Sal & Inf. : L'epoca delle passioni tristi - Benasayag

L’epoca delle passioni tristi

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Benasayag è un filosofo psicanalista argentino. Ha militato per anni nella guerriglia guevarista, arrestato e torturato, ha in seguito sviluppato un forte interesse per temi sull’infanzia e sull’adolescenza. Nel suo celebre libro “L’epoca delle passioni tristi”, edito da Feltrinelli Banasayag colloca l’inizio della crisi negli anni ’70.

Con il crollo del comunismo e l’avanzata del capitalismo, il futuro muta di segno: da promessa a minaccia. Si è venuta a creare una ideologia della crisi, dell’emergenza. Su questa una ideologia patchwork prova a fare finta di niente, ed è una scuola di pensiero che ha sostituito la parola “minaccia” a quella di “promessa” rispetto al futuro e che sta cercando di nascondere la crisi attuale. Su un palcoscenico dove la tecnica e l’economia proclamano successi e profitti come promessa messianica il mondo diventa incomprensibile e privo di senso sopratutto per quegli adolescenti chiamati ad affrontare importanti cambiamenti evolutivi. Tecnicamente tutto diviene possibile, la scienza non ha segreti, perchè molto preso, grida, sarà in grado di spiegare tutto in termini di meccanismi e scoperte rivoluzionarie. Nulla sarà quindi inaccessibile all’uomo. Ogni limite viene abbattuto: anche nelle relazioni più importanti, come quelle tra padri e figli viene a crollare il principio d’autorità, quello stesso principio cioè che permette e garantisce la trasmissione della cultura tra generazioni. A questo legame succede, inefficace, l’autoritarismo: si insegna con la minaccia e la persuasione commerciale. “Devi imparare, perché nella giungla devi essere forte, devi essere all’altezza”.

Eccole, le “passioni tristi”, questo legame che viene a mancare, si dissolve, fra noi e gli altri, e dentro ognuno di noi. Se gli adulti si esprimono in termini di minaccia è perché pensano che quella attuale non sia un’epoca propizia al desiderio, “andrà meglio più avanti”, ma è una trappola fatale perché solo un mondo di desiderio e fantasia può sviluppare legami importanti e creare valore. Armare i ragazzi significa farli appartenere a quello stesso mondo beffardo, il mondo della serialità. Il lavoro che il clinico e qualunque altro educatore deve fare è imparare ad allontarsi dall’abitudine di fare diagnosi incasellando il paziente in categoria normalizzate e aiutare l’altro ad affrancarsi dalla sua etichetta che spesso viene considerata come un modo di essere al mondo. Chi viene stigmatizzato dall’etichetta sa che la società si aspetta da lui il fatto che si identifichi con quella etichetta perché solo in quel modo la società può aiutarlo. La nostra società deve dare spazio alla multidimensionalità e all’apertura, non dobbiamo più pensare che le competenze scientifiche possano darci tutte le risposte che cerchiamo sul senso della vita, ma dobbiamo accettare che l’aumento dei saperi debba garantire la molteplicità. La resistenza all’ideologia scientista (cioè all’idea che con la scienza si possa rispondere a qualunque interrogativo) toglie alla scienza stessa un po’ di responsabilità. Il lavoro psicoterapeutico non è un lavoro di aggiustamento dei sintomi ma della collocazione che questi hanno nella persona. Dobbiamo occuparci di chi viene considerato un “fallito” ma anche avere uno sguardo a chi viene considerato un “vincente” perché trionfare significa spesso recidere completamente i legami con la propria fragilità. Bisogna evitare la clinica della tristezza cioè la clinica della normalizzazione ma andare verso le passioni gioiose costruento con i pazienti, delle situazioni creative all’interno delle quali tessere una molteplicità. La clinica del legame ha come obiettivo aiutare i pazienti e le loro famiglie a strutturare le loro relazioni e a sviluppare legami che costituiscono le loro situazioni. Avere legami con gli altri significa avere lo spazio della fragilità, della situazione. Stare in relazione ci apre una prospettiva molto più ampia rispetto alla nostra piccola vita individuale.

 
 
 

Sal & Inf

 
 
 

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