alla portata dei sottoposti, crediamo che la nostra cultura scientifica entri in contrasto e/o venga disturbata dal lavare un paziente, dal togliergli una padella ed osservarne attentamente il contenuto, dall'aiutarlo a consumare i pasti … dall'ascoltare i suoi racconti che sembrano lontani dallo sterile elenco dei sintomi e quindi rappresentare una “perdita di tempo” … per un medico il tempo da trascorrere con il paziente e/o con i suoi parenti-amici non è mai sufficiente … Non si può fare diagnosi ed instaurare una terapia il più vicino possibile a quella adeguata “guardando l'orologio”! L'Africa con la sua ricchezza umana e con la sua povertà tecnologica, con i suoi bisogni primari evidenti e palpabili può rappresentare la scuola per tanti futuri medici: impareranno a fare la medicina con il poco o il tanto che hanno a disposizione, impareranno che cosa significa interagire dalla base e per la base, impareranno che con l'arroganza e la boria che le Università pretendono ed impongono non si cura la gente … impareranno che la più grande dote per un medico è l'umiltà.
  2. Preparazione dei medici alla medicina tropicale, in particolare alla parassitologia indispensabile a tutt'oggi visto il flusso delle immigrazioni verso il nord del mondo. Immigrazioni che in questa sede non posso esimermi dal dichiarare quali fonti di ricchezza sociale ed economica se solo chi sta al potere riuscisse a valutarle proiettandosi nel secolo passato e spingendosi con il pensiero verso il prossimo futuro planetario. Ogni movimento di massa, da che mondo è mondo, ha cambiato il mondo stesso, ha creato stimoli, ha accresciuto la cultura di ogni società accogliente, come si diceva un tempo … illuminata! Purtroppo ciò che vedo ora come ora, almeno nel mio paese, è chiusura, paura, ignoranza … nessuna lungimiranza, solamente una oscura visuale arrotolata su quelli che paiono essere gli interessi in corso di un popolo come quello a cui io stessa appartengo che da sempre ha vantato ed espresso la curiosità, l'intelligenza e la capacità di accogliere, curiosare, imparare per migliorare le già notevoli capacità creative ed intellettive che gli sono sempre state proprie e (azzardiamoci ad essere un po' presuntuosi) anche un pochettino invidiate.
  3. Scambio interattivo sociale quale strumento per tentare di superare quei pregiudizi così pregnanti e pericolosi che hanno inondato il Pianeta: la conoscenza è “quella magia” che fa superare ogni paura e conseguentemente ogni preconcetto. Il mondo sta fortunatamente correndo verso l'interculturalità e credo che occorra trovare al più presto gli strumenti atti ad affrontare questa imminente evenienza a carattere prettamente evolutivo. La riapertura del nord del pianeta a quegli aspetti del sociale che si sono persi nella ragnatela della tecnologia, ma che anche se non lo vogliamo, sono indispensabili alla stessa sopravvivenza dell'uomo potrebbe agire da potente antidoto alla solitudine che crea aggressività e paura allontanando sempre più gli individui gli uni dagli altri e disturbando quei sonni “dorati” che l'industria del consumismo tenta di addolcire con pillole e comodi materassi … ma sempre con quel “pisello principesco” (ricordate la fiaba “La principessa sul pisello”?) posizionato in maniera tale da impedire il ristoro che il sonno fisiologico dovrebbe fornire ad ogni mente e ad ogni cuore.
  4. Utilizzo della struttura di Mivo per completare il trattamento rieducativo psicologico destinato ai disturbi di relazione che la nostra piccola associazione affronta sul territorio nazionale. Il programma tende, oltre al trattamento della patologia psico-fisica presentata, utilizzando un approccio medico multidisciplinare, a riavvicinare i pazienti ai bisogni primari, a riempire quel vuoto psichico che spesso sottende l'espressione sintomatologia. Va da sé comprendere come l'inserimento di questa tipologia di pazienti in un contesto sociale dove il bisogno è solamente di tipo primario, dove la relazione, la ritualità sono le fondamenta e dove l'inserimento ed il senso di appartenenza la fanno da padrone, altro non possa che completare un ciclo terapeutico atto a reinserire in maniera sana e robusta quei soggetti affetti da vuoto psichico, solitudine abbandonica, depressione conseguente al vissuto di inutilità ed impotenza dinanzi alla costante competizione compulsiva, tanto da utilizzare inconsciamente sintomi autodistruttivi.

In questa mia prima esperienza ho potuto constatare su basi reali in quale maniera i nostro pazienti troverebbero lo spazio per rendersi utili, per percepire la loro vitalità, per comprendere il loro valore relativo ed assoluto, come l'affettività sopita potrebbe riprendere vigore al punto da divenire cosciente ed espressa con conseguente rinforzo a lungo termine. Il ritorno in Italia presuppongo possa essere carico di esperienza di vita e la lettura della stessa quotidianità potrebbe essere interpretata in maniera più sintonica ad una buona qualità di vita.

 
 
 

 

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