Giuseppe Quercioli - Centenario del Bologna F.C.

Tutto avene nel millenovecentonove
Nel mese di Ottobre, in una osteria .
C’era nebbia, poi venne il sole
E un matto grido “E’ nato il Bologna”
 
Tutti matti dietro un pallone
Sgomitando con voce roca
e gridavano come un cannone
Guazzando nel fango e nella mota
 
C’erano un francese uno spagnolo degli svizzeri
E parlavano tra di loro gesticolando
Non si capivano ma correvano come bischeri
E alla fine si abbracciavano gridando
Ai Prati di Caprara,una landa desolata,
con la terra smossa ,erbaccia e sterpi
giocano i ragazzi alla disperata
con le scarpe rotte e le magliette verdi
 
Erano studenti, impiegati, operai
Sfaccendati allegri e contenti
Ma si divertivano come non mai
E avevano grandi presentimenti
 
Uno di questi che sapeva di codici
Disse ai ragazzi,uniamoci in gruppo
Fondiamo un società giochiamo in undici
Poi vedremo se dalla piana nasce un frutto
 
La chiameremo fott-ball club Bologna
Compreremo maglie e scarpe bullonate
E per le maglie? Disse uno della Cicogna
Le sceglieremo in gruppo anche se usate.
 
E fu così che undici matti del pallone
Fondarono una società calcistica
Elevata poi nei decenni a blasone
Vanta e lustro di una città mitica
 
Dai Prati di Caprara alla Cesoia,
Ai duelli con le grandi squadre titolate
Quasi sempre con l’ansia della vittoria
Vittorie o sconfitte tribolate .
 
Nelle trasferte in treno, in tradotta
Una fiasca di vino, in allegria
Una bevuta un morso alla pagnotta
E la stanchezza che volava via.
 
Domeniche di calci di cazzotti e spintoni
Ai bordi di campetti improvvisati
Palla al centro e correre verso i bastioni
Come un orda di gente invasata.
 
Poi vennero i sud americani, i Badini
Giocavano un calcio ,allegro brioso
Erano in tre ,giovani,esili e carini
E la folla li seguiva con fare curioso
 
Angiolino fu il primo ad indossare
La celebre casacca dei migliori
La favolosa maglia della nazionale
E tornando a Bologna fu coperto di fiori .
 
Nel nuovo campo dello Sterlino
In periferia,con la tribune a tetto
I calciatori giocavano così benino
Che vinsero il primo scudetto .
 
Era il millenovecento venticinque
A Bologna il calcio era una scienza
Si vinceva contro chiunque
Con la forza,l’astuzia e la pazienza
 
La storia si trascina nel tempo
Va e viene,con velocità
E corre spedita come il vento
E non sempre porta delle verità
 
 
E fu in quel tempo che apparve
In squadra debuttante, un giovanotto
Un bolognese vero con le scarpe
Che faceva gol a ripetizione, un filotto
 
Si chiamava Schiavio, era della Fortitudo
Si copriva i capelli con una retina
Parlava poco, era silenzioso, muto
e in un anno di gol ne faceva una ventina
 
Schiavio divenne un fretta un idolo nazionale
Uno dei più grande del mondo pallonaro
Campione incontrastato , vincitore al Littoriale
E un eroe del calcio mai dimenticato
 
Undici giovani,neofiti,ma baldanzosi
Fasciati con la camicia rosso-blù
Attraversavano borghi e città,speranzosi
Per giocare alla morte e rimanere su
 
Alla Cesoia primo campo recintato
Incontrarono squadre di rango
Alcune dal nome titolato
Guazzando nella pioggia e nel fango
 
Era Svizzero Si chiamava Arrigo Gradi
Fu il primo capitano della storia
Comprò le maglie,fece affari
E visse sempre di sogni , di gloria
 
Per la nuova Società occorreva fare ogni cosa
Uno scriveva lettere poi le imbucava
Un altro spazzava la sala, con una ruvida scopa
Un terzo rispondeva al telefono,quando suonava
 
Quando i veltri felsinei,bolognesi
Andarono a Modena per giocare
Furono trattati come invasori inglesi
Ma vinsero alla grande senza parlare
 
Nei derby infuocati della via Emilia,
si giocava contro Spal, Modena e Reggiana
Andata,ritorno e quasi sempre, rivincita
Giocate con risse all’Americana
 
Ci fu un tempo che il Bologna
Era invincibile, giocava da manuale
E gli avversari si piegavano con vergogna
Davanti ad un gioco non eguale
 
Era il tempo dei grandi giocatori
Schiavio ,Perin, e Baldi Dalla Valle
Sul campo parevano grandi attori
Campioni veri con le palle
 
Quando gli scudetti erano targati Rosso-blù
Milan, Inter, Juventus, Pro Vercelli
Dietro ad arrancare con la coda in giù
E il Bolognesi sempre più belli .
 
Disse un signore con giacca e capello
Ad un amico elegante impomatato
Che si spazzolava un grosso anello
Indicando un gruppo indiavolato
 
“Ma li vedete quei matti
Che corrono dietro un pallone?
Eppure sono giovani già fatti
Saltano, corrono e fanno dei ruzzoloni
 
Avevano cinto un terreno gibboso
Con una corda e dei paletti
Correvano,con il respiro annoso
Ma saltavano come galletti
 
Eppure accorrevano genti per pura curiosità
Uomini donne ,bambini, militari e vagabondi
E li osservavano come una rarità
Come fossero calati da altri mondi
 
E quando nel millenovecentodieci
Si fermarono a Bologna i campioni
Undici giocatori,titolati,milanesi
I rossoblù giocarono senza timori
 
E venne il tempo di emigrare
Dai Prati di Caprara alla Cesoja
Su un campo a pagamento per entrare
E alla fine mangiare fagioli dalla Jola
 
E quando i superbi i modenesi gialloblù
Memori della sconfitta di Fossalta
Sfidarono i campioni emiliani rossoblù
Tra di loro fu una vera seconda battaglia
 
L’anno del primo scudetto , conquistato
Giocando cinque partite con l’affanno
Tutta Bologna in festa
Brindisi,abbracci come il primo dell’anno
 
Chi si ricorda di Muzzioli, “Teresina”
Giocatore di spessore,ala veloce,scattante
Rotondo e grassottello anche di mattina
Però Segnava dei gol bellissimi da vero attaccante.
 
Chi si ricorda del lungo Baldi centromediano
Era elegante , in campo,sempre composto
E gli attaccanti che lo affrontavano,sognavano
Di scansarlo e lasciarlo sul posto.
 
E Pitto il burbero toscano,difensore
Che del Bologna fu un pilastro
Giocava elegante come un professore
Era in politica e sperava di diventare ministro
 
Quanti campioni in un secolo a Bologna
Gente nostrana,giovani già campioni,formati
Alcuni erano bravi ,altri dei carogna
E nella città felsinea rimasero piantati
 
Caro Dall’Ara che dall’alto riposi
Lo vedi questo Bologna sbatacchiato
E quei povero infaticabili tifosi
Che dicevano che eri un taccagno
 
Confronto a questi,ti voglio dire
Eri un signore,un presidente vero
Altra stoffa, eri un monarca un sire
Un uomo d ‘altri tempi,un uomo fiero
 
Ho nostalgia degli stadi pieni, traboccanti
Quando contro la Juve,l’Inter ,i campioni
Con la neve, la pioggia, il sole,in tanti
,e qualche volta scappavano anche dei cazzottoni .
 
Il Littoriale era stipato,cinquantamila
C’erano vecchi, donne ,bambini
E nessuno pensava di portarti via
Si riempiva lo stomaco con dei panini .
 
Ora lo stadio è sempre semivuoto
Chiazze di folla addormentata
Pare ci sia stato un terremoto
Perché il calcio, signore, è una menata .
 
Certamente anche negli anni d’oro
Si vendevano le partite, facevano affari
Si comprava un giocatore, biondo o moro
Purchè non segnasse una partita alla pari
 
Non ci sono ,mio Dio, più giocatori
Alla Pascutti all’Haller alla Bulgarelli
Che appaltavano le folle e gli amori
E ti ricambiavano con gol i più belli .
 
Il primo campo recintato con tribuna
Era lo Sterlino sulla via Toscana
Lì vicino abitava una ragazza bruna
Che giocava a sollevarsi la sottana
 
E i giocatori in campo l’osservavano
Con occhi luccicanti e malandrini
Ma dovevano giocare il pallone a mano
E ridevano tra di loro,come bambini
 
Nel millenovecentoquarantacinque e giù di lì
Finita la guerra , tornata la pace, e i tempi belli
Il Bologna tornò in campo un bel dì
Orfano dei campioni sud americani e Puricelli
 
Venne al Bologna per uno scambio
Un giocatore alto ,un gran naso, dinoccolato
Si chiamava Gino Cappello,un tipo strambo
Ma quando era in vena era come panna e cioccolato .
 
Il pubblico bolognese compatto lo ammirava
Era un campione che sapeva come calciare
Aveva dei giorni neri,ma la curva lo amava
Era come un cavallo imbizzarrito da lanciare
 
Due sono stati i rossoblù vincitori dei mondiali
Due campioni nati nelle borgate del bolognese
Uno era Angiolino segnava gol con il manuale
L’altro era Biavati, ala sinistra, denominato il “Marchese”
 
Per tanto tempo, una eternità
Si è parlato di uno nuovo stadio
Ma era come un lungo film di varietà
Da raccontare nell’etere,via radio .
 
In cento anni questa amata società
Ne ha visti,storie strane,di tutti i colori
Pensate:Fu presidente, anche un quaraquatà
Si parlò anche di una dirigenza di maori
 
Quando Gazzoni ingaggiò Robertino Baggio
Accorsero ai botteghini per gli abbonamenti, una massa
Più di ventimila, e prese la tessera anche un saggio
Che di calcio non ne sapeva niente, una mazza .
 
Come si può dimentica,la dinastia dei Gazzoni.
Prima il vecchio Arturo, industriale ,allergico al matrimonio
Poi il nipote,Giuseppe, che entrò nel vortice dei Maggioloni
Ma era troppo ingenuo e ci rimise il patrimonio.
 
Che tristezza il funerale di Bulgarelli
Nella vasta chiesa piena, di folla,lacrimosa
Ci sentivamo tutti amici,fratelli
Ma Giacomino aveva lasciato sola la sua sposa
 
E quando dall’altare si alzò un canto
Che lo ricordava campione ammirato
Chinammo il capo e lui era li accanto
E così non sarà mai dimenticato .
 
Li ho visti tutti i gol di Pascutti
Potrei descriverli uno per uno,di piede di testa,
Ma ,il più bello ,quello che ricordano tutti
Fu quello dell’addio in uno stadio in grande festa .
 
Ho rivisto il film del settimo scudetto
Una pellicola vecchia,un po’ affaticata.
Ma era un gioco bello di spada e di elmetto
E fu una grande vittoria meritata .
 
Tutta la città si riversò nella grande piazza
Si festeggiava si gridava ci si abbacciava
Folla di vecchi bambini,signore, una festa pazza
E il cuore per poco non si spaccava .
 
Fu una settimana felice ma anche funesta
Si festeggiava una vittoria tanto meritata
Soltanto una persona non fece festa
Era il vecchio presidente,chiuso in una bara
 
Eppoi uno stadio nuovo per che cosa
Per vederlo vuoto,con i sedili al vento
Meglio seduti in poltrona in casa
Che vedere Giocatori privi di sentimento ?
 
Quando andavo allo stadio con la bella Maria
Per vedere giocare Cervellati e Cappello
E per ridere delle stramberie di Garcia
Allora si che era un calcio veramente bello.
 
E ci fu quell’anno che il Bologna andò in pezzi
Dalla serie B andammo ancora più giù; è vero
Una squadra senza onori fatta priva di mezzi
E finì in tribunale tra cartacce e bolli,a costo zero .
 
Alle volte, raramente,sogno,l’ottavo scudetto
Le figure dei giocatori nella notte diventano giganti
Il sogno diventa enorme e mi spacca il petto
Poi quando mi sveglio e mi trovo tra tanti briganti .
 
Sissignore caro Dall’Ara presidente è una signora
Bella e sorridente sempre ,presente in tribuna
Come una antica vestale:un matrona
A volte ride,a volte si agita :La partita si fa buia
 
Dove sono finiti e menestrelli i cantori
che raccontavano per strada le gesta
dei grandi , inimitabili campioni
non ci sono più,non c’è più festa
 
AD ARPAID WAISZ ALLENATORE GENTILUOMO
 
Io non ho conosciuto Waisz, l’allenatore
Che giunse a Bologna negli anni trenta
Si dice che era un “Mago” : un signore
Ma pure fini la sua vita in una agonia lenta
 
Ora una lapide lo ricorda,sul muro
Un marmo freddo senza vita
Fu un grande privato di un futuro
Di gloria di vittorie imperituro .
 
Una volta all’anno,in primavera
Sul prato del Dall’aria, nasce un fiore
E da una nuvola vagante e nera
Riporta il profumo di Arpaid l’allenatore
 
Se ne andò un mattino in pieno inverno
Tre anni dopo che era stato ingaggiato
Faceva freddo,e nella valigia,c’era l’inferno
Saluto Bologna, e i giocatori: era uno destinato .
*
E’ una storia triste e purtroppo dimenticata.
La vita di un uomo , gentile ,educato
Solo ora una strada a lui dedicata,
lo ha riportato nella storia, dov’era nato
A MANCINI
Quando scese in campo per la priva volta
Quel ragazzino scarmigliato un po’ slavato
Scrissero che del calcio non aveva colpa
Era uno scartino,troppo sbarbato
 
Ma fu il buon Dio a crearlo campione
Lo plasmò con l’arte del bel calcio
E sul campo ruotava come un pavone
E fu chiamato dai “fans” Mancio.
Pascutti.jpg
A PASCUTTI

 Se Garrincha era chiamato “L’ucellino”

Un altra ala,sinistra,mister Pascutti
Venne chiamato il “Tamburino”
Era era,signori, il migliore di tutti
 
Il primo straniero del Bologna
Era un ungherese dal nome strano
Diceva di essere un francese di Guascogna
Invece era uno che lavorava lo stagna
 
Chi si ricorda di quel portiere
Con un cognome da ragazzo
Stava tra i pale,difendeva il forziere
Di cognome faceva Gianni:uno spasso
 
Sapeva parare i palloni più insidiosi
Era diventato campione allo Sterlino
E tutti lo osservavano invidiosi
Ma lui si divertiva come un bambino
 
Chi ha sparato al buon Fiorini
Quel ragazzo di San Giorgio di Piano
Si era fatto: era il primo di terzini
Era un burlone con la morte in mano
*
Non si uccide un grande campione
Un giocatore di classe eccelsa
Soltanto perché era un fanfarone
E preferiva amoreggiare dalla messa
 
Nella festa dei cent’anni,al Dall’Ara
Si sono ritrovati,vecchi e giovani,rossoblù
Ogni tanto si udiva il suono della fanfara
Mentre Giacomino li guardava da lassù .
 
Il centennio del Bologna è stato celebrato
Dalla presidentessa,una donna affascinante
Aveva il viso allegro e l’occhio ritoccato
Ma era bella,composta,trascinante
 
Bologna etrusca e padana, il poeta declamò
Madre di tutti noi, figli minori
Abbiamo una grande squadra,intonò
E non siamo a nessuno inferiori .
 
Su in cielo,sorridente e tranquillo
Giacomino osservava i festeggiamenti
E d’un tratto udì lontano un trillo
Era il suo cuore che traboccava di sentimenti .
NOSTALGIA
Ho nostalgia del giornale sportivo Stadio
Un foglio verdolino, nato in una stanza
C’erano banconi e un enorme armadio
E quando usciva in edicola profumava di lavanda .
A Bernardini
Quel grande Bologna del sessantaquattro
È rimasto un ricordo , che non sbiadisce
È come guardare un vecchio ritratto
E il cuore si restringe,piange come si dice .
 
Benedetto quel grande uomo : “Il dottore”.
Venne a Bologna in sordina con passo lento,
E la domenica allo stadio, si dimentica ogni dolore
E si battevano gli avversari con talento .
 
Io l’ho conosciuto sorrideva allegro e giovale
Raccontava la sua vita, come se la scrivesse
Pareva un ragazzo delle scuole elementari
Era serio e compreso come un prete per le messe
 
MAIFREDI
Ogni tanto lo si vede in televisione,fa l’attore
Il viso sorridente a raccontare storie
A tratti appare uno stagionato allenatore
Di cose antiche da tempo morte .
 
DETTARI
Chissà dove sara Lasjos Dettari
Il Dio del pallone ungherese
Venne a Bologna per tanti denari
E fece la fine del Divin Marchese
 
SEGHINI
Quando sbarco a Bologna quel sudAmericano
Che si chiama Renè Seghini,oriundo stagionato
Dall’Ara lo credette per un pescatore napoletano
Giocò una sola partita e fuggi,con la valigia a mano.
 
Povero Seghini, giocatore piccoletto e triste
Con una moglie che si piangeva addosso
A Bologna vide cose in vita mai viste
Ma dovette scappare lontano, il fosso
 
I giocatori del nord Europa
Ci fu il tempo dei giocatori del nord Europa
Svedesi,ungheresi, esuli apolidi,senza patria,
Alcuni vecchi fusti,forse bravi a scopa
Avevano preso Bologna per la Calabria
 
JOSE GARCIA
Adios Jose Garcia saltimbanco uruguayano
Eri così pazzo fanfarone e sconclusionato
Che i tifosi ti chiamavano il Caimano
scazzottavi ti lasciavi prendere la mano .
 
correvi lungo la linea di fondo ,la laterale
scartavi l’avversario lo irridevi con la mosse
e con un guizzo ,lo mandavi all’’ospedale
vecchio campione,eri un balordo .
 
ODE AL CENTENNARIO
Cento anni un grande traguardo
Cento stagioni,tra ombre e luci
Ma con un gioco uguale di riguardo
Per i tifosi, la città e tanti amici .
 
Cento anni sempre sulla stampa
Vincitrice di coppe e di scudetti
Giocatori ,alcuni , con la gamba stanca
Ma in cima al mondo con i denti stretti .
 
Forza Bologna, città dotta e grassa
Conosciuta nel mondo, per civiltà
Mostrassi al mondo il calcio di massa
Con i tuoi figli in grande umiltà .
 
Ne abbiamo viste tante, belle e brutte
Vittorie strappate con rabbia e sudore
Vinte con la gioia , ardore, e su tutte
Prevaleva la maglia indossata con onore .
 
Cento anni vissuti con il logo della città
E Una maglia con i colori rosso-blù
In barba a tutti i detrattori ma con civiltà
Con il volto sorridente all’insù .
 
I nostri discendenti un giorno parleranno
Di uno squadrone che vinceva scudetti
E di fronte ai giovani racconteranno
Di undici guerrieri , gloriosi e perfetti
 
Immensa ode alla città che ha accolto
Tra le sue braccia, uno squadrone,
anche se a volte, ha dato troppo ascolto
a chi della società ne era il padrone .
 
Siamo orgogliosi di essere bolognesi
Di vivere in una città antica,pallonara
Di tifare per una quadra di ingegneri
Che del calcio ne fanno una scienza rara .
 
Camminiamo a passi lenti e a testa in giù
Sui prati verdi di vecchi e lontani cimiteri
Dove sono sepolti i campioni con la maglia rossoblù
Per rassicurarli:sono sempre nei nostri pensieri .
 
Quando ragazzino mi raccontavano le storie
Del grande Bologna che dominava il mondo
Mi prudeva la pelle e mi assalivano tante voglie
Di vedere il mondo grande e tondo
 
I cinquant’anni li festeggiò Dall’Ara
Trionfante chiacchierando da Pedretti
Per una settimana parlò con voce chiara
E promise di conquistare altri scudetti .
 
Il sindaco Dozza lo guardava scuotendo il capo
Mentre il commendatore,sorridente gli parlava
Alzando ogni tanto la mano con un gesto vago
Di fronte ad una platea che allegra, esultava .
 
Raddoppieremo i cinquanta e faremo cento
Per questa squadra per la città per tutti
E alzeremo la nostra bandiera al vento
Per dimostrare che i rossoblù non sono brutti .
 
E ora sono cento, ma ne mancano tanti
Dal’altra parte nessuno è immortale
Qualcuno dorme in braccio ai santi
E in fn dei conti ci dobbiamo accontentare .
 
Nel vasto campo di calcio in paradiso,
Stanno giocando una partita senza risultato
Da una parte Bulgarelli e Schavio spargono il riso
E nessuno dei ventidue viene multato.
 
I grandi campioni non dovrebbero morire
È una palese ingiustizia lo dice anche un sordo
Perché morire è come per sempre partire
Lasciando soltanto tacito un ricordo .
 
Bisogna rassegnarsi essere cosciente
Troppo in fretta si è cambiato
E ci rimane soltanto nella mente
Il ricordo
 
Quando pioveva , faceva freddo e nevicava
I gradoni dello stadio erano di ghiaccio
Ci scaldavamo bevendo a collo un’aranciata
E si stava vicino come legati ad un laccio.
 
Lo stadio non è più quello di un tempo
Pare che l’abbiano vestito, e incartato
Dalla collina non fischia più il vento
E non assomiglia più com’era nel passato .
 
Solo l’erba del prato è rimasta tale e quale
L’erba è di bel verde,un colore di speranza
Sembra un pino un albero di Natale
Come un salone ,una bella stanza .
 
In Tribuna d’onore non c’è più il sindaco Dozza
Le autorità pomposamente in divisa d’ordinanza
E il mutilato con la mano mozza
Che guidava gli ospiti a debita distanza .
 
Non c’è più Severo Boschi ne Giulio Turrini
Non ci sono più i grandi giornalisti,gli inviati
Che si scorpacciavano di tagliatelle e tortellini
E tornavano in sala stampa un tantino svitati .
 
Di tante scoperte innovatrici,fra tutte
Si potrebbe veramente clorare
Un ala sinistra come Pascutti
E un Bulgarelli dell’era solare ?
 
Perché signori scienziati,cervelloni
Non ci provate,ci vuole poco a creare
Quei giocatori che erano dei veri campioni
Per noi profani di tutto, ci sembra lineare.
 
Ogni tanto qualcuno scrive di quello scudetto
Del 1927,uno scudetto rubato ai rossoblù
Era nostro sicuramente e uno stupido verdetto
Ci fu promesso, ma non ce lo diedero più .
 
Com’erano sane e pugnaci le scaramucce
Tra bolognesi modenesi e ferraresi e romagnoli
Poi alla fine chiusa la contesa,tra le bucce
Si andava a mangiare tutti assieme pasta e fagioli .
 
Chi si ricorda di Amedeo Bortolotti,il massaggiatore
Che per una vita seguì il Bologna per una vita intera
Ma Un giorno stanco lasciò il mestiere al figlio maggiore
E morì in santa pace,tranquillo alla sua maniera .
 
Io ricordo ancora un gol del mitico Puricelli
Un gol angolato di testa, entro la porta
Era uno dei suoi ,uno di quelli belli
E lo ripetè di nuovo la seconda volta .
 
 
Giuseppe Quercioli