Eventi: Marco Cinque - Bologna - 7 ottobre 2011

 

Christine Weise, Presidente Amnesty International Italia

Ieri 10 ottobre, in occasione della nona Giornata mondiale contro la pena di morte, le attiviste e gli attivisti di Amnesty International di ogni parte del mondo si mobilitano per chiedere la fine delle esecuzioni in Bielorussia, l'unico paese europeo e dell'ex Unione sovietica che ancora applica la pena capitale. "La Bielorussia è il solo paese in Europa che continua a pretendere di uccidere in nome della giustizia" - ha dichiarato Roseann Rife, esperta di Amnesty International sulla pena di morte.

Si ritiene che almeno 400 prigionieri siano stati messi a morte in Bielorussia dal 1991, ma il numero effettivo delle esecuzioni resta sconosciuto a causa della segretezza che circonda l'uso della pena di morte nel paese. I prigionieri vengono informati solo pochi minuti prima dell'esecuzione, che avviene mediante colpo di proiettile alla nuca. "La crudeltà della pena capitale in Bielorussia va ben oltre la fase dell'esecuzione. Le famiglie vengono informate solo settimane o persino mesi dopo, i corpi dei prigionieri messi a morte non vengono consegnati e neanche viene reso noto dove siano stati sepolti" - ha sottolineato Rife.

Nel 2010, Amnesty International ha registrato migliaia di esecuzioni in 23 paesi. Alla fine dello scorso anno, i condannati a morte in attesa d'esecuzione erano almeno 17.800. "Negli ultimi 10 anni, 31 paesi hanno abolito la pena di morte nella legge o nella prassi, mentre Cina, Iran, Arabia Saudita, Stati Uniti d'America e Yemen restano tra i paesi che più frequentemente ricorrono alle esecuzioni, in alcuni casi in flagrante contraddizione col diritto internazionale dei diritti umani"- riporta Amnesty.

Per un’Europa finalmente libera dalla pena di morte, Amnesty International e l'organizzazione non governativa bielorussa Viasna promuovono un appello per chiedere al presidente Lukashenko di sospendere immediatamente le esecuzioni e commutare tutte le condanne a morte nel paese.

Il numero complessivo delle esecuzioni ufficiali registrato da Amnesty International è calato da almeno 714 nel 2009 ad almeno 527 nel 2010, ma l'organizzazione ricorda come la Cina abbia messo a morte migliaia di prigionieri nel 2010 di cui è difficile conoscere il numero esatto perchè "continua a mantenere il segreto sull'uso della pena di morte".

Quando Amnesty International è stata fondata nel 1961, erano soltanto nove i paesi ad aver abolito la pena di morte per tutti i reati. Oggi il numero dei paesi abolizionisti ha superato quello dei mantenitori. Questo importante risultato è il frutto dell’incessante attività del movimento abolizionista, ma il cammino verso un mondo libero dalla pena capitale è ancora lungo, come dimostra la triste notizia della recente esecuzione di Troy Davis negli Usa.

"La pena di morte è la più estrema delle punizioni crudeli, disumane e degradanti. La disumanità della sua applicazione emerge da ogni parte del mondo. I prigionieri raccontano delle devastanti condizioni di vita nei bracci della morte, della loro angoscia nell'attesa di un'esecuzione che spesso avverrà solo grazie alla "confessione", sotto tortura, di un crimine che sostengono di non aver commesso" - sostiene l'associazione.

Amnesty International si oppone incondizionatamente alla pena di morte, ritenendola una punizione crudele, disumana e degradante ormai superata, abolita nella legge o nella pratica da più della metà dei paesi nel mondo. La pena di morte viola il diritto alla vita, è irrevocabile e può essere inflitta a innocenti. Non ha effetto deterrente e il suo uso sproporzionato contro poveri ed emarginati è sinonimo di discriminazione e repressione. [GB]

di Marco Cinque
tratto da Il Manifesto del 22 settembre '11
Nonostante la campagna planetaria a sostegno della sua innocenza, un altro afroamericano è stato giustiziato ieri in Georgia
 
L'uomo nero è stato giustiziato. Dopo vent'anni passati nel braccio della morte, Troy Davis ha smesso di vivere ieri alle 19, l'una di notte in Italia, nella prigione di Jackson, per mezzo di un'iniezione letale. Poteva essere il 130esimo tra i detenuti ingiustamente condannati a morte negli Usa dal 1973 ad oggi e successivamente rilasciati, ma nonostante una campagna planetaria in suo sostegno, con in testa Amnesty International, non ha avuto la fortuna di entrare nella lista. L'ultimo a scamparla era stato l'afroamericano Anthony Graves, liberato dopo 18 anni passati nel famigerato braccio di Livingston, in Texas, salvato non certo dai suoi legali d'ufficio, cronicamente impotenti contro stati forcaioli e corti razziste, ma dall'impegno profuso dalla professoressa Nicole Casarez, dell'Università St. Thomas e dai suoi studenti di giornalismo che presero a cuore la vicenda.
Condannato a morte nel 1991, Troy Davis ha sempre proclamato la propria innocenza, ma la sua richiesta di grazia è stata respinta dal comitato della Georgia. Accusato di avere ucciso nel 1989 l'agente di polizia Mark MacPhail a Savannah, Davis ha scontato la solita via crucis riservata a tutti gli imputati di questo crimine, soprattutto quelli poveri in canna e che appartengono a minoranze etniche discriminate.
Nonostante ben 9 testimoni abbiano ritrattato le accuse, nessuna prova fisica sia collegata direttamente all'omicidio e l'arma del delitto non sia mai stata trovata, Davis non ce l'ha fatta ed è rimasto vittima dell'ennesimo omicidio legalizzato. Per due decenni seppellito in un minuscolo buco di cemento e acciaio, è comunque riuscito a far sentire la sua voce e le sue ragioni, ma a nulla sono valsi appelli eminenti, compreso quello di Papa Ratzinger. E chi sperava in un presidente nero per vedere meno neri sulla forca, ha dovuto ricredersi: nessun politico si azzarderà mai a pronunciarsi contro l'istituzione capitale, a meno che non voglia andare verso un più che probabile fallimento della propria carriera.
La vicenda di Davis ha però fatto emergere un altro aspetto, quello del mondo abolizionista, sicuramente più disponibile a battaglie in difesa di possibili innocenti piuttosto che in sostegno di probabili colpevoli. Forse si dovrebbe partire proprio dal presupposto che nel braccio della morte ci sono soltanto colpevoli per capire che la «morte di stato» è di per sé un abominio inumano, che va combattuto sempre e comunque. "La battaglia per la giustizia non si fermerà con me. Questa battaglia è per tutti i 'Troy Davis' prima di me e per tutti coloro che mi seguiranno".

 

Stati Uniti, messo a morte Troy Davis

22/09/2011

© Scott Langley

Amnesty International ha condannato la decisione delle autorità della Georgia di mettere a morte Troy Davis.

Davis, 42 anni, nel braccio della morte dal 1991, è stato messo a morte con un'iniezione letale nella prigione di Jackson nella tarda serata di ieri, nonostante sussistessero forti dubbi sulla sua colpevolezza.

All'inizio della giornata, in Iran era stato impiccato in pubblico un ragazzo di 17 anni, condannato per l'omicidio di un noto atleta, nonostante il divieto internazionale di mettere a morte minorenni al momento del reato.

Tra le due esecuzioni, in Cina veniva messo a morte un cittadino pachistano giudicato colpevole di spaccio di stupefacenti, sebbene i reati di droga non ricadano nella categoria dei "crimini più gravi" di diritto internazionale.

"È stato un giorno terribile per i diritti umani nel mondo. Questi tre paesi si sono sfilati dalla tendenza globale verso l'abolizione della pena di morte" - ha dichiarato Guadalupe Marengo, vicedirettrice per le Americhe di Amnesty International.

"I paesi che mantengono la pena di morte spesso si difendono sostenendo di agire in linea col diritto internazionale. Quanto è successo ieri lo smentisce clamorosamente" - ha aggiunto Marengo.

Gli attivisti e le attiviste di Amnesty International stanno portando avanti un'intensa campagna contro la pena di morte. Negli ultimi giorni, avevano consegnato alle autorità della Georgia quasi un milione di firme per chiedere la commutazione della condanna di Davis. Manifestazioni si erano svolte in oltre 300 città di ogni parte del mondo, Italia compresa.

Davis era stato condannato a morte nel 1991 per l'omicidio dell'agente di polizia Mark Allen Macphail. Il processo si era basato essenzialmente sulle dichiarazioni di nove testimoni, sette dei quali avevano successivamente ritrattato denunciando, in alcuni casi, di aver subito pressioni da parte della polizia.

Alireza Molla-Soltani, impiccato di fronte a una numerosa folla a Karaj, era stato condannato a morte un mese fa per aver accoltellato Ruhollah Dadashi, un atleta molto popolare in Iran, nel corso di una rissa tra automobilisti. Molla-Soltani si era difeso sostenendo di aver agito in un momento di panico e per legittima difesa, dopo che Dadashi lo aveva aggredito.

Zahid Husain Shah, arrestato nel 2008 per spaccio di stupefacenti, è stato messo a morte in Cina con un'iniezione letale.

Infine, sempre negli Usa ma in Texas, è stato messo a morte Lawrence Brewer, per aver preso parte a un omicidio nel 1998.

Amnesty International si oppone alla pena di morte in ogni circostanza e senza eccezioni.

"La pena di morte è il sintomo di una cultura di violenza e non il suo rimedio" - ha sottolineato Marengo. "Le atroci esecuzioni di ieri rafforzeranno ancora di più l'impegno delle attiviste e degli attivisti di Amnesty International e di altre persone contro la pena capitale".

Oltre agli Usa, alla Cina e all'Iran, la campagna di Amnesty International è concentrata sulla Bielorussia.

Amnesty International, insieme al Centro per i diritti umani "Viasna", un'organizzazione non governativa bielorussa, chiede al presidente Lukashenko di sospendere immediatamente tutte le esecuzioni e di commutare le condanne di coloro che si trovano nel braccio della morte.

Da quando il paese è diventato indipendente, nel 1991, le esecuzioni potrebbero essere state persino 400.

Dopo che il 2009 era trascorso senza esecuzioni, nel 2010 sono state emesse tre condanne a morte e sono stati fucilati due prigionieri. Altre due esecuzioni avrebbero avuto luogo quest'anno a luglio ma le autorità non hanno confermato la notizia.

La Bielorussia è l'unico paese europeo e dell'ex Unione sovietica a eseguire ancora condanne a morte.

"È il momento che Usa, Cina, Iran e Bielorussia riconoscano quanto sono isolati nel mondo" - ha concluso Marengo.

          

Roma, 22 settembre 2011

 

 
 
 

 

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