Dirittti Umani - richiesta di dignità

Saverio Tommasi

7 febbr. '11

 

Da un mese ospitavo alla Cabina Teatrale, con l’aiuto della Comunità di base delle Piagge e di don Alessandro Santoro, sei persone di origine rom sgomberate dal campo di Quaracchi (Sesto Fiorentino). Avevo scritto una videolettera a Matteo Renzi, Gianni Gianassi ed Enrico Rossi, chiedendo alle istituzioni di aiutare queste persone a riscattare la propria dignità, permettendo alla bambina di nove anni, e al fratello di tredici, di continuare a frequentare la scuola. Oggi quella famiglia è ripartita per la Romania. E io ho deciso di aggiornare il silenzio delle istituzioni raccontando loro gli ultimi tasselli. Di seguito il testo della mia nuova videolettera, vi prego di ascoltarla e leggerla. Diffondetela, in ogni caso.

Caro sindaco di Firenze Matteo Renzi, sindaco di Sesto Fiorentino Gianni Gianassi, presidente della Regione Toscana Enrico Rossi, iniziava così la mia lettera, un mese fa.
Avevo deciso di rivolgere a voi, per primi, il racconto di una vita familiare, la richiesta di accompagnare questo nucleo di esistenze attraverso un percorso che permettesse loro di riscattare la propria dignità. Era un finale da scrivere, ma avete scelto la conservazione dei colori della giustizia nel fondo del cassetto.
La storia partiva dal campo rom di Quaracchi, passava da alcune famiglie sgomberate senza alternativa e si soffermava sulla mia decisione di ospitare sei di quelle persone alla Cabina Teatrale, il mio minuscolo spazio nato per fare arte e per un mese coinvolto in una immensa avventura di arte contemporanea: aiutare sei vite, poi diventate sette, e poi otto, a trovare il loro raggio davanti a un sole prossimo all’eclissi.
Li avevo accolti con l’aiuto della Comunità di base delle Piagge. Non è un vanto, non ho niente di cui vantarmi, ho scelto di raccontarvi questo gesto perché ho creduto davvero che nella sua banalità, l’accoglienza del prossimo è in fondo banale, avrebbe potuto spingervi ad agire nella concretezza dei fatti.

Renzi, Gianassi, Rossi, ho deciso di rivolgermi nuovamente a voi per aggiornare il vostro silenzio degli ultimi tasselli. L’apatia istituzionale verso questa manciata di destini ha provocato la scelta di questa famiglia di tornare in Romania. Sono partiti ieri. Prima la nonna, poi gli altri, compresa la bambina di nove anni, che qui in Italia aveva già iniziato a frequentare la scuola.
Avete impedito ai margini di diventare succo della società, avete atteso il passaggio di sei cadaveri sociali nel burrone invece di contribuire alla costruzione di un ponte. Avete praticato la complice violenza del distacco.
Un mese fa sarebbe stato possibile dimostrare che la forza del diritto o si accompagna all’umanità dell’agire oppure diventa legge del più forte.
Non fare niente è una scelta politica, ma non è la mia.
L’Italia che voglio è quella che trova il tempo di una telefonata, di mandare un’assistente sociale, di inventarsi pratiche sociali inclusive, a esempio la ristrutturazione di quel milione di metri cubi di edifici disponibili nella sola città di Firenze, rendendoli case per tanti, stranieri e italiani, persone.

Mi rimarrà l’immagine della bambina che a nove anni, di fronte a Shrek, l’orco verde innamorato di Fiona, si volta timida e sorridente, rossa, rossa in volto, imbarazzata mentre i due protagonisti si danno un bacio. E mi chiedo di quante future emozioni rubate, dignità disattese, silenzi assordanti, sia complice la società del “lasciar perdere”. Vorrei che questa domanda bussasse ogni giorno alla nostra porta e finisse per scardinare le coscienze e il sonno della ragione. Cari Renzi, Gianassi e Rossi.