Diritti umani: Scuola pubblica e Democrazia

Tagli indiscriminati, distruzione dell'autonomia degli atenei. Il ddl Gelmini è inemendabile, va semplicemente abrogato. Un gruppo di docenti raccoglie firme per cancellare la controriforma dell'Università: «Resistere a tale riforma significa rivendicare l’etica delle competenze»

28-02-2011 - tratto da Domani

In questo momento l’attenzione dei media è concentrata su fenomeni eclatanti, come la situazione in Libia e nel Nord Africa. Sul piano nazionale, d’altro canto, tengono banco i prossimi processi del premier. In questo panorama si è messo la sordina a un tema che non è certo di secondaria importanza, in specie per le conseguenze che è destinato a prudurre a lungo termine, quello della riforma, pretesa “epocale”, dell’istruzione superiore del nostro Paese, la legge 240/10 Gelmini, appena entrata in vigore. Se non mancano alcune voci entusiastiche, tra cui spiccano quelle allineate alle posizioni di Confindustria, la maggioranza delle componenti accademiche è fortemente contraria, per quanto in molti modi e da molte parti si tenti di tacitare, e/o di ignorare le ragioni della protesta. Studenti, Tecnici Amministrativi, e ogni strato della docenza hanno in molti modi manifestato il proprio dissenso nei confronti di una riforma che si caratterizza per i corposi tagli agli investimenti, e per il perseguire in molti modi lo smantellamento della ricerca pubblica e disinteressata, la riduzione del numero dei docenti e dei lavoratori dell’Università, la restrizione dell’accesso per gli studenti.

Per dare corpo a questa protesta, e denunciare una situazione che purtroppo si salda con la disattenzione e la politica dei tagli indiscriminati perseguita verso tutti gli ambienti del mondo della Cultura, dalla Scuola ai Beni Culturali, dai Teatri all’Università, è nato il gruppo dei così detti “Docenti Preoccupati“. Essi si riconoscono in primo luogo in una presa di posizione relativa alla riforma, tratta dal seguente documento del pedagogista Andrea Canevaro, ordinario di Didattica e Pedagogia Speciale all’Università di Bologna.

Università. Riformarla o distruggerla

Sembra che la riforma dell’università sia accolta con un certo favore da molti, magari lamentando unicamente la scarsa disponibilità di fondi. La riforma è apprezzata, molto a destra, e abbastanza a sinistra, perché “rimette ordine”.

E’ un tipo di riforma che chiameremo “conservativa” e fondata sull’ipotesi che sia necessario ridurre le strutture universitarie alla giusta misura, fondata su un numero scelto e ridotto di studenti, e tale da portare all’università una popolazione studentesca orientata a riprodurre un mondo già giusto, per collocarvisi in posizioni da classe dirigente. La riforma “conservativa” esclude molti giovani. Chi aderisce a questo spirito, si presenta, e fondamentalmente è, sicuro di sé, con le idee chiare su come andare avanti: non ha ipotesi; ha certezze.

La riforma “conservativa” richiede che il contorno sociale e forse soprattutto istituzionale confermi i propri compiti consueti. Esige competenze definite, assolte le quali ciascuno è libero di fare ciò che vuole e crede e si presenta come ordine, consenso, chiarezza di idee, certezze di programmi.

Un altro tipo di riforma parte dalla convinzione che il mondo abbia bisogno di trasformazioni, non essendo affatto giusto. Per questo, può proporsi, quasi come prima necessità, l’allargamento del reclutamento studentesco, perché possano partecipare alla vita universitaria studenti “nuovi”, per certi versi inattesi, e quindi tali da rendere necessaria una formazione innovativa. Le innovazioni possono essere suggerite anche proprio dall’incontro con l’inatteso. Chiameremo una riforma di questo tipo “innovativa”. Chi aderisce allo spirito di una riforma “innovativa” ha più ipotesi che certezze. Procede quindi più sperimentalmente che secondo procedure consolidate. La riforma “innovativa” esige adeguamenti, ovvero trasformazioni, nel contorno sociale e forse soprattutto istituzionale. Comporta molte trasformazioni strutturali, in parte prevedibili e in parte suggerite nel procedere e negli anni che seguono. Se non è largamente condivisa, rischia il volontarismo. Per essere largamente condivisa, deve essere proposta e perseguita con un tempo dilatato, che certamente contiene molti rischi che si chiamano insabbiamento, annacquamento, perdita di coerenza e di compattezza… Si presenta accompagnata da inquietudini, proposte da verificare, con competenze sempre in fieri e alla prova, che esigono una forma di impegno etico – l’etica delle competenze – complessivo e in qualche modo totale.

In una riforma “conservativa”, la popolazione studentesca è chiamata a ricevere eseguendo. In una riforma “innovativa”, al contrario, il ruolo della popolazione studentesca deve essere attivo. Attivo può significare scomodo e impegnativo, forse conflittuale, sicuramente inatteso. Per qualcuno potrà sembrare un aspetto di importanza secondaria, ma non siamo sicuri che la popolazione studentesca – anche quella selettiva della riforma di tipo “conservativo” – sia più attirata dalla certezza della riforma “conservativa” che dalla scommessa della riforma “innovativa”.

La riforma Gelmini appartiene a una linea di interventi su educazione e formazione basati su un criterio meritocratico “constatativo”. Riconosce il merito nelle forme già note e constata la sua presenza in chi lo ha, per sgomberare il campo da ogni ostacolo all’ascesa dei padroni del merito. Dovremmo invece considerare meritevole non tanto chi è già in possesso, per censo o per fortuna, del merito noto, quanto chi cerca e trova, anche grazie all’aiuto di chi ha responsabilità educative, un suo merito, che potrebbe presentarsi in forme innovative.

Riforma distruttiva

Le due logiche descritte possono coesistere in un’università che possa, in autonomia, deciderne il dosaggio. In autonomia, un’università dovrebbe poter decidere di avere corsi di eccellenza, ad accesso fortemente selettivo, accanto a corsi aperti a più ampia partecipazione, impegnandosi a non fare che questi siano considerati con sopportazione malcelata, privilegiando i primi. Un’università può (deve?) fare una politica complessa. Può ricordare la politica editoriale di una casa editrice. il buon esito commerciale di una collana di romanzi polizieschi può permettere il mantenimento di una prestigiosa ma commercialmente scarsa collana di classici. Un’università può avere benefici importanti da corsi ad accesso selettivo e così permettere la sopravvivenza di corsi aperti a più ampia partecipazione; può attivare Master a costi di iscrizione elevati e che riguardano profili professionali che prevedono remunerazioni elevate, e con questo permettere proposte di Master per profili professionali che non prevedono affatto alte remunerazioni e forse sono anche con incertezza di impiego.

L’autonomia è un impegno politico, nel senso che impegna nell’esercizio di una politica universitaria specifica, che tenga conto dei vincoli di bilancio, delle risorse del contesto sociale ed economico, delle possibilità di scambio e di partenariato, delle aree di sviluppo per progetti di ricerca e di formazione…Un’autonomia aperta al confronto sociale.

Se questo esercizio è stato fatto male in alcune situazioni, non crediamo che sia ragione sufficiente per distruggere l’autonomia. Forse proprio per questo l’autonomia non viene distrutta in maniera palese. Viene distrutta – anche proclamandone l’intangibilità – svuotandola di significato. O meglio: riempiendo di significato (incentivi) ciò che ne determina l’estinzione per sottoalimentazione.

Una riforma che induce le università a conformarsi per ottenere incentivi senza i quali non potrebbero vivere, cancella di fatto l’esercizio autonomo di una politica universitaria delle singole università. Tutto si riduce a compiti amministrativi che sono esclusivamente esecutivi di decisioni prese altrove, e non certo nella singola università.

La distruzione dell’autonomia, promossa da una riforma universitaria che sa nascondere tale distruzione dietro a molte operazioni “tecniche” che le assicurano l’immagine di riforma che rimette (finalmente!) ordine, è una decisione sostanzialmente e radicalmente politica. Resistere a tale riforma significa rivendicare un’autonomia fondata sull’etica delle competenze. Che non possono che essere articolate e molteplici, mentre la riforma distruttrice dell’ autonomia in nome del riordino, riduce e raggruppa.

Ci troviamo ad aver a che fare con strategie distruttive attraverso l’indotto: colpire un obiettivo senza metterlo nel mirino, ma facendo in modo che rimanga privo di ogni alimentazione vitale. Le strategie distruttive attraverso l’indotto lavorano silenziosamente nel tempo. Apparentemente non distruggono niente di importante. In questo modo, si può svuotare di senso vitale anche la Costituzione.

 

Presidente Berlusconi,

sono un'insegnante della scuola pubblica. Cerco di trasmettere ai miei studenti quei valori che sono propri di una societa' civile e democratica. La solidarieta', la comprensione, la tolleranza, la liberta' di pensiero. Cerco di formare cittadini e non sudditi, cerco di sviluppare nei ragazzi la capacita' critica, la capacita' di interpretare cio' che accade, il mondo nel quale vivono. La scuola statale, la scuola pubblica e' la scuola di tutti, e' la scuola democratica dove esiste il confronto e in questo momento e' l'argine alla deriva antidemocratica alla quale Lei sembra mirare. Il disegno del Suo Governo e del Ministro dell"Istruzione e' chiaro, le Leggi di riforma che avete votato mirano a dequalificare sempre piu' la scuola pubblica, a non garantire il diritto Costituzionale di una scuola di qualita' garantita a tutti e per tutti.

Sono orgogliosa di insegnare nella Scuola statale, sono fiera di poter trasmettere quei valori che sono scritti nella nostra Costituzione, nata dalla Resistenza e dalla cultura antifascista. E' evidente che si discostano molto da cio' che Lei rappresenta. Io insegno l'importanza della coerenza, della dignita', della sincerita', dell'impegno come condizione necessaria per conseguire gli obiettivi che ognuno di noi si pone. Continuero' a farlo Presidente, con l'impegno di sempre e con la consapevolezza che solo in questo modo noi insegnanti potremo fermare il vostro disegno di formare sudditi e non cittadini consapevoli.

Abbia un sussulto di dignita' e non venga, proprio Lei, a parlare di "valori", di famiglia.
Rispetti il lavoro di chi, per poco piu' di mille euro al mese, fa di tutto per dare ai giovani di questo Paese cultura, dignita', consapevolezza e onesta'.

La saluto nella speranza di avere al piu' presto un nuovo Presidente del Consiglio che possa essere preso come esempio dai giovani, un Presidente del Consiglio che non sia lo zimbello di tutto il mondo e che favorisca nel Paese una rinascita culturale, dopo lo scempio fatto in questi anni

Monica Fontanelli

firma la petizione