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Silvia Nanni

(proiezione:“Il pranzo di Babette”)

..tra le rovine dell' esistenza si potrà mostrare tutto il coraggio e fare della sofferenza un atto creativo, il granello di sabbia intorno al quale crescere la perla...

Rapido ritorno: sono a casa con il mio pulsante bagaglio di emozioni che il film del nostro nascente e ricco cineforum mi ha trasmesso. Ci sono ancora tutte, allineate e scomposte le parole, spingono per farlo, ma ogni volta arrivano lì, al contorno degli occhi che comincia a bruciare per arginarle, finchè nel mio silenzio, in quel prezioso "silènce", come decanta Monsieur Papin, esplodono, fra lacrime, odori, sapori, immagini. Io contengo, io nascondo, io mi cucio, mi lascio cucire un abito un po' stretto e sposo quella rigidità che castra la vita, la personalità e ti porta ad agire in funzione protettiva-preventiva: uno schema, un modello contro la libertà. Libertà di essere, di non confarsi ad uno stereotipo, un pupazzo bello, gonfio, da vetrinetta che, una volta preso fra le mani, perde tutto il suo "invitante splendore". Tu lo guardi e non riesci proprio a comprendere o forse solo fingi di non farlo. In realtà sai già in cuor tuo cosa succederà quando avrai modo di tenerlo vicino, di guardarlo fino in fondo, ma ti ostini a rinviare quel momento perché hai paura delle conseguenze di ogni tuo piccolo- grande gesto. Resta lì, custodito, tu tenti in ogni modo di emularlo, ma non riesci mai ad essere come quel morbido fantoccio. Né "il pranzo di Babette" è il decano, emblema di una prepotente intransigenza a proporre ed imporre cliché. E lo sfondo della vicenda, una natura danese, fredda e diafana, sembra quasi voglia in tutto e per tutto accompagnare i suoi abitanti...forse...o sono proprio gli uomini, quel modello semplicistico e riduttivo entro cui devono sottostare, a mostrarcela come tale? Traballano le prime sequele della pellicola fra un passato e un presente, fra la giovinezza delle sorelle, Martina e Filippa, che, ogni qualvolta avvertono il loro essere paterno, fuggono, invase dai sensi di colpa. A dire il vero è un sentimento comune, comune a tutti i personaggi del paesino e, come reazione immediata, suscita un riso spontaneo, sciolto, consolatorio, delicatamente grottesco. Fa da contorno, per esempio, all'improvvisa interruzione del canto melodico e sinergico di Monsieur Papin dinnanzi ad una lettera, il cui contenuto gli comunica che la sua giovane ed amata allieva intende interrompere le lezioni. Seguono dunque rigorose le prime immagini, la prima parte del film, fra canti e battute in lingua francese ed un velato timore di delusione nei confronti del pastore che sembra quasi battere insistente il suo richiamo di rigoroso contegno. Ma ecco che irrompe la figura di Babette, francese, squisitamente francese, inviata dal più volte decantato Monsieur Papin, quasi a pegno e riscatto del suo amore, presso le ora anziane sorelle. E' una rifugiata, ha perso tutto in Francia, ma non il suo spirito forte ed innovativo, che vuole ingegnosamente portare, diffondere o semplicemente esprimere anche fra quelle genti. Lentamente si fa strada la sua intensa ed inarrestabile rivoluzione, la sua vivace intelligenza, perché Babette, insediatasi come governante, è capace di ascoltare, di essere umile e modesta, senza mai sacrificare se stessa, è un'artista, come rivelerà nelle battute finali, ed un artista non muore mai. Appare quasi contraddittorio il suo essere tale di primo acchito perché le sue azioni sembrano rispondere a quel contesto rigido e scandito, anche se taluni suoi modi sprizzano armoniosamente: la sua birichina e fresca camminata, i dialoghi dal salumiere piuttosto che dal pescivendolo, la cura nel ricercare le erbe...

Comprendiamo come il messaggio si insinui a tono, senza omologarsi, ma attraverso una straordinaria malleabilità, una fortissima apertura. Babette non si arrende, non scende a compromessi per sopravvivere, ma si inserisce e dona a chi le sta intorno la ricchezza di spirito che la accompagna, non con il solo e scontato intento di regalare; questa è piuttosto una conseguenza: lei è ricca e la sua ricchezza è così solida da non permettere a nessuno di intaccarla. Se ne nutrono gli anziani visi dei personaggi, simbolicamente attraverso un cibo delicato e sfizioso, che aiuta la donna a completare ed infondere la sua rivoluzione. Adatta, non sconvolge, ma vince, trionfa, ha battuto la vita per uno scopo nobile... il suo....

Non certo marginale è pertanto la componente culinaria, il cibo è proprio il mezzo d'interscambio, di accorta e sovrana comunicazione. Si carica di significato e magia, si libera, sprigiona la sua fragrante potenza. La rivestiva in modo particolare anche per l'ispiratrice del film, colei che ha scritto il racconto, da cui il longevo Gabriel Axel ha partorito un bellissimo film. Karen Blixen, celebre scrittrice danese, virtuosa amante dell'Africa, delle sue terre mistiche e selvagge, del fiero popolo Masai, è la madre, la passionale musa, che inonda i suoi scritti della sua natura, del suo amore, nel caso specifico verso il cibo. Eccellente cuoca, non manca di infondere preziosi consigli ed accortezze ai servitori della sua tenuta, lo ama fortemente, fino al punto di idolatrarlo, di assaporarlo, come di rifiutarlo, gettarlo dal finestrino del treno che da ragazzina portava a scuola nel tentativo di essere la ragazza più magra del mondo. Ho seguito il film, tenendo presente la componente personale di un'anima esagerata, poetica, drammatica, sensibile e tesa, perennemente in bilico su una lama affilata che divide la disperazione dall'euforia. Conoscevo la componente anoressica della Blixen, ho percorso la durata del film con viva, combattiva partecipazione, ho avuto molta paura, non erano scorci, intrecci buttati con noncuranza sullo schermo, sulla carta prima. Erano carichi di intensità, sgorgavano, zampillavano con naturalezza, senza rincorrere una stridente imposizione. Pensi al tuo mondo, alla tua espressione, al vociferante significato che attribuisci al cibo, che sovente celi, custodisci gelosamente quasi fosse un tesoro, tu lo conosci a fondo, lui ti conosce intimamente, ma paradossalmente non riesci a mostrarlo, a descriverlo con sicurezza e semplicità.

Sei spesso portato ad offrirne manifestazioni deterrenti, quasi volessi preservarlo ed, assieme a lui, te stesso; lo rincorri, ti lasci coccolare, lo allontani con soggezione. Ti infonde sicurezza qualunque sia la tua reazione e sai di poterlo fare perché lui non ti giudica, sussurri, gridi, gli consenti di accogliere le tue emozioni. Condividi e lo costringi, talvolta senza accorgertene, a liberarti degli eccessi, delle mancanze, delle fratture e degli errori. Lui ti aiuta, se lo ascolti, ma ti rendi conto che può anche diventare severo, ti fa anche soffrire, isolare e rifiutare.

Ti accanisci, pensi che anche lui possa tradirti, deformarti, ma poi capisci il senso della sua-tua grandiosa impresa... si tratta solo di un richiamo, perché tu ti faccia conoscere, affinché tu consenta al mondo di gustare la tua singolare bellezza, tu non sieda più in silenzio, ma getti finalmente il cuore oltre l'ostacolo... il resto seguirà...

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