Sal & Inf - lo studente demotivato

 
 
di Massimo Antonucci
4 aprile, 2011 - tratto da Internazionale di Psicologia
 
È lì in fondo alla classe, cerca di mimetizzarsi, di passare inosservato. Fa lo stretto indispensabile, quello “che deve”. Interviene poco, di mala voglia, ha ormai interiorizzato quella posizione di ascoltatore passivo che troppo spesso a scuola si chiede di mantenere (didattica del “vaso vuoto da riempire”). Il suo obiettivo è la sufficienza, “passare” la verifica, far contenti i genitori. Percorre, così, con stanca rassegnazione un destino dato, di cui non coglie il senso.

Questo breve ritratto non è quello di uno studente con nome e cognome, ma l’identikit del tipo “studente demotivato” che così spesso s’aggira smarrito nelle scuole. Ci si può domandare quali siano i suoi tratti di personalità, ma è una domanda oziosa: questo studente, come detto, non ha nome e cognome e tanto meno ne conosciamo la personalità.
E allora? Proviamo a fare un discorso di carattere generale, partendo da una delle domande più importanti della psicologia: “Cosa spinge una persona a comportarsi in un certo modo?”. Rispondere a questa domanda significa cercare la motivazione di un comportamento. Galimberti definisce la motivazione come “Fattore dinamico del comportamento animale e umano che attiva e dirige un organismo verso una meta…”. In altre parole, la motivazione è ciò che spinge e orienta l’agire in vista di un obiettivo. In ambito scolastico, la stessa domanda la possiamo tradurre così: “Cosa spinge uno studente a studiare?”; “Quanto influisce nell’esecuzione di un compito la prospettiva di ricavarne una gratificazione, intesa come un buon voto o l’approvazione da parte di qualcuno?”; “I riconoscimenti esterni possono conciliarsi con il piacere in sé dello studio?”.
Per provare a rispondere a questo tipo di domande, bisogna innanzitutto distinguere tra motivazione estrinseca e motivazione intrinseca. Nelle motivazioni estrinseche ciò che spinge ad agire (nel nostro caso studiare) è il guadagno che si ottiene con quel comportamento (ad esempio il voto o la lode degli insegnanti); mentre nelle motivazioni intrinseche la motivazione non è esterna al comportamento ma è il comportamento stesso ad essere gratificante (ad es. si studia per il piacere di conoscere).
Proviamo a vedere più da vicino questi due differenti tipi di motivazione.
In primo luogo, è necessario sottolineare che la motivazione estrinseca è sostenuta dall’esterno attraverso l’uso sistematico di rinforzi positivi che permettono di modificare i comportamenti degli studenti nella direzione desiderata, con l’intenzione di avvicinare lo studente, almeno in un secondo tempo, alla motivazione intrinseca. Il rinforzo può essere definito come quello stimolo capace di aumentare, mantenere o ridurre la frequenza di un determinato comportamento. Il rinforzo positivo permette l’aumento della frequenza di un certo comportamento -ad esempio- un buon voto può essere considerato un rinforzo positivo perché incoraggia lo studente a ripetere un certo comportamento legato allo studio. Ad esempio, è normale che prima di arrivare al piacere della lettura (motivazione intrinseca) ci sia una fase più o meno faticosa in cui si deve imparare a leggere, e che questo sforzo vada sostenuto da rinforzi (motivazione estrinseca). Il problema nasce se si rimane sempre al livello della motivazione estrinseca: “studio per il voto”, “per far contenti i miei genitori” o “perché il titolo di studio mi permetterà di trovare un lavoro in cui si guadagna bene”. In tutti questi casi essere motivati da qualcosa di esterno all’atto dello studiare farà vivere questa attività solo come un faticoso dovere, senza mai apprezzare la possibilità dello studio come momento fondamentale per la comprensione di sé e del mondo circostante.
Per quanto riguarda la motivazione intrinseca, proviamo a chiederci da dove nasce e come funziona. Quando si parla di motivazione intrinseca bisogna tener presente una serie di concetti correlati: la curiosità epistemica (cioè orientata alla conoscenza), il bisogno di sentirsi competenti, l’autodeterminazione, l’esperienza di flusso e l’interesse.
• Il concetto di curiosità epistemica trae origine dalla teoria dei bisogni (una delle più note è quella gerarchica di Maslow), che possono essere innati e universali (ad esempio la fame o la sete) o legati ad aspetti socio-culturali ( (ad esempio, essere stimati e approvati). La curiosità epistemica può essere osservata già in bambini molto piccoli, e consiste nella curiosità per il funzionamento delle cose. La vediamo molto presto in opera nell’esplorazione dell’ambiente, motivata solo dal desiderio di conoscere.
• Il bisogno di competenza lo possiamo osservare, invece, nei comportamenti di chi passa il suo tempo a fare dei puzzle complicati oppure a montare e smontare una macchina. Tale tipo di motivazione è molto precoce e si manifesta tramite un tipo di interazione giocosa con l’ambiente.
• La teoria dell’autodeterminazione prende in considerazione il bisogno di scegliere. Questa teoria dice che se il soggetto vive una situazione di libera scelta, mantiene o accresce la motivazione per il compito; se invece vive lo svolgimento di una certa attività come imposto dall’esterno, si sentirà “costretto” e meno motivato.
• L’esperienza di flusso si verifica quando si è immersi in un compito o attività al punto da non accorgersi del tempo che passa. L’attenzione in questi casi è più focalizzata nello svolgimento del compito, piuttosto che sui risultati. Questo tipo di esperienza si verifica spesso nell’ambito di passatempi e delle attività ricreative, ma può manifestarsi anche in esperienze di lavoro, di studio o in altre attività.
• L’interesse, infine, emerge per effetto dell’interazione di aspetti relativi all’individuo e alle sue preferenze con le caratteristiche proprie di una certa situazione. L’interazione soggetto interessato-situazione interessante produce effetti sul piano cognitivo e su quello emotivo: sul piano cognitivo l’interesse influisce sull’impegno, sulla persistenza e la scelta del compito; sul piano emotivo, invece, gli effetti riguardano il piacere e la soddisfazione che si ricavano nello svolgimento di una attività.
L’esistenza di queste diverse manifestazioni della motivazione intrinseca fornisce ottimi argomenti per affermare che la scuola non ha il compito di “creare” la motivazione intrinseca. Come abbiamo visto il desiderio di conoscere e capire la realtà sono presenti fin dalla prima infanzia. La scuola allora deve più semplicemente evitare di deprimere la naturale motivazione alla conoscenza e, allo stesso tempo, progettare dei percorsi didattici in grado di intercettarla e metterla al servizio dell’apprendimento.
 
 

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