Salviamo Sakineh

di Ahmad Rafat

tratto da Articolo 21 - CULTURA

Dall’anno scorso, su proposta di Beppe Giulietti, e in collaborazione con Istituto Luce, una giornata della Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, mette sotto i riflettori la situazione dei diritti umani. Quest’anno, Giovedì 9 settembre, alle ore 12, nello spazio Cinecittà, sulla terrazza del Hotel Excelsior, si parlerà anche dell’Iran. Si parlerà del regista Jafar Panahi. Il noto e premiatissimo cineasta che pur essendo stato rilasciato dopo quasi tre mesi di reclusione, non ha potuto accompagnare a Venezia il suo cortometraggio “La Fisarmonica”, presentata in anteprima mondiale alle Giornate degli Autori. Le autorità iraniane hanno impedito a Jafar Panahi di lasciare il paese e recarsi a Venezia.
 
Al Lido si parlerà anche del caso di Sakineh Mohammadi Ashtiani, la donna azera, madre di un ragazzo di 22 anni e una ragazza di 17, condannata alla lapidazione con l’accusa di aver avuto rapporti extra coniugali. Il caso Sakineh ha commosso il mondo intero. Contro la sua lapidazione si sono schierati personaggi politici, artisti, scienziati e scrittori. Anche la vincitrice dell’ultimo Premio Campiello, Michera Murgia, ha dedicato il prestigioso premio a Sakineh. 9 settembre porteranno la loro testimonianza e la loro solidarietà a Sakineh, registi, giornalisti e politici.
Sajad, figlio di Sakineh ha lanciato nelle ultime ore un grido di allarme. La sentenza potrebbe essere eseguita senza preavviso all’alba di una di queste giorni. Del resto, in altre occasioni, proprio mentre era in corso una campagna internazionale contro la pena di morte in Iran, alcuni minorenni sono finiti sulla forca.
L’impiccagione e la lapidazione fa parte degli strumenti che il governo della Repubblica Islamica utilizza per lanciare le sue sfide al mondo e all’opinione pubblica internazionale. Bisogna alzare ancora di più la voce ed intervenire con più fermezza nei confronti della Repubblica Islamica per fermare le pietre che vogliono uccidere Sakineh. Non bisogna cedere alle pressioni della Repubblica Islamica e reagire alle minacce dei media iraniani controllati dal regime. In queste ore, dopo le volgari accuse alla first lady francese, la stampa controllata da Mahmoud Ahmadinejad e Ayatollah Ali Khamenei, hanno preso di mira l’Italia, attaccando il governo per aver deciso di affiggere una gigantografia di Sakineh sulla facciata della Galleria Alberto Sordi di Roma, e minacciando di boicottaggio informativo la Roma, dopo che il capitano della squadra della capitale ha fatto deporre un mazzo di rose davanti alla gigantografia di Sakineh fissata sulla facciata di Campidoglio.
La vita di Sakineh appesa a un filo, ma non solo la sua. Altre 15 persone nella Repubblica Islamica sono state condannate con sentenza definitiva alla lapidazione. Tre nuove condanne a morte sono state emesse negli ultimi giorni nei confronti di altrettanti partecipanti alle manifestazioni dell’anno scorso. Una  blogger e attivista dei diritti umani, Shiva Nazar Ahari è stata accusata di “moharebeh”, cioè “inimicizia con Allah”. Reato, quest’ultimo, punibile con l’impiccagione. La repressione in Iran raramente ha raggiunto livelli degli ultimi mesi. Non solo arresti, carcere, tortura e condanne a morte, ma anche una censura così forte da costringere ad una disoccupazione forzata decine di registi, giornalisti, autori ed scrittori. Molti noti registi del cinema iraniano come Abbas Kiarostami, Mohsen Makhmalbaf, Amir Naderi, Bahman Ghobadi, Samira Makhmalbaf e Babak Payami hanno dovuto trasferirsi all’estero per continuare a lavorare. Altri come Jafar Panahi e Mohammad Rasulof, sono rimasti in Iran, ma costretti al silenzio e spesso ospiti delle patrie galere. La situazione è peggiore per quanto riguarda la stampa e i giornalisti. Negli ultimi 12 mesi oltre cento giornalisti hanno scelto la vita dell’esilio e altrettanti sono in carcere o in attesa di giudizio.
Un quadro drammatico e allarmante, quello iraniano, davanti al quale non si può rimanere indifferenti. Salvare la vita a Sakineh, chiedere la libertà dei prigionieri di coscienza e il rispetto dei diritti umani, e del diritto alla libertà d’espressione e della fede, è un dovere. Un dovere che deve sancito nella Costituzione della Repubblica Italiana, che deve vedere uniti tutte le forze politiche e sociale del paese, sostenitori della coalizione che governa il paese o appartenenti al fronte dell’opposizione.
 

 

In piazza per Sakineh E «missione» a Teheran

LA MANIFESTAZIONE A ROMA. Mobilitazione per salvare la donna condannata alla lapidazione
Sit-in bipartisan davanti all'ambasciata iraniana E si spera in un impegno del ministero degli Esteri La polemica: «Per gli affari coi libici diritti negati»

03/09/2010 - tratto da Il Giornale di Vicenza

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ROMA
Un manichino con le sembianze di una donna vestita di nero stesa sull'asfalto e ricoperta di pietre, con il volto insanguinato. Così, con la messa in scena della lapidazione, è cominciato il sit-in davanti all'ambasciata iraniana a Roma per salvare la vita di Sakineh Mohammadi-Ashtiani, condannata a morte per adulterio in Iran.
Una manifestazione bipartisan, priva di bandiere di partito, per sottolineare «la battaglia universale» messa in campo per la difesa dei diritti umani, contro «una vergogna del mondo». Una battaglia che comincia proprio da Sakineh, «simbolo della dittatura delle pietre», e che deve proseguire, magari, con un'azione «forte», richiesta da Angelo Bonelli dei Verdi, organizzatore della protesta: «Una missione italiana e dell'Ue a Teheran per salvare la vita» dell'iraniana.
Appelli trasversali si sono succeduti nel corso della manifestazione, alla quale hanno partecipato un centinaio di persone. A partire da quello del sottosegretario all'Attuazione del Programma di Governo Daniela Santanchè, che ha sottolineato «l'impegno di tutti» contro la «violazione dei diritti umani» in Iran, dicendosi poi ottimista su un'eventuale missione italiana a Teheran. «Frattini è un uomo sensibile e ascolterà la proposta», ha evidenziato. Presente anche Barbara Salmartini della direzione del Pdl, che ha sottolineato «la doverosa presenza del partito» al sit-in. Nutrite le delegazioni dei partiti d'opposizione, tra i quali quelle del Pd, di Sinistra Ecologia e Libertà, dell'Idv, dei Giovani Socialisti. In molti hanno sottolineato la difesa a «corrente alternata» dei diritti umani da parte dell'Italia.
Il segretario nazionale del Prc-Federazione della sinistra, Paolo Ferrero, ha parlato di «assassinio di Stato» ricordando che «mentre noi siamo contro la pena di morte sempre, il governo italiano, là dove ci sono gli affari, in Libia per esempio, lascia perdere i diritti civili». Al sit-in, infine, si sono uniti anche Riccardo Pacifici, presidente della Comunità ebraica a Roma e diversi rappresentanti dell'opposizione al regime di Ahmadinejad. Esmail Mohades, portavoce dei «Laureati iraniani in Italia» ha ricordato come «l'accanimento su Sakineh sia un messaggio per l'Occidente. Il governo iraniano sta dicendo "questi siamo noi, se volete trattare con noi noi siamo così"». Decine di striscioni hanno sventolato di fronte all'edificio, in gran parte con un appello: «Fermare le pietre» contro Sakineh. Altri, invece, hanno evidenziato polemicamente i tratti della democrazia iraniana, fatta di «censura, prigione e pietre». Ma tutta Italia, ieri, è scesa in campo contro la condanna a morte di Sakineh. Una sua gigantografia è stata esposta in Piazza del Campidoglio, a Roma, e oggi la sua immagine sarà visibile a Napoli, Bologna e Cosenza. I giovani iraniani però, non credono al cambiamento. Uno dice: «Succedono tante cose in Iran e nessuno ha aperto bocca. Forse si salverà la vita di una persona, ma ciò che accade a Teheran bisogna prevenirlo».
 

tratto da Articolo 21 di Tiziana Ferrario
 

Salviamo Sakineh

Non si può restare indifferenti di fronte alla tragica sorte di Sakineh Mohammadi Ashtiani,la donna iraniana di 43 anni accusata di adulterio e condannata a morte per lapidazione a Tabriz,la città dove è detenuta. C’è una grande mobilitazione internazionale intorno al suo caso, per convincere le autorità iraniane a sospendere la pena, ma sinora nessuna decisione è stata presa. L’ultima a scendere in campo  la premiere  dame francese Carla Bruni, ma in questi mesi si sono mossi personaggi del mondo dello spettacolo, imprenditori, intellettuali.  E una raccolta di firme parte anche da Articolo 21:

Firma l'appello "Salviamo Sakineh"

Al momento si sa che il  caso di Sakineh dovrà essere riesaminato,ma solo per cambiare le modalità dell’esecuzione:trasformare la sentenza di lapidazione in impiccagione. Ad alimentare la campagna a favore di Sakineh sono il figlio Sajad di 22 anni e la figlia Farideh di 17. “ Nostra madre è innocente, è in prigione da 5 anni senza avere commesso alcun crimine.”dicono i due figli. La vicenda di Sakineh parte da lontano. Già nel maggio 2006 era stata sottoposta a 99 frustate per aver avuto una "relazione illecita" con due uomini... Successivamente era stata quindi  condannata alla lapidazione perché si era aggiunto  il reato di  "adulterio durante il matrimonio", accusa che lei ha negato. Ma sulla sua testa pendeva anche l’accusa di essere stata complice nell’omicidio del marito. I suoi legali hanno contestato quest’altra imputazione, affermando  che la donna era stata perdonata dalla famiglia dell'uomo. Secondo quanto scrive Amnesty International, durante il processo, Sakineh Mohammadi Ashtiani ha ritrattato una "confessione" rilasciata sotto minaccia nel corso del suo interrogatorio e ha negato l'accusa di adulterio. Due dei cinque giudici hanno ritenuto la donna non colpevole, facendo presente che era già stata sottoposta a fustigazione e aggiungendo di non aver trovato le necessarie prove di adulterio a suo carico. Tuttavia, i restanti tre giudici, tra cui il presidente del tribunale, l'hanno ritenuta colpevole, nonostante la mancanza di prove decisive e Sakineh è stata condannata alla lapidazione. Una morte atroce, quella per lapidazione, regolata dagli Articoli 102  e 104  del Codice penale iraniano: “La donna deve essere seppellita in piedi sino al seno. Le pietre con le quali deve essere colpita alla testa non devono essere né troppo grandi, perché la ucciderebbero subito, né troppo piccole”  Una  pena che ha lo scopo di infliggere dolore e una  lenta sofferenza, sino alla morte. Ci sono al momento 11 detenuti in Iran che rischiano la lapidazione come Sakineh, denuncia Amnesty, che ricorda come in Iran  gruppi di attivisti per i diritti umani si stanno battendo da anni per l’abolizione della lapidazione . Dal 2006 ad oggi, grazie alla campagna “Stop Stonig for ever” 15 sentenze sono state commutate, ma in almeno tre casi i condannati sono poi morti per impiccagione. Nel paese  c’è un dibattito tra chi vorrebbe,anche tra i conservatori, cambiare la brutalità di tali punizioni che rischiano solo di minare la reputazione dell’Iran sulla scena mondiale, alle prese con le nuove sanzioni per la questione nucleare. Un confronto - scontro,come abbiamo visto nell’ultimo anno tra chi chiede riforme e chi difende  lo status quo. Nel chiedere con forza una sospensione della pena per Sakineh, il pensiero torna alle migliaia di donne coraggiose iraniane che ho visto scendere in piazza a Teheran rischiando la vita,  per avere più diritti e libertà. Valori che non vanno mai dati per scontati a nessuna latitudine.

Dite a tutto il mondo che ho paura di morire.

pubblicata da NO ALLA LAPIDAZIONE DI Sakineh Mohammadi Ashtiani il giorno giovedì 26 agosto 2010 alle ore 14.32
Ma come fanno a prepararsi a mirare al mio viso e alle mie mani, a lanciarmi delle pietre? Perché? Sono Sakineh Mohammadi-Ashtiani. Dite a tutto il mondo che ho paura di morire. Dalla prigione di Tabriz ringrazio quelli che pensano a me". Sono le ultime parole credibili con le quali la donna iraniana di 43 anni, madre di due figli, chiede aiuto. Condannata per adulterio e per complicità nell'omicidio del marito, dopo quelle frasi uscite tramite un'organizzazione umanitaria dal carcere, Sakineh è stata costretta a una finta confessione in tv e il suo avvocato, Mohammed Mostafei, è dovuto fuggire in Norvegia.
Ma da quando Mostafei ha fatto conoscere al mondo la vicenda di Sakineh, si sono moltiplicati gli appelli e le richieste anche ufficiali al governo di Teheran perché la donna non venga uccisa. L'ultima iniziativa, che da oggi si può firmare su Repubblica. it, è una lettera di intellettuali francesi che chiedono a Teheran di "mettere fine a questo genere di metodi come a questo castigo iniquo e barbaro", invocando anche "il rispetto della dignità e della libertà di tutte le iraniane oppresse o minacciate". Fra i firmatari, il sociologo Edgar Morin, gli storici Elisabeth Roudinesco e Max Gallo, lo scrittore Marek Halter, i filosofi Daniel Schiffer e Michel Serres.A seguito della mobilitazione internazionale delle ultime settimane contro la sua esecuzione della, l'Ambasciata iraniana a Londra ha rilasciato una dichiarazione l'8 luglio 2010, affermando che la condanna di Sakineh Mohammadi Ashtiani non sarebbe stata eseguita tramite lapidazione. Tuttavia, la sua posizione legale non è chiara, dal momento che il suo avvocato non ha ricevuto alcuna comunicazione ufficiale sulla commutazione della sua condanna a morte.
Durante il processo, Sakineh Mohammadi Ashtiani ha ritrattato una "confessione" rilasciata sotto minaccia durante l'interrogatorio e ha negato l'accusa di adulterio. Due dei cinque giudici hanno ritenuto la donna non colpevole, facendo presente che era già stata sottoposta a fustigazione e aggiungendo di non aver trovato le necessarie prove di adulterio a suo carico. Tuttavia, i restanti tre giudici, tra cui il presidente del tribunale, l'hanno ritenuta colpevole sulla base della "conoscenza del giudice", una disposizione della legge iraniana che consente ai giudici di esprimere il loro giudizio soggettivo e verosimilmente arbitrario di colpevolezza anche in assenza di prove certe e decisive. Giudicata colpevole dalla maggioranza dei cinque giudici, Sakineh Ashtiani Mohammadi è stata condannata alla lapidazione.
Come morirebbe Sakineh, condannata alla lapidazione, se la pressione dell'opinione pubblica internazionale non riuscisse a bloccare la manoai suoi carnefici (è attesa per oggi la sentenza sul riesame del caso)? Avvolta in un sudario bianco, verrebbe sepolta fino al petto e uccisa daparenti e astanti a colpi di pietre, le cui dimensioni dovrebberoessere tali da non consentirle una morte troppo rapida. Dimedia grandezza, le pietre dovrebbero garantire la durata media dell'esecuzione: circa trenta minuti.
 

Che l'orrore senza pari suscitato da questa esecuzione sia dovuto alla sua barbarie è ovvio: ma forse adaccrescerlo gioca anche un'altra considerazione, che come spesso accade èlegata alla storia. La lapidazione non è mai entrata a far parte della nostra cultura giuridica. Nel mondo classico, nel quale affondano le radici del nostro diritto, «il chitone di pietre» (come lo chiamaEttore, nell'Iliade)

 

era una forma di giustizia popolare al di fuori diogni controllo istituzionale, che non fu accolto nel «giardino deisupplizi» né greco né romano. La morte con la pietra era un'esplosione di rabbia popolare, veniva inflitta da gruppi spontanei, senzaaccertamenti preliminari della colpevolezza. Non era un'istituzione giuridica: a «fare giustizia» non erano dei terzi estranei. La partecipazione delle parti offese all'esecuzione era in insanabile contrasto con l'esigenza dello Stato nascente di superare la fase della vendetta e di entrare in quella del diritto. Anche per questo il pensiero della lapidazione ci colpisce in modo particolare. Perché ci rimanda a una preistoria del diritto che ci illudevamo di aver per sempre superato. Secondo il comitato internazionale contro la lapidazione dal 1979 sono state effettuate 150 lapidazioni.