N.A.Di.R. in Burundi

21 AGOSTO 2004
Visione del filmato sulla missione della NADIR in Burundi: appunti e pensieri.
a cura di Alessandra Mirabelli
Le prime immagini sono del giorno della partenza, il 23 Luglio, ci siamo io e Paola che andiamo a casa di Paolo e Luisa , il viaggio verso Roma sul mitico pick-up, le operazioni di imbarco all'aeroporto, i saluti…poi l'Africa.
L'Ospedale di Mivo è stato fin qui costruito con fondi inviati in gran parte da una comunità laica di Brescia. La realizzazione è però tutta opera della gente del luogo. Si tratta di una struttura innovativa per il modo in cui è stata concepita, la suddivisione dei reparti, il fatto di essere tutto a pian terreno.
Una clinica universitaria italiana, avrebbe dovuto gemellarsi con l'università di Ngozi, ma a patto di diventarne gestore e responsabile. Le suore, che hanno fino ad oggi lavorato alla costruzione dell'ospedale e che conoscono la cultura locale, si sono rifiutate di avere un ruolo subordinato, chiedendo di poter avere un maggior potere decisionale. Non è stato trovato un accordo e tutto è finito in niente. La collaborazione avrebbe dovuto cominciare nel 2004, l'assenza di volontà di cedere qualcosa alla gente del luogo, ha congelato ogni tipo di intervento su Mivo.
Gli uomini del villaggio continuano a lavorare, ricevendo lo stipendio mensile che Suor Daphrose ricava dalle donazioni ancora attive.
Ci sono due sale parto nell'area che accoglie la maternità. La pediatria è ampia e luminosa con camere per due o sei persone con servizi. La zona del pronto soccorso ha l'ambulatorio per l'accettazione e ambienti atti ad ospitare gli strumenti per ecografia, radiologia e endoscopia.
Il reparto di medicina interna ha camere da sei letti, ma ce ne sono anche da due per chi ha patologie gravi.
La gestione da parte della gente del luogo permetterebbe un migliore dialogo con i pazienti e consentirebbe una adeguata integrazione dei volontari occidentali. Una delle cose che Suor Dafrose sostiene con maggiore fermezza è la necessità assoluta di usare le risorse umane e materiali del luogo.
E' vero che hanno bisogno di aiuto, ma nel senso che devono imparare a fare, e qualcuno deve insegnargli, non fare al posto loro. Solo così riuscirebbero ad andare avanti da soli, e non chiedono altro.
La lavanderia e la cucina sono ancora da costruire, così come la Cappella,”… perché Dio si
può pregare in ogni luogo, ma per curare la gente c'è bisogno di strutture adeguate” (Suor Daphrose).
Gli operai lavorano otto ore al giorno dal lunedì al venerdì, al sabato cinque ore. La domenica è il giorno dell'aggregazione, del riposo e della festa.
Fanno un solo pasto, alla sera e costruiscono sul posto gli attrezzi di cui hanno bisogno.
Anche i futuri pazienti avranno un pasto al giorno: sarà il ricavato della coltivazione dell'orto interno alle mura e di un allevamento gestito sempre da persone che lavorano per l'ospedale.
Tutta la struttura è circondata da mura, indispensabili per i frequenti furti mossi dall'estrema povertà.
La cultura locale impone che l'economia delle famiglie gravi sulle spalle degli uomini. La funzione sociale della donna si adempie fra le mura domestiche, nell'accudire dei figli badare alle incombenze di casa.
Il villaggio si trova in una zona collinare ed è attraversato da una strada sterrata. L'acqua è convogliata in due fontane pubbliche e solo i benestanti hanno l'energia elettrica in casa (ci sono solo due case con questo optional). C'è una scuola superiore molto selettiva, costruita anch'essa su progetti europei.
Sul posto c'è un'associazione di volontariato che segue gli interessi dei Pigmei, la S.V.I., che sta realizzando delle scuole e delle case costruite con i mattoni di fango pressato ed essiccato al posto di quelle esistenti in paglia e sterco. Il cemento da quelle parti è un lusso irraggiungibile, soprattutto per la gente comune.
L'agricoltura si basa sulle coltivazioni di fagioli e di patate dolci.
Una volta presa visione del posto, la dottoressa Barbieri ha disinfettato l'ambulatorio e poi ha ordinato, catalogato e sistemato i farmaci negli armadietti, indicando chiaramente la loro destinazione d'uso.
Il luogo dove oggi vengono ricoverati i malati é il dispensario. Si tratta di un luogo assolutamente inadeguato, costruito trenta anni fa, che non ha avuto la benché minima manutenzione ed oggi è più simile ad una stalla che ad un luogo di cura. L'igiene è un'utopia e anche la più piccola ferita degenera potrebbe degenerare in infezioni letali. Gli animali hanno i recinti adiacenti i reparti. Le considerazioni sul proliferare dei morbi, sono scontate, ma indispensabili per comprendere l'urgenza del completamento e della entrata in servizio dell'ospedale. Lo spazio vitale dei pazienti nei reparti è inesistente. L'ambulatorio è una stanza con un tavolo per la consultazione e delle panche lungo le pareti dove gli altri aspettano il loro turno. Una volta fatta la diagnosi, gli infermieri mandano i pazienti in una stanza vicina dove c'è un altro tavolo con sopra i farmaci e un addetto alla distribuzione. Non c'è nessun medico. Il centro per la formazione per la malnutrizione è diventato residenza dei militari. Il dispensario è gestito da un'altra congregazione religiosa. Il progetto dell'ospedale non esclude l'esistenza del dispensario, con il quale, una volta rimesso a nuovo, potrebbe invece avviare una collaborazione che renderebbe ancora più efficace l'intervento sul territorio.
I bambini burundesi vendono il letame per guadagnarsi un quaderno e una penna. Sembra pazzesco ,ma essendo l'unica “merce” alla loro portata, acquisiscono il senso dello scambio piuttosto che quello dell'accattonaggio cui solitamente si educano quando ricevono senza dare niente in cambio.
I bimbi non si lavano, le pulci attecchiscono, depositano le uova, penetrano nella pelle e provocano diverse malattie, il tetano, per esempio. Gradualmente l'infezione avanza, la fase finale è il decesso. Zaccaria è u bimbo con i piedi infestati dalle pulci al punto da non riuscire più a camminare bene. I suoi piedi sono stati curati, ma il suo destino, a parte quei giorni in cui è stato seguito dai nostri volontari, potrebbe non essere diverso da quello degli altri.
Manca la benché minima cultura alimentare. Usano riempire la pancia fino a raggiungere la sazietà con pochi alimenti privilegiati. Gli effetti della malnutrizione sono evidenti in tutti. Le materie prime non mancano, ma non le sanno usare.
Lo scopo della missione è proprio quello di passare informazioni utili a migliorare le condizioni di vita della gente. Suor Daphrose ha avviato proprio in agosto e con la collaborazione della dottoressa Barbieri, nei giorni che è stata lì, un corso di formazione per i futuri ausiliari. Fra gli obiettivi c'è anche quello di insegnare alle mamme come nutrire i bimbi in maniera adeguata.
Questo corso è fonte di speranza per i numerosi giovani accorsi, entusiasti all'idea che si apra uno spiraglio di luce sulla prospettiva di un lavoro dignitoso. Questo dimostra che ai burundesi non manca la volontà di occuparsi per crescere e migliorare.
In un luogo isolato, distante dal villaggio, vive un artista che crea meravigliose statue in argilla: ritrae la gente del luogo a grandezza naturale. Considerando cha gli attrezzi che usa sono davvero rudimentali, il risultato è stupefacente.
Alla domenica c'è la celebrazione della Santa messa: è una grande festa, un momento di grande aggregazione e raccoglimento. Dura un paio di ore e si coglie l'occasione anche per passare le informazioni più importanti che riguardano la comunità. La musica, la danza, l'entusiasmo collettivo, gioioso, pieno, sono un tesoro inestimabile a confronto del vuoto che inaridisce da dentro la popolazione occidentale.
La visione del filmato e l'ascolto delle testimonianze dei nostri volontari mi hanno fatto fare alcune riflessioni di cui voglio mettervi a conoscenza. Ho notato una certa somiglianza fra le esperienze di suor Daphrose e della dottoressa Barbieri. Entrambe stanno infatti lottando per realizzare un progetto in cui credono profondamente e che andrebbe a beneficio di molti. Entrambe stanno incontrando innumerevoli difficoltà, che in misura più o meno analoga, le abbattono, ma dalle quali per la loro forza e perché sono certe che il beneficio che deriverebbe dalla realizzazione dei loro propositi sarebbe ben più grande di queste difficoltà, sono riuscite ad andare avanti. Rispetto a queste analogie e per quello che io stessa conosco, c'è una grossa differenza che a me ha dato da pensare. A suor Daphrose le opposizioni sono giunte per lo più dall'esterno, ma la gente del villaggio la stima, la rispetta e prova una profonda riconoscenza, testimoniata dall'entusiasmo con cui accolgono le sue iniziative.
Nel caso della dottoressa Barbieri, a mio avviso, è mancato l'appoggio dall'interno, almeno fino ad ora e da parte di una buona fetta di noi, oltre che dal di fuori. Magari non ce ne siamo resi conto, ma sicuramente è arrivato il momento di farci sentire più attivi che mai, e soprattutto più espliciti nel manifestare la nostra riconoscenza. So benissimo che essendo noi affetti da disturbi di relazione, comunicare non è proprio la cosa che ci riesce meglio, ma sono certa che nel modo in cui il nostro disagio ci permette di fare, anche un piccolo gesto sarà interpretato nel modo giusto da chi ne ha la competenza. E' pure chiaro che non c'è da illudersi che si possa interpretare il nulla.
Sono sicura che ognuno di noi può, se lo vuole veramente, immedesimarsi ogni volta che si entra in ambulatorio, in uno di quei bimbi africani, nudi e gioiosi, che in cambio del letame, che può simboleggiare tutte le nostre difficoltà e sofferenze quotidiane, ricevono un quaderno e una penna, ossia qualcosa per cambiare, nella metafora, i suggerimenti che la dottoressa ci passa in seduta.
Sul volto di quei bimbi dopo lo scambio si dipinge gioia e fierezza,unite alla gratitudine.
Guardiamo il filmato, osserviamo quei volti, quegli occhi e proviamo ad imparare!
 
Che cosa ci andiamo a fare in Burundi ?!
A cura di A. Rita Pierantozzi
 
Che cosa ci andiamo a fare in Burundi?...
Quando ho sentito questa frase per la prima volta non ci potevo credere.
Non so neanche dire cosa ho pensato. Semplicemente ho fatto fatica a comprendere il significato delle parole pronunciate. Non ho risposto.
Poi la frase stessa mi è stata ripetuta ancora una volta.
Poi….Mi si è accesa una lampadina….e, di colpo, mi era chiaro il senso di quello che sentivo, ma che non volevo assolutamente ascoltare.
CHE COSA CI ANDIAMO A FARE IN BURUNDI?!!!
Il mio pessimo carattere e la mia ormai celebre capacità di irritarmi all'istante hanno risposto in maniera istantanea e….Tanti saluti alla modulazione che cerco faticosamente di applicare nella mia vita e nel mio modo di comportarmi.
I fusibili sono saltati e rischiavo di fondere tanta era la rabbia provata a causa di quel semplice capoverso. Ho blaterato senza senso per circa dieci minuti, inveendo con arroganza come solo io so fare contro quei superficiali che erano in grado di partorire simili scemenze. Per fortuna poi, dopo un congruo periodo di decompressione, la mia scalcinata reazione (che cosa ho da urlare tanto poi non si sa) ha lascito il posto alla riflessione. E, al posto della mia rabbia male indirizzata e peggio espressa, è nata una fredda indignazione, tanto più duratura quanto più efficace di far nascere pensieri di critica costruttiva.
Che cosa ci andiamo a fare in Burundi….che cosa si può rispondere a chi esprime un simile pensiero?
In prima analisi, si può forse rispondere nella maniera più semplice: che cosa credi ci si possa andare a fare in un paese dove è negato alle persone il semplice diritto alla sopravvivenza?
Che cosa ci si può andare a fare in un posto dove la gente tira la vita con i denti? Dove, se
va a fuoco la tua casa puoi solo rimanere a guardare le fiamme, perché manca tutto e soprattutto l'acqua e le strutture per spegnere il fuoco? Un paese dove i bimbi sono costretti a raccogliere e trasportare carichi pesantissimi di letame da vendere per raccattare due soldi per mangiare?
Che cosa ci si può andare a fare in un posto così? La lista è lunga. Si può anche tentare di stilarla e di ragionarci su, ma a cosa servirebbe?
L'unica cosa che mi viene da dire è che, chiunque rinunci a due settimane del suo tempo per impiegarle in un posto come Mivo, che siano Luisa Barbieri e Paolo Mongiorgi o l'associazione Nadir o chiunque altro, meriti rispetto e ammirazione.
Questo come ragionamento generale.
Andando più nello specifico: l'Associazione Nadir sta in piedi per miracolo, per opera di persone che spendono tutte le loro energie (e che per inciso, le stanno anche esaurendo) per la realizzazione di progetti che sono indirizzati, caso strano, a noi.
Noi inteso come pazienti, o ex tali, noi come membri storici dello storico gruppo della Cicamica o come nuovi arrivati alla ricerca di un luogo per affrontare i propri problemi di compulsioni varie.
Noi inteso come fruitori fortunati di occasioni che perdiamo regolarmente.
Il Burundi non è un progetto strampalato costruito da persone malate di buonismo o desiderose di diventare i salvatori del mondo.
Il progetto della missione in Africa è un'occasione, l'ennesima, che ci viene offerta per smetterla di concentrarci sul nostro conclamato e sfrenato narcisismo e piantarla una volta per tutte di passare il tempo a guardare il nostro seppur splendido ombelico e accorgerci che esistono realtà capaci di insegnarci il valore reale da dare alla vita.
Il Burundi è uno stimolo forte per dedicare mezz'ora del nostro prezioso tempo alla visione d'immagini che ci disturbano e che non vorremmo vedere, perché turbano un fragile equilibrio esistenziale che faticosamente teniamo in piedi pur di non uscire da noi stessi.
In Burundi dovremmo andare tutti.
Non per i burundesi, che pure ne avrebbero un gran bisogno; non per Luisa, che invece non ne trae nessun beneficio primario tranne forse la percezione che forse cominciamo a capire qualcosa, ma per noi stessi.
Per fare qualcosa per noi.
Per farci del bene.
Per trarne quel beneficio che viene solamente dall'essere stati capaci di guardare al di là del nostro naso alla ricerca di difficili confronti con le diversità.
Io voglio andare in Burundi, e non so neanche a fare cosa di preciso.
Chissà quale delle mie più o meno utili capacità può essere sfruttata in una simile situazione.
Chissà se ne ho anche solo una che possa risultare adatta.
Voglio andarci perché voglio vedere con i miei occhi, voglio capire, voglio imparare.
Imparare non so neanch'io cosa.
Imparare forse che quando si è impegnati a sopravvivere, quando non si ha nulla, non necessariamente si è infelici.
Non necessariamente ci si sente depressi e schiacciati da una vita che non ci offre nulla al di là dell'essere vivi.
Il senso d'insoddisfazione, di vuoto, che tante persone provano non è appannaggio dei paesi del terzo mondo.
E' un privilegio dell'occidente economicamente e culturalmente sviluppato. Forse è questa una delle cose che vorrei imparare facendo un'esperienza in missione: vorrei acquisire le armi per combattere la mia incapacità di vivere e in cambio dare quel poco che potrò, forse, essere in grado di offrire.
Non mi sembra uno scambio da poco.
Apprezzare quello che viviamo giorno per giorno, quello che abbiamo, le possibilità che ci vengono date, la bellezza del mondo che ci circonda, gli affetti e le amicizie.
Questo è un grande traguardo.
Viviamo in un bel mondo.
Nonostante i guerrafondai, i presidenti operai, i governi impazziti e l'egoismo imperante, lo schifo della politica e lo schifo dei media, io mi ritengo fortunata di occupare il posto che occupo nel mio piccolo ingranaggio.
Io non voglio cambiare il mondo. Voglio tentare di cambiare un pezzetto del mio mondo.
E' già sufficiente. Non è un progetto ambizioso. E' alla mia portata. E' alla portata di tutti.
Non voglio neanche dimenticare che io non solo posso mangiare tutti i giorni, ma posso scegliere cosa mangiare e addirittura se mangiare o no.
Io non solo posso lavorare e guadagnarmi da vivere ma mi posso lussuosamente permettere di scegliere il tipo di lavoro che voglio fare.
Io non solo posso studiare ma posso scegliere cosa studiare.
Sono padrona del mio tempo e della mia vita. Posso scegliere.
Posso farlo perché il mio diritto alla sopravvivenza è garantito e i miei diritti civili salvaguardati e se penso di avere il diritto di averne altri, posso esprimere la mia opinione e lottare per ottenerli.
Non sono discriminata, almeno non ufficialmente, per il mio colore di pelle, per la mia religione o per le mie convinzioni politiche.
Sono discriminata per le mie scelte sessuali ma sono anche ottimista e credo che sia solo una questione di tempo affinché le cose cambino.
La scelta è sempre il fulcro di tutto.
Scegliamo di essere più realisti, meno superficiali.
Cerchiamo di non fare domande stupide tipo: “Che cosa ci andiamo a fare in Burundi?”
Ma riflettiamo sul senso delle cose e cerchiamo di apprezzare le preziose iniziative che si protendono verso di noi in slanci disinteressati.
Scegliamo di impiegare il tempo del quale siamo padroni facendo anche cose che non avremmo mai pensato di fare.
Il che non comprende necessariamente un viaggio a Mivo, ma, forse, più semplicemente un passaggio in associazione per chiedere se, per caso, non ci sia da lavare il pavimento.