NADiRinforma segnala:Terra Futura 2011

 

Il mio è prima di tutto un appello perché tutti gli italiani si rechino il 12 e 13 giugno a votare per i 4 referendum. Soprattutto per quello per l'acqua. Anche per questio questito serviranno 25 milioni di voti. Non esitiamo se vogliamo far far tornare questo elemento prezioso per la vita, un bene comune.

Capirete che per me il cuore dei referendum è l'acqua, madre di tutta la vita sul nostro pianeta. L'acqua è la vita! Il Parlamento italiano, primo in Europa e forse nel mondo, ha dichiarato l'acqua una merce (Decreto 23bis del 06/08/2008 e Legge Ronchi del 19/11/2009) . Come abbiamo fatto a privatizzare la madre della vita? Vi verrebbe mai in mente di privatizzare vostra madre?

Purtroppo l'acqua è diventata oggi, per il mercato, “l'oro blu”, proprio come il petrolio lo è stato nel ventesimo secolo. Un potere mafioso ed immorale si sta impossessando dell'acqua del pianeta perché consapevole della sua indispensabilità e anche della sempre minore disponibilità. Solo il 3% dell'acqua del pianeta è potabile e il 2,70% viene usato dall'agribusiness. Ci rimane solo lo 0,30 della disponibilità totale su cui le multinazionali, come Veolia e Suez, stanno cercano di mettere le mani sapendo che questo bene preziosissimo per l'umanità andrà sempre diminuendo sia per l'aumento demografico sia per il riscaldamento del pianeta (2 gradi in più). Secondo gli scienziati questo riscaldamento provocherà lo scioglimento dei ghiacciai e dei nevai e la perdita di fonti idriche insostituibili.

Ecco perché è in atto questa corsa per accaparrarsi l'acqua. E' una guerra culturale, politica, sociale dal cui esito dipende la nostra democrazia. Scrive Roberto Lessio nel suo libro “All'ombra dell'Acqua” in uscita nei prossimi giorni: “Tra i tanti processi di privatizzazione , quello dell'acqua è il più criminale perché è il più disonesto , il più sporco e pericoloso per l'esperienza umana”. Vuol dire bollette salatissime nel nord del mondo (il privato deve guadagnare) e milioni di morti di sete nel sud del mondo.

Ecco perché il referendum è così importante con quelle due domande che sono un vero pugno nello stomaco a questo odioso mercato:
1°) L'acqua è un bene comune di non rilevanza
economia e quindi chiediamo che sia abrogato l'art. 23 bis del decreto legge 25 giugno 2008 n.112 varato dal governo Berlusconi
2°) Togliere il profitto dall'acqua contro il codice dell'ambiente varato dal centrosinistra.

Noi chiediamo due SI' a queste domande: è questione di vita o di morte. Diciamo si alla vita e alla democrazia.

Alex Zanotelli, Comunità missionaria dei Comboniani da Articolo21

Terra Futura 2011

Oltre 94mila visitatori sono arrivati alla Fortezza da Basso a Firenze per Terra Futura, la mostra-convegno che si conclusa domenica scorsa e che ha permesso di conoscere dal vivo le numerose buone prassi di sostenibilità diffuse nel Paese. Se è impossibile riassumere il ricchissimo programma culturale - che si è snodato fra seminari, dibattiti e convegni con esperti e testimoni dei diversi ambiti e i numerosi workshop e laboratori che hanno permesso ai visitatori di sperimentare progetti e percorsi, frutto di scelte e azioni di vita, di governo e di impresa - è però possibile soffermarci su alcuni dei “beni comuni” che sono stati al centro di questa ottava edizione della manifestazione.

 

Hanno innanzitutto “fatto notizia” i 40 milioni di persone che nel solo 2010 sono state costrette a fuggire non dalla guerra o dalla tortura, ma dal loro stesso ambiente diventato inospitale e invivibile a causa di cambiamenti climatici e desertificazione. Sono gli “ecoprofughi”, di cui anche quest’anno si è occupata Legambiente nel dossier Profughi ambientali: cambiamento climatico e migrazioni forzate”, presentato sabato mattina. “Non è più la guerra la principale causa di migrazione: gli ultimi dati disponibili per il raffronto, relativi al 2008, riferivano di 4,6 milioni di profughi a causa dei conflitti contro i 20 milioni di ecoprofughi nello stesso anno” – riporta il dossier.

Un fenomeno dai tratti inquietanti se si considera che, secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati e l’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni, entro il 2050 si arriverà a 200, forse addirittura a 250 milioni di rifugiati ambientali con una media di 6 milioni di persone all’anno. Ma secondo lo studio di Legambiente a pagare già oggi le conseguenze di tsunami, desertificazione, alluvioni e eventi metereologici eccezionali sono i popoli del Sud del mondo dove ben l’80% non può permettersi di fuggire. La conferma arriva anche dallo UNDP secondo cui dei 262 milioni di persone colpite da disastri climatici tra il 2000 e il 2004 ben il 98% viveva in un paese in via di sviluppo.

“Gli effetti dei cambiamenti climatici sono già una drammatica realtà in molti Paesi che pagano un prezzo alto in vittime e sfollati” – ha dichiarato Maurizio Gubbiotti, coordinatore della segreteria nazionale di Legambiente. “Non si può pensare di intervenire solo in modo emergenziale sugli eventi catastrofici, è necessario, invece, affrontare l’emergenza climatica e umanitaria, partendo da efficaci politiche di cooperazione internazionale”. Il problema dei profughi ambientali – ha spiegato Paolo Beccegato, responsabile area internazionale di Caritas Italiana - è causato dal fenomeno dei cambiamenti climatici, ma anche da quello dei crescenti conflitti ambientali. In qualche modo, perciò, tutta la questione va ricondotta alla capacità di gestione e trasformazione non violenta dei conflitti”.

Di profughi e diritti mancati in Italia ha parlato Antonio Russo, responsabile area immigrazione ACLI, che ha definito il nostro Paese “impreparato ad affrontare una non-emergenza”. “Negli ultimi otto mesi – ha detto Russo - sono circa 38mila le persone arrivate in Italia, di cui 20mila sono ‘migranti economici’ provenienti dalla Tunisia e gli altri titolari di diritto alla protezione sussidiaria. Ricordo che un decreto flussi, che viene istituto annualmente, vale 150mila persone, perciò stiamo parlando di numeri esigui”. Oltre alla correlazione tra impatti ambientali e povertà, quello che emerge dal dossier di Legambiente è che a pagare le conseguenze dei danni provocati dai mutamenti climatici è in primo luogo il genere femminile. Le donne, infatti, sono le prime vittime dei disastri ambientali con un rapporto di 3 a 1 rispetto agli uomini.

E proprio le donne della Tunisia hanno animato il dibattito sulla “primavera araba”, il grande movimento di emancipazione che ha preso il via nel Maghreb, infiammando poi altre zone del mondo arabo, per chiedere a gran voce libertà e democrazia contro la tirannia dei regimi. Un movimento in cui le donne hanno avuto un ruolo centrale: una decina di associazioni e ong di donne tunisine ha formato una sacca di resistenza al regime, scrivendo rapporti sullo stato della libertà e della repressione in Tunisia per fare conoscere all’estero la drammatica situazione. “La resistenza delle donne è stata dura” – ha testimoniato Radhia Benhaj Zekri, presidente dell’Associazione delle donne tunisine per la ricerca sullo sviluppo, una delle realtà in prima fila nella rivoluzione. “Ci è stata impedita l’azione in ogni modo” – ha detto Zekri. “Ci hanno vietato l’accesso allo spazio pubblico, siamo rimaste confinate in piccoli locali, la banca centrale ha bloccato i fondi alle ong e alle associazioni, e la polizia impediva alle giovani l’accesso alle sedi delle nostre organizzazioni. Così ci siamo dovute organizzare per sopravvivere e per restare operative. A differenza di altre rivoluzioni, quella tunisina è fatta di uomini e di molte donne, che hanno avuto un ruolo importante e all’avanguardia. E hanno pagato caro il loro impegno: sono state arrestate, ferite e uccise”.

Ora la Tunisia sta attraversando una situazione molto fragile, è in un periodo di costruzione. “Le donne – ha detto ancora la Zekri - chiedono la presenza nella costruzione delle nuove istituzioni. Dopo 50 anni, la sovranità va ora ridata al popolo: il governo attuale è provvisorio e illegittimo, con a capo un ex presidente del Parlamento senza poteri e che garantisce solo una piccola transizione. Ci battiamo per elezioni libere, ma la rivoluzione è nata spontaneamente, senza partiti e senza leader, quindi non è di facile gestione. Ora c’è un vuoto istituzionale, c’è confusione e pericolo, perché le forze del vecchio regime continuano comunque a insidiare la rivoluzione. È nata anche una campagna per cambiare la legge elettorale, imponendo la parità nelle preferenze, affiancando un uomo e una donna, perché il nostro motto è ‘fare la rivoluzione insieme’.

il “tema caldo” della privatizzazione dell’acqua, a pochi giorni dal referendum del 12 e 13 giugno, è stato al centro dell’ultima giornata. “Se il dibattito in Italia si concentra sul quesito referendario, il resto del mondo si confronta con il problema dell’accesso all’acqua e sugli effetti dei mutamenti climatici” – ha spiegato Susan George. Padre Alex Zanotelli ha ricordato che nel mondo 1,3 miliardi di persone non hanno accesso all’acqua potabile e che le previsioni dell’Onu parlano di 3 miliardi tra qualche anno. Questo senza contare il grande problema del surriscaldamento globale. Tra le buone pratiche di lotta per il diritto all’acqua presentate a Terra Futura, vi è stata l’esperienza di monsignor Luis Infanti De La Mora, rappresentante del Consiglio per la difesa della Patagonia (CDP). Il vescovo della regione dell’Aysèn (Cile) ha partecipato all’assemblea degli azionisti Enel per opporsi al progetto di cinque dighe e chiedere la restituzione ai cileni dei “diritti di sfruttamento” dell’acqua. “La Patagonia – ha spiegato – negli ultimi vent’anni è diventata terra molto ambita dalle multinazionali e questo ha dato origine a scontri, anche violenti, tra i favorevoli e i contrari ai progetti proposti, o meglio, imposti. Quella delle multinazionali è un’invasione “pacifica”, che non avviene con le armi, ma con la forza del potere economico e politico, con frequenti tentativi di comprare la comunità e pure la Chiesa e le altre organizzazioni che aiutano la gente a sviluppare un pensiero critico”. [GB]

>>>> TERRA FUTURA

 

 
 

Condividi