Sal & Inf - alimentazione

di Chiara Giovannini
 
Alcune ricerche hanno dimostrato che una donna può essere giudicata come più femminile se mangia poco piuttosto che se mangia molto (Basow e Kobrynowicz, 1993; Boch, 1995; Chaiken e Pliner, 1987; Haire, 1950; Stein e Nemeroff, 1995) e che il bisogno di presentare un’immagine positiva di sé guida i comportamenti alimentari (Mori, Chaiken e Pliner, 1987; Pliner e Chaiken, 1990; Roth, Herman, Polivy e Pliner, 2001).
 
E’ dall’infanzia che ciascuno noi decide cosa e quanto mangiare, a quali gusti e sapori abituare i suoi sensi, e queste decisioni vengono mantenute fino all’età adulta (Rozin, 1990a).
In parte queste scelte portano con sé una componente genetica indiscutibile (Birch e Fisher, 1998), come ad esempio la preferenza innata per sapori dolci e salati, e il disgusto per sapori aspri e amari. Anche la predisposizione all’apprendimento e alla neofobia (riluttanza a mangiare cibi nuovi) dipende, in parte, dal codice genetico (Birch e Fisher, 1998; Rozin e Vollemeche, 1986). Questo però non significa che i gusti dipendano in modo esclusivo da meri determinismi genetici, perché in realtà l’essere umano impara quotidianamente quanto, cosa e come mangiare.
Le ricerche mostrano che gli atteggiamenti e i comportamenti alimentari si apprendono per esposizione (Zajonc, 1968): è stato osservato che la frequenza di esposizione a un alimento, la sua familiarità, spiega buona parte della varianza nelle preferenze (Birch, 1979). L’esperienza ripetuta con un cibo aumenta la percezione della sua accettabilità e il suo consumo (Birch, Gunder, e Grimm-Thomas, 1998; Sullivan e Birch, 1994; Wardle, Cooke, Gibson, Sapochnik, Sheiman e Lawson, 2003; Wardle, Herrera, Cooke e Gibson, 2003), nonché il suo gradimento (Birch e Marlin, 1982; Birch, McPhee, Shoba, Pirok e Steinberg, 1987; Domel, Baranowski, Davis, Leonard, Riley e Baranowski, 1993; Sullivan e Birch, 1990; Wardle et al., 2003).

Molti comportamenti alimentari, inoltre derivano da forti associazioni stabiliti, anche involontariamente, tra un cibo e una particolare situazione (Rappoport, 2003).
Pensiamo a quelle situazioni nelle quali un sapore ci diventa sgradito perché associato ad una sostanza che ci ha provocato nausea o malessere.

Dall’età di 3-4 anni circa il bambino comincia a mettere in atto comportamenti alimentari non più solo guidati dalla necessità di nutrirsi, ma sempre più influenzati dai genitori. Tale influenza si esercita mediante il controllo dei canali di “accesso al cibo” (per esempio: l’acquisto; Lewin, 1951) e con l’ipervigilanza diretta sui figli non solo su cosa viene mangiato ma anche su quanto.
E’ ormai appurato che le porzioni abbondanti promuovono fin dalla tenera età comportamenti alimentari sregolati. Riprendendo quanto detto prima sulle proprietà associative di sapori e contesti, è chiaro che, ad esempio, l’associazione di una vivanda con contesti affettivi positivi o negativi influenza le preferenze alimentari dei giovani e i genitori influiscono sul contesto affettivo in cui si realizzano gli episodi alimentari dei figli, per esempio creando un’atmosfera giocosa, prestando loro attenzione mentre si mangia, coinvolgendoli nella preparazione dei pasti o, al contrario, sgridando e minacciando (Birch, 1990; Birch, Zimmerman e Hind, 1980; Casey e Rozin, 1989). La condivisione dei pasti in famiglia (piuttosto che fuori) promuove comportamenti di consumo sani tra gli adolescenti, per esempio un maggior consumo di frutta e verdura, un ridotto consumo di bevande e una minore probabilità di saltare la colazione (Neumark-Sztainer, Hannan, Story, Croll e Perry, 2003; Videon, Manning e Carolyn, 2003).

Cibo e televisione

I dati empirici rilevano che il tempo che i bambini passano davanti alla televisione è positivamente associato con la richiesta e il consumo di cibi pubblicizzati, cioè snak e bibite ipercaloriche nella stragrande maggioranza dei casi, con la disponibilità dei genitori a soddisfare le richieste alimentari dei figli, con un consumo ridotto di verdura e con una considerevole assunzione di calorie (Campbell, Crawford e Ball, 2006; Gable e Lutz, 2000; Galst e White, 1976; Taras, Sallis, Patterson, Nader e Nelson, 1989). Nelle famiglie in cui la tv è normalmente accesa durante i pasti, i bambini tendono a mangiare meno frutta e verdura e più pizza, snack e bibite gassate rispetto ai bambini delle famiglie in cui vedere la tv e mangiare sono due attività separate (Coon, Goldberg, Rogers e Tucker, 2001).

Come possono i genitori limitare il consumo di cibi poco salutari e incoraggiare il consumo di quelli sani?

Il Child Feeding Questionnaire sviluppato da Birch, Fisher, Grimm-Thomas, Markey, Sawyer e Johnson (2001) cerca di misurare l’efficacia di alcuni stili parentali come la restrizione, la pressione a mangiare e il monitoraggio. Vediamoli nei dettagli.

La restrizione

I risultati indicano che le pratiche restrittive dei genitori possono aumentare l’attrattiva per cibi malsani da parte dei bambini e promuoverne la scelta e il consumo, anche in assenza di fame provocando, inoltre, sentimenti negativi per aver mangiato alimenti proibiti (Fisher e Birch, 2000; Fischer e Birch, 1999a; Fischer e Birch, 1999b; Brown e Ogden, 2004; Jansen, Mulkens e Jansen, 2007; Liem, Mars e De Graaf, 2004).

Fare pressione

Maggiore è la pressione minore risulta il consumo di frutta e verdura (Fisher, Mitchell, Smiciklas-Wright e Birch, 2002; Arredondo et al., 2006) mentre aumenta, da parte di bambini e adolescenti, il consumo di snack poco sani (Brown, Ogden, Vogele e Gibson, 2008).

Il monitoraggio

Il monitoraggio sembra invece influenzare positivamente l’adozione di una dieta sana (Arredondo et al., 2006; Vereecken, Keukelier e Maes, 2004).

In generale, studi correlazionali (Birch e Fisher, 2000; Brown e Ogden, 2004; Carper, Orlet e Birch, 2000; Johnson e Birch, 1994) e longitudinali (Fisher e Birch, 2002; Birch, Fisher e Davison, 2003) hanno mostrato che il controllo esterno da parte dei genitori ha l’effetto di rendere i bambini meno sensibili agli stimoli fisiologici interni di fame e sazietà e meno capaci di autocontrollo, con esiti palesi sul peso, sulla massa grassa e sull’indice di massa corporea (MBI) (Birch e Fisher, 2000; Spruijt -Metz, Lindquist, Birch, Fisher e Goran, 2002; Lee, Mitchell, Smiciklas- Wright e Birch, 2001).

Recenti studi segnalano come cercare di guidare i figli verso scelte alimentari sane non è certo controproducente ma le modalità con le quali questo viene messo in atto esercitano un ruolo fondamentale.

Uno stile autoritario basato sul controllo dei comportamenti alimentari in modo coercitivo dove determinati cibi vengono tassativamente vietati e altri promossi senza la minima considerazione dei gusti dell’interessato, non è una modalità funzionale. Così come uno stile permissivo di totale libertà su qualità e quantità non produce buoni risultati. Lo stile vincente sembra essere quello autorevole caratterizzato da negoziazioni, ragionamenti e finalizzato a regolare e guidare il comportamento. Questo stile permette ai figli di raggiungere una certa indipendenza responsabile, oltre che un notevole benessere psicologico maturità psicosociale.

Concludendo dunque le abitudini alimentari influenzano la percezione che abbiamo di noi stessi e degli altri e sono gestite come strategie di rappresentazioni di sé (per una rassegna cfr. Conner e Armitage, 2002).

L’articolo proposto è tratto da una ricerca di Margherita Guidetti e Nicoletta Cavazza riportata su Psicologia Sociale n. 3, settembre-dicembre 2010 dal titolo: “De gustibus: l’influenza sociale nella costruzione dei repertori alimentari”.

 

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