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Dalle scimmie una proteina protettiva verso l'HIV

 

 

Una scoperta che apre nuove prospettive alla lotta all'HIV negli esseri umani: il team di ricerca svizzero del Prof. Jeremy Luban (Università di Ginevra) e quello del Prof. Markus Grütter (Università di Zurigo), in collaborazione con gruppi provenienti da Stati Uniti e Francia, il 21 aprile 2011 hanno pubblicato sulla Rivista Nature un lavoro scientifico in riferimento alla scoperta di una proteina conosciuta come TRIM5. Questa proteina naturalmente presente nelle scimmie rhesus parrebbe prevenire l'infezione da HIV impedendone la moltiplicazione intracellulare.

La nota resistenza all'HIV da parte delle scimmie rhesus sembra essere, per l'appunto, legata alla presenza di questa proteina protettiva. Nel caso di un'infezione da HIV, la proteina intercetta il virus non appena entra nella cellula e ne impedisce la moltiplicazione. La proteina TRIM5 era conosciuta da almeno 6 anni, ma non si capiva il meccanismo d'azione protettivo nei confronti del virus.

Il virus che penetra nella cellula durante l'infezione, ha una conchiglia, le cui componenti sono disposti in un reticolo. La proteina TRIM5 riconosce in maniera specifica questa struttura a traliccio e vi aderisce inducendo una reazione antivirale intracellulare, oltre a determinare la liberazione di citochine, sostanze in grado di modificare il comportamento di altre cellule. I ricercatori svizzeri sono così riusciti a dimostrare l'innesco immediato da parte della proteina di una risposta immunitaria al contatto col temuto virus, come un sensore innato di HIV nel sistema immunitario.

Anche gli esseri umani sono dotati di una proteina TRIM5, ma è risultata scarsamente efficace nell'azione di difesa da HIV, ragione per cui questa scoperta riveste un significato di particolare importanza nella lotta all'infezione.

Il problema dell'AIDS rimane importantissimo per la salute a livello globale, si consideri che nel mondo attualmente si contano 2milioni di morti all'anno su 33milioni di individui infetti (ogni anno si infettano 2,7milioni di persone). Dopo il decennio di allarme per quella che venne definita “la peste del 20° secolo” oggi la più parte della popolazione che vive nell'emisfero nord del globo dorme sonni tranquilli in relazione a questo pericoloso virus, in realtà l'infezione non è affatto superata e il livello di guardia e quindi di adeguata informazione deve rimanere alto.

Il 19 aprile 2011 viene pubblicata la comunicazione che l’Istituto Superiore di Sanità Italiano e il National Department of Health del Sudafrica iniziano la Sperimentazione Clinica di Fase II (ISS T-003) del vaccino italiano basato sulla proteina Tat di HIV-1 in Sud Africa presso il Centro Clinico di Medunsa (MeCRU), Ga-Rankuwa, nella provincia di Gauteng.

Lo studio, condotto dal gruppo di ricerca italiano coordinato da Barbara Ensoli del Centro Nazionale AIDS dell’Istituto Superiore di Sanità e finanziato dal Ministero della Salute italiano, è in questa fase di sperimentazione, sostenuto dal Ministero degli Esteri.
Lo studio sarà condotto in doppio cieco con gruppo di controllo e interesserà un totale di 200 individui di età compresa tra i 18 e i 45 anni.

Lo studio in Sud Africa inizia dopo che il vaccino Tat ha dimostrato di essere sicuro e capace di indurre risposte immuni specifiche (anticorpali e cellulari) nei precedenti studi già condotti sull’uomo. Il vaccino Tat si rivela ora, un promettente strumento per migliorare le funzioni immunitarie in soggetti HIV positivi in terapia antiretrovirale.

Le notizie sono rincuoranti, gli scienziati non demordono, ma il consiglio rimane sempre lo stesso: non dimentichiamo il virus da immunodeficienza acquisita e non abbassiamo la guardia, nel caso temessimo di essere in qualche modo venuti a contatto con il virus è sempre bene sottoporsi al test che viene effettuato in forma gratuita e anonima presso le Unità Operative Aids delle Asl e presso Centri e Reparti di Malattie Infettive. Solitamente non è richiesta l'impegnativa del medico di base, è sufficiente presentarsi presso le Unità Operative.

É bene ribadire che già dopo 3 mesi dal presunto contagio è possibile avere una diagnosi certa di sieropositività in quanto gli anticorpi anti-HIV si formano dopo quello che viene definito “il periodo finestra” che può durare da 1 a 3 mesi. Il test utilizzato per la diagnosi dell’HIV si chiama ELISA (Enzyme-Linked ImmunoSorbent Assay, ovvero dosaggio immuno-assorbente legato ad un enzima), inoltre si consiglia:

  • di eseguire il test subito dopo l'ipotetico contagio ad accertarsi di pregressa sieropositività

  • nel caso il test risultasse positivo è necessario sempre eseguire un test di conferma per fare diagnosi

  • se il test risultasse negativo dopo 3 mesi dall'evento considerato a rischio, si può definire il non avvenuto contagio

  • un test ELISA positivo, confermato successivamente da un test di conferma anch’esso positivo, indica in maniera definitiva che il contagio è avvenuto

Note di approfondimento:

 
 
 

 

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