Congo: “l’Africa cammina sui piedi delle donne”

Special Representative on Sexual Violence in Conflict Margot Wallström on a visit to Walikale in the DRC

DR Congo mass rape verdicts send strong signal to perpetrators  UN envoy

21 February 2011 – A senior United Nations official has welcomed today's verdicts by a military court in eastern Democratic Republic of the Congo (DRC) which mark the first time that a high-ranking commander and several other army personnel were arrested, tried and sentenced for conflict-related sexual violence in the strife-torn nation.

According to media reports, the military court in Baraka sentenced Lt. Col. Kibibi Mutware to 20 years in jail. He was found guilty of crimes against humanity for sending his troops to rape, beat and loot from the population of Fizi on New Year's Day. Judges also sentenced three officers serving under the commander to 20 years and five soldiers to between 10 and 15 years. 

“The sentences send a strong signal to all perpetrators in the DRC and beyond that conflict-related sexual violence is not acceptable and will not be tolerated. It also shows that accountability for sexual violence is possible,” the Secretary-General's Special Representative on Sexual Violence in Conflict, Margot Wallström, said in a statement.

Sexual violence has long been used as a weapon of war by all sides in the DRC, which Ms. Wallström has previously described as “the rape capital of the world.”

Last October, she told the Security Council that hundreds of women who were raped by rebels in eastern DRC in the summer faced the possibility of the same abuse from government troops.

A UN human rights team confirmed that more than 300 civilians, including some boys and men, were raped between 30 July and 2 August in the Walikale region, in eastern DRC, by members of armed groups including the Maï Maï Cheka and the Rwandan rebel group known as the Democratic Forces for the Liberation of Rwanda.

More offences took place over the New Year holiday in Fizi and Bushani, where elements of the national army, known as FARDC, are alleged to have been involved in over 60 rapes.

“Not only did the Congolese authorities react swiftly to the Fizi rapes in January and apprehended a number of the alleged perpetrators, but by all accounts the legal process has been fair and efficient,” stated Ms. Wallström.

“It is now imperative that the remaining perpetrators are found and brought to justice, for the Fizi incident as well as last year's Walikale atrocities. It is equally important that the victims of and witnesses to instances of sexual violence are protected, as well as their families,” she added.

The envoy commended the Congolese Government, the UN peacekeeping mission in DRC (MONUSCO), the American Bar Association, the Open Society Initiative, and local non-governmental organizations for their assistance in this “crucial” case.

News Tracker: past stories on this issue

DR Congo: UN reports more alleged rapes over past month

Bukavu: non c’è pace senza giustizia

 

Anno XXI / n. 11-12 Nov.-Dic. 2010

Eugenio Melandri

Una guerra senza fine: almeno 5 milioni di vittime
La storia di una città martire. Il protagonismo delle donne per costruire la pace. A Mwenga, dove nel 1999 14 donne furono sepolte vive, oggi non chiedono pietà, ma giustizia.

Una guerra senza fine. Almeno cinque milioni di vittime. Donne stuprate. Si riproduce in questo modo il vecchio metodo dello stupro usato come arma di guerra. Nel Kivu, la zona più a Est della Repubblica Democratica del Congo, ai confini con il Ruanda, la situazione non sembra migliorare, nonostante le elezioni e il ritorno ufficiale alla normalità.

Adesso, a quattro anni dal processo elettorale che aveva suscitato tante speranze nella gente, in vista delle prossime nuove elezioni, la preoccupazione è grande. Kabila, votato plebiscitariamente dalla gente di questa parte del paese, ha deluso. Lo accusano di essersi alleato con il Ruanda di Kagame, di non aver mantenuto nessuna delle promesse. Anzi, di aver ulteriormente consegnato il paese a quello che è ritenuto dalla gente l’esercito invasore del Ruanda. Intanto continuano gli stupri. Ancora una volta le donne sono le prime vittime di questa guerra che pare non avere nessuno sbocco, nessuna possibilità di concludersi. Incontro Matilde, una donna forte. Durante il periodo della transizione era stata eletta deputata a Kinshasa, per rappresentare la società civile. Un incarico durato poco. Perché qualche mese dopo aveva deciso di dimettersi, per tornare nella sua città, Bukavu appunto, a lavorare in mezzo alla propria gente. A “fare” la pace dal basso. Un impegno che continua tuttora attraverso il Centro OLAME (www.olame.org), dove in questi anni sono state accolte e accudite oltre 5000 donne vittime di violenza. “Si fa un gran parlare – mi dice – della violenza alle donne qui in Congo. Arrivano anche tanti soldi per aiutarle. Ma non si vuole fare giustizia. I responsabili restano impuniti”.

Piedi mai stanchi

Le donne di Bukavu hanno una lunga storia di resistenza alla guerra e di impegno costante e coraggioso per la pace. Anche nei tempi in cui ci si combatteva per le strade e ogni mattina si era costretti a contare nuove vittime. Qui a Bukavu agli esordi della guerra, nel 1996, era stato assassinato l’arcivescovo Cristophe Munzihirwa. Il suo successore, che ne aveva continuato l’opera, era stato costretto dagli occupanti e restare fuori dalla regione e, poco dopo essere ritornato, era morto in circostanze mai chiarite. Nel 2006, in occasione di una marcia per ricordare il martirio dell’arcivescovo, avevo visto tante donne sfilare sotto la pioggia, mai stanche, nonostante la fatica del lungo camminare. Ricordo benissimo quel giorno. Pioveva. C’erano due chilometri da fare per arrivare dal luogo in cui l’arcivescovo era stato ucciso fino alla cattedrale, nel cui cortile era stato tumulato. Mi ero messo in mezzo a loro e per tutto il tempo ero stato ad ascoltare i loro discorsi e, soprattutto a guardare i loro piedi. Molte camminavano scalze, altre portavano ai piedi sandali o ciabatte di plastica. Infangate. Vissute. E mi ero fermato a immaginare le storie che quei piedi, mai stanchi, avrebbero potuto raccontare. Storie di sopraffazione e di violenze, certo. Ma anche storie di vita. Di quella cocciutaggine che caratterizza queste donne africane, pronte a tutto pur di difendere la vita. Dei loro figli innanzitutto. Cercando in tutti i modi di assicurare loro quel tanto di cibo che permetta di vivere e, possibilmente di andare a scuola per avere un futuro diverso. Poi dei loro mariti o dei loro fratelli. Costretti ad una guerra mai dichiarata. Non certo voluta da loro. Spesso costretti perfino a combattersi tra loro, perché i signori della guerra non badano affatto agli affetti familiari. È capitato tante volte che fratelli e parenti si siano combattuti tra loro, perché arruolati a forza in gruppi militari contrapposti. I piedi di quelle donne, che in quel pomeriggio camminavano veloci e stanchi per raggiungere la tomba dell’arcivescovo martire, mentre camminavano raccontavano storie. Di morte, ma anche di vita. Di resistenza. Di piccole cose quotidiane che, nonostante tutto, gridavano voglia di speranza e di giustizia. È proprio vero che “l’Africa cammina sui piedi delle donne”. Sfilavano quel giorno, come avevano sfilato tante volte durante la guerra. Perché le donne di Bukavu questa guerra non l’hanno mai voluta. L’hanno sempre combattuta. Le guardavo camminare e mi veniva in mente che proprio queste donne durante la guerra, insieme con tante altre persone, erano riuscite diverse volte a fare della città una “ville morte”. Tutti asserragliati in casa. Non un negozio o un ufficio aperti. Non un’attività in esecuzione. Non un distributore di benzina aperto. Non una campana che suonasse. Una città che moriva di guerra. Erano certo le stesse donne che – e quando ci penso mi viene ancora un groppo alla gola – erano sfilate, vestite a lutto e a mammelle scoperte, gridando di non voler più allattare figli per farli morire in guerra. Adesso formalmente la guerra non c’è più. Ma continuano le violenze, proprio sulle donne. Soprattutto sulle donne. Ma le cause che l’hanno scatenata ci sono ancora tutte. Non sono state rimosse. Per questo a Bukavu e in tutto il Kivu si continua ad avere paura. Perché i criminali non sono stati presi e consegnati alla giustizia. Perché le ragioni politiche di un conflitto politico che passa tra il confine del Congo e quello del Ruanda, non sono state rimosse. Perché non sono cessati gli appetiti per le immense risorse di questo territorio. Soprattutto perché non si vuole la verità. E solo la verità, anche se dura è capace di mettere le fondamenta dell’edificio della pace. Proprio per questo la verità che rende liberi fa paura. C’è un lungo rapporto delle Nazioni Unite che racconta di quegli anni. Che comincia a dire la verità. Che finalmente denuncia ciò che in tanti sapevano, ma nessuno poteva dire. In nome di una real politik fatta ad uso e consumo di lor signori. Nel rapporto si paventa l’idea che qui si sia compiuto un genocidio enorme. Sarebbe bastato solo ascoltare la gente. Non i politici, ma la gente comune per sapere che qui si è fatto strage di tutto e di tutti. Di vite. Di diritti. Di verità. Oppure basterebbe soltanto avere il coraggio di denunciare le tante fosse comuni che ogni giorno vengono scoperte. una dopo l’altra. Srebrenica, in confronto impallidisce. Sono almeno 500.000 i profughi mancati all’appello dopo il genocidio del Ruanda.

Nel mausoleo di Mwenga

Non poteva non arrivare qui la marcia internazionale delle donne. In questa città martire che rappresenta la loro sofferenza e la loro resistenza. Sono arrivate in tante, da tutto il mondo, per dire la loro solidarietà, per mettere in moto un processo che faccia finalmente giustizia. Per gridare che ormai la sofferenza è insopportabile e che le violenze, quella degli stupri innanzitutto, devono finire. Non cercano rivalse o vendette, neanche cercano di suscitare commozione. Chiedono solo una giustizia. Racconta Matilde: quando siamo andate, tutte insieme a Mwenga, abbiamo vissuto un momento intensissimo. Qui, durante la guerra, sono state sepolte vive 14 donne e un uomo. Il paese non ha dimenticato e ha continuato a chiedere giustizia. Proprio per questo le donne di Mwenga da allora non hanno mai tolto il lutto. I fatti. 1999. Siamo in piena guerra. Arriva a Mwenga uno dei tanti comandanti in armi. Gli viene detto che la sua concubina è malata perché le è stata fatta una stregoneria. Fu il massacro. Un uomo e 14 donne furono sepolte vive. Si ordinò loro di scavare la fossa. Poi furono costrette a scegliere se stendersi o rannicchiarsi e furono sepolte vive. Solo quando un medico, chiamato apposta, orologio alla mano, assicurò che ormai le persone sepolte erano morte, il gruppo armato lasciò il paese. Traggo dal racconto di alcuni testimoni: “Ecco alcuni dei nomi di questi uccisi: Nabulinzi Nikulu, sposa di Mwami Kisale (autorità locale), Mazambi Wamuzungu, Nassa, Victorine, Watakamba, Walumini, Meleciade, Wakabasa Nassa. La sposa di Mwami fu obbligata a marciare nuda tutta la giornata e fu poi seppellita viva. Sua figlia, testimone del crimine, divenne pazza. Walumini non era del gruppo. Aveva semplicemente visto l’inizio del crimine e aveva pianto. I militari, allora, l’hanno presa e le hanno fatto subire la stessa morte degli altri”. Poco lontano, a Kitutu era successo una cosa analoga. Matilde racconta: “Siamo andati prima a Kitutu. Abbiamo incontrato le donne che pregavano e piangevano. Io mi sono inginocchiata e ho fatto una preghiera. Ci hanno mostrato il luogo dove c’è una fossa comune. Ci sono alcune croci. Ma le donne di qui mi dicono che in questo luogo sono interrate almeno un centinaio di persone”. E continua: “Siamo arrivati a Mwenga, dove sul luogo hanno costruito un mausoleo. Tanta gente ci aspettava. C’era una ragazza, sfuggita al massacro. Allora aveva circa 14 anni. Oggi ne ha 25. Avrebbe voluto parlare, ma non c’è riuscita per la commozione. Ma le donne di Mwenga hanno fatto una rappresentazione teatrale durante la quale hanno detto che finalmente potevano togliersi il lutto. Lo avevano portato per undici anni, perché nessuno mai si era interessato di questa tragedia. Adesso perciò chiedono giustizia, riparazione. L’ufficiale che aveva comandato quel crimine, il comandante Kesereka, fa ancora parte dell’esercito del Congo. Le donne domandano che venga arrestato e consegnato alla giustizia. Proprio per questo, in quello stesso giorno è partita una petizione che ha raccolto in pochissimo tempo migliaia di firme, al ministero della giustizia”. Ma Matilde va oltre e racconta che a Bukavu era presente la moglie dell’ambasciatore americano. “Le ho parlato – racconta – e le ho detto: se sei qui vuol dire che sei sensibile al nostro dramma. Allora quando torni, dì a tuo marito che ci aspettiamo un cambiamento radicale della politica americana. Perché noi vogliamo la pace. Non vogliamo la vostra pietà. Perché qui la questione non è la violenza alle donne. Ma è quella di una guerra che deve finire e di una giustizia che deve cominciare”.

>>> continua

 

>>>> Nobel per la Pace alle Donne Africane