Sal & Inf: la memoria a lungo termine

Nient’altro che la verità

di Chiara Giovannini

Gli studi sulla memoria a lungo termine si collegano al discorso sull’attendibilità o meno della testimonianza oculare .

James McKeen Cattell iniziò ad occuparsene nel 1985 e scoprì che le persone hanno ricordi sfocatissimi circa esperienze quotidiane di fatti comuni, per esempio non si ricordano che tempo ha fatto la settimana scorsa, chi si è incontrato per prima la mattinata, così come non si sa dire con precisione se all’interno di una mela i semi sono rivolti verso il picciolo o la parte opposta.

Maggiore, poi, è il tempo trascorso tra l’accaduto e la sua rievocazione, maggiore è la possibilità di incorrere in errori e difficoltà nel rievocare dettagli.

Che cosa accade allora nel caso dei testimoni oculari? Certamente credono di dire il vero, ma la loro descrizione dei fatti è plausibile? Di questo problema si è occupata Loftus (nella foto) che ha condotto una serie di esperimenti proprio sull’affidabilità della testimonianza oculare.
In uno dei suoi primi lavori Loftus (Loftus e Palmer, 1974) ha condotto un esperimento relativo al ricordo di incidenti stradali: ai soggetti venivano mostrati 7 filmati della durata dai 5 ai 30 secondi l’uno; ognuno di essi mostrava un vero incidente stradale.

Dopo aver assistito a ciascun filmato, i soggetti ricevevano un questionario da compilare con una serie di domande specifiche, fra le quali era compresa la domanda:

A quale velocità stavano percorrendo la strada la auto coinvolte nel momento dell’incidente?” Nel questionario presentato però al primo gruppo di soggetti la domanda era:
A quale velocità andavano le due macchine quando si sono scontrate?”
Al secondo gruppo la domanda era posta in questo modo:
A quale velocità andavano le due macchine quando si sono fracassate?
Al terzo: “A quale velocità quando le due macchine si sono urtate?
In altre parole il termine “urtato” veniva per ogni gruppo sostituito da sinonimi dello stesso termine con sfumature più o meno gravose.

 

I risultati furono interessanti, mostrarono infatti che il giudizio dei soggetti che avevano comunque visto lo stesso filmato differivano in base al termine utilizzato. Più gravemente veniva descritta la situazione maggiore era la percezione di velocità che essi “ricordavano”.
Le differenze nelle risposte erano statisticamente significative. Era come se il termine utilizzato producesse, nella memoria del soggetto, l’immagine di un incidente diverso (più o meno grave) di quello che in realtà aveva visto: una informazione esterna si era inserita nel processo mnestico, era stata integrata in esso e lo aveva deformato.
I testimoni dunque, potevano rispondere in modo diverso alla stessa domanda se questa veniva formulata in modi differenti. Venivano condotti, pilotati inconsapevolmente verso il falso da domande che inducevano la risposta.
Nessuno riesce ad evitare il falso.

Jean Piaget” ricorda Loftus (1980) “credeva di ricordare un episodio di sé bambino, ancora nella carrozzina fu oggetto di un tentato rapimento sventato grazie all’audacia e al coraggio della sua bambinaia. Nella memoria del celebre psicologo erano nitide: il delinquente che scappava, le ferite sul viso delle bambinaia, io suo coraggio eccetera…. Davvero un peccato che, molti anni dopo la stessa bambinaia ammise di essersi inventata ogni minimo dettaglio…”
 
 
 
 

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