2 agosto 1980 - Strage alla stazione di Bologna

Quel maledetto 2 agosto di 30 anni fa
di Redazione
tratto da Articolo 21


Quel maledetto 2 agosto di 30 anni fa

 

 

 

 

 

 

 

La strage di Bologna, compiuta sabato 2 agosto 1980, è uno degli atti terroristici più gravi avvenuti in Italia nel secondo dopoguerra. Conosciamo gli esecutori materiali ma non i mandanti. Nei due interventi di Loris Mazzetti e Roberto Scardova che vi invitiamo a leggere, il ricordo di quella tragica giornata, l'appello a non dimenticare. Verità e giustizia è ciò che chiedono a 30 anni di distanza i familiari delle vittime.
 

 

Strage di Bologna, 30 anni dopo. L'orrore, le inchieste, i depistaggi

di Roberto Scardova

Strage di Bologna, 30 anni dopo. L'orrore, le inchieste, i depistaggi

Il boato si udì anche in via Alessandrini, persino dentro gli studi insonorizzati della vecchia sede Rai. Chiamammo subito i vigili del fuoco: in stazione, ci dissero, è crollata una pensilina, ci sono morti... Il collega Romano Zanarini ed io ci precipitammo fuori della redazione, buttandoci a correre lungo via Indipendenza, seguiti a stento dall'operatore Romano Prati impacciato dalla telecamera. L'orrore: sul piazzale antistante la stazione macerie e brandelli di corpi umani erano sparsi ovunque, un odore forte e sconosciuto - l'esplosivo combusto,sapemmo poi -  impregnava l'aria, le prime autoambulanze coprivano con le sirene spiegate ogni altro rumore...  
Con Romano Prati eravamo arrivati a Bologna col treno proprio mezz'ora prima, avevamo attraversato la stazione affollata di gente agitata per le vacanze, il bar era preso d'assalto per un caffè o un'acqua minerale, eravamo passati accanto ai taxi in fila ordinata davanti alla sala d'aspetto... Ora non c'era più nulla. Né la stazione, né il caffè. Né i taxi. Con uno straccio, un taxista in stato di choc grondava sangue ma insisteva meccanicamente a spolverare la propria macchina, rottame informe giallastro sotto travi di ferro e di cemento.   
Nessuno faceva caso a noi. Filmammo, a nostra volta muti e choccati, i primi soccorsi. Le barelle coi feriti. I cadaveri pietosamente ricoperti da lenzuola bianche. I giovani soldati che cominciavano con le mani nude a scavare tra le macerie alla ricerca di sopravvissuti. Poco dopo arrivò il prefetto: i giornalisti lo accerchiarono. “Forse una caldaia…” disse. Un ferroviere conosceva me e Zanarini, e ci sussurrò  “…ma quale caldaia. Qui non ce ne sono”. 
Presi il coraggio a due mani, e gridai al prefetto “ma quale caldaia, prefetto. Questa è una bomba”. Lui mi guardò, e tacque. Ci spostammo per far passare l'autobus numero 37, coi finestrini coperti da lenzuola. Andava all'obitorio, carico di cadaveri.   
Una bomba. Quaranta chili di miscela esplosiva a base del micidiale C4, disponibile soltanto ai militari. Chi l'aveva collocata, chi aveva ordinato quel massacro, e perchè? Il sindaco Zangheri, durante i funerali, aveva ammonito le istituzioni dello Stato:  Bologna vuole la verità, oppure sarà la gente di Bologna a giudicare voi. Il presidente Pertini, accanto a lui, annuiva.   E però trent'anni dopo a molte domande non è stata data risposta.  Zanarini ed io seguimmo le indagini ogni giorno: e ci si accorse che sulla magistratura di Bologna si era scatenato da subito un inferno di pressioni piduiste, di depistaggi, di informazioni negate proprio dallo Stato e dai suoi organi. Licio Gelli aveva suggerito “cercate una pista internazionale”, e  su quella le indagini si smarrirono a lungo.  
Ancora oggi non si è potuti andare oltre la manovalanza neofascista. Celebrato il processo, inflitti gli ergastoli agli autori materiali, tutto si è fermato. Sono scattate ferree protezioni. Il progetto politico alla base della strage non è stato disvelato. L'intreccio tra uomini dei servizi segreti, piduisti, neofascisti, mafiosi  e criminali della Magliana è stato faticosamente intuito e in molti casi provato, ma è stato impossibile risalire a coloro che avevano strategicamente pianificato l'eccidio. I mandanti hanno potuto rimanere comodamente nell'ombra.  
Negli ultimi tempi si è di nuovo suggerita una pista internazionale, quella palestinese stavolta, scaturita dai lavori della Commissione Mitrokhin. Si sono indicate presunte responsabilità di uomini legati al ben noto terrorista Carlos. Le motivazioni appaiono fragili (ritorsione per un sequestro di armi destinate al Fronte palestinese). Carlos del resto dal carcere nega, e fa notare che  il sospetto attentatore sarebbe stato davvero stupido a registrasi – come si dice abbia fatto - con nome e cognome autentici, proprio nell'albergo di fronte alla stazione. Ma tant'è: la Procura di Bologna deve andare fino in fondo, e lo sta facendo, seppure con risultati non incoraggianti.  
I magistrati di Brescia lavorano invece su un terreno più solido.  Sebbene ignorato o quasi dalla grande stampa, a Brescia è in corso  il processo per la strage di Piazza della Loggia, ancora impunita dopo  36 anni. Imputati altri neofascisti, tra cui Pino Rauti. In aula i giudici stanno tirando le fila dell'intera storia dell'eversione in Italia. 
Emergono novità importanti: tra cui l'esistenza di un servizio supersegreto e sinora ignorato, e le frequentazioni mafiose di Giusva Fioravanti prima e dopo la strage del due agosto. Si confermano inoltre le complicità con le trame di apparati spionistici stranieri – dalla Cia al Mossad - impegnati ad alimentare la strategia della tensione in Italia. Ma su tutto questo retroscena – la nostra storia - grava  il silenzio delle istituzioni. Gli archivi dei servizi restano muti. I governanti della prima Repubblica tengono per sé quanto hanno potuto sapere. I vecchi spioni vanno in pensione tacendo, o rilasciando interviste nelle quali ammettono a fatica ciò che è ormai universalmente accertato.   Nel frattempo, tanto per dare una mano, la maggioranza di governo caldeggia la proposta di prolungare i termini del segreto di Stato oltre i trent'anni fissati dalla legge appena tre anni fa. Ma soltanto – ha voluto precisare il relatore, il finiano onorevole Granata -  quando le informazioni potrebbero coinvolgere “impegni internazionali”. Ciò equivale a dire segreto per sempre, all'infinito: e per tutte le stragi italiane, da Portella delle Ginestre sino ad Ustica, ed alla stazione di Bologna. 
 
 
di Loris Mazzetti
“La nostra vendetta è la memoria”, così Paolo Bolognesi, presidente dell’Associazione familiari delle vittime, ha presentato il 30esimo anniversario della Strage di Bologna: 85 morti e 207 feriti. Per la prima volta il ministro che parteciperà in rappresentanza del governo, il 2 agosto nella piazza della stazione non prenderà la parola e per la prima volta alle ore 10,25, dopo il minuto di silenzio, non partirà la solita bordata di fischi, indirizzata a tutti i governi che si sono succeduti negli anni, per aver promesso, e mai mantenuto, di abolire il segreto di Stato per i delitti di stragi terroristiche. A distanza di 30anni si conoscono i nomi di chi ha messo la bomba, Mambro e Fioravanti, ma non si conoscono i mandanti, chi ha depistato e il vero ruolo della P2 di Licio Gelli. Il commissario, facenti funzioni di sindaco di Bologna, Anna Maria Cancellieri, ha detto che è giusto che sul palco a parlare siano solo i famigliari delle vittime perché la commemorazione è dedicata ai parenti scomparsi. Credo che, con tutto il rispetto dovuto a chi è rimasto colpito negli affetti, il 2 agosto appartiene un po’ anche ai bolognesi e a tutti gli italiani. Quel giorno tutti abbiamo perso qualche cosa.                                                                                    
Erano soprattutto gli “anni di piombo” e il 1980 aveva visto una lunga scia di sangue che era iniziata fin da gennaio con l’omicidio del presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella, un delitto di stampo mafioso anche se gli inquirenti non escludevano il movente politico: Mattarella era l’uomo del dialogo tra Dc e Pci. A Milano le Brigate Rosse avevano massacrato tre poliziotti della Digos, mentre a Genova Prima Linea in un agguato aveva freddato il tenente colonnello dei carabinieri Emanuele Tuttobene e l’agente Antonio Cosu. La violenza delle Br era inarrestabile prima uccisero a Roma il vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura Vittorio Bachelet, poi di nuovo a Milano Walter Tobagi giornalista del Corriere della Sera, mentre i Nar colpirono a morte il sostituto procuratore della Repubblica Mario Amato che stava indagando sull’eversione nera. Il clima nel Paese era di terrore ma nonostante tutto si intuiva che qualche cosa stava cambiando: il Parlamento aveva varato la legge sul “pentitismo”, era stato arrestato Patrizio Peci, capo militare delle Br confluito in Prima Linea, che di fronte al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa cominciò a parlare ed erano stati arrestati brigatisti importanti come Roberto Sandalo e Marco Donat Catten, il figlio di Carlo vicesegretario della Dc. Il 27 giugno alle 20,45 scomparve dai radar, sopra Ustica il DC 9 partito da Bologna per Palermo con 81 persone a bordo. Si disse che l’aereo era stato colpito da un meteorite, poi si parlò di collisione, infine di un missile vagante. Il fatto era avvolto dal più profondo mistero. Questo “incidente” contribuì ad aumentare la tensione e convinse tanti a scegliere il treno come mezzo per andare in villeggiatura.                     
Quella mattina del 2 agosto 1980 la stazione di Bologna era particolarmente gremita. Fuori sul piazzale un grande via vai di macchine che scaricavano famiglie e valige, giovani con zaini stracolmi, baci e abbracci. All’interno la biglietteria aveva file lunghissime, le due sale d’aspetto erano piene di italiani e stranieri tutti con gli occhi puntati ai monitor per l’arrivo del treno o per la partenza della coincidenza. Bologna è il principale nodo ferroviario del Nord Italia e per tutti quelli che vogliono fare una vacanza sull’Adriatico passaggio inevitabile.                                              
Maria Fresu ha ventiquattro anni è insieme a due amiche, una è Verdiana Bidona di ventidue e alla figlia Angela di tre che non sta ferma un momento. Maria viene da un paese vicino a Firenze, Montespertoli, quella vacanza sul lago di Garda l’aveva progettata da tanto tempo ed era in attesa della coincidenza per Verona.                      
Sonia Burri ha sette anni e ha fatto amicizia con Kai Mader, un anno in più, otto, è danese e sta viaggiando con il fratello quattordicenne Eckerdt e la madre Margherete, mentre Luca Mauri di sei anni è tenuto per mano dai genitori Anna e Carlo ma vorrebbe giocare con Sonia e Kai. L’unico luogo un po’ fresco è il bar, stracolmo di gente, l’acqua e il caffè vanno per la maggiore. Euridia Bercianti è una bella donna di 49 anni la conoscono tutti sta dietro al bancone a fare caffè e cappuccini da sempre, anche in quei giorni di super lavoro ha il sorriso sulle labbra e mai una parola fuori posto, “anche se in stazione se ne vedono di tutti i colori” raccontava spesso.        
Alle ore 10,25 una valigia lasciata nella sala d’aspetto di seconda classe, contenente circa venti chilogrammi di esplosivo militare gelatinato Coupound B, una miscela composta da nitroglicerina, nitrato, nitroglicol, solfato di bario, tritolo e T4 con temporizzatore chimico costruito in modo artigianale usato come innesco, esplode sbriciolando la sala d’aspetto, sfondando quella di prima classe, due vagoni del treno Ancona-Basilea sventrati come il bar ristorante, una grande onda anomala di centinaia e centinaia di metri cubi di terra, travi, pensiline d’acciaio, rotaie, traversine, blocchi di cemento armato travolge bambini, donne, uomini, panini, bibite, carte da ufficio, sandali da mare, scarponi da montagna, riversandosi poi in più punti: verso la piazza della stazione, verso il primo binario, entrando nel sottopassaggio. In pochi secondi: 85 morti e 207 feriti di cui 70 con invalidità permanente.                              
Sono trascorsi 30anni da quel maledetto 2 agosto e sono altrettanti anni che alla domanda: “Perché, perché, perche?”, non è ancora giunta risposta.
 
 
 

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