>>>> Don Lorenzo Milani a seguire

Fermo restando che quanto a suo tempo dichiarato dallo scrivente trovava le sue ragioni in una lunga serie di contrasti che avevano costellato la vita del Centro, in un crescendo di sospetti e incomprensioni, già dai primi anni della sua vita, devo rilevare che, da questo chiarimento rilevatosi essenziale e liberatorio, abbiamo potuto appurare la sincerità e l'onestà delle intenzioni dell'Amministrazione e la seria determinazione a sbarazzarci degli ostacoli che hanno impedito sin qui una normale collaborazione fra i ns. enti.
Rilevo, comunque che ancora oggi, a distanza di tanti anni, Vi sono forze e persone che si oppongono in modo più o meno palese alla equanime e libera fruizione di un patrimonio materiale e ideale della cosidetta ‘eredità morale' di don Lorenzo Milani.
Tali forze non lesinano, oltre a gesti che rasentano il sabotaggio, anche attacchi verbali (spesso pubblici) contro chiunque pare loro attentare alle guarentigie e ai privilegi di cui godono. E anche contro i loro stessi ‘fratelli'.
Vi porgo un esempio semplice e terra-terra fra i tanti: nonostante l'impegno profuso da noi, dalle autorità religiose e dall'amministrazione pubblica locali, forse (badate bene! FORSE) solo ora (e a spese dei più volenterosi e disinteressati) si avrà fra qualche tempo la possibilità per le migliaia (12,000/15,000 all'anno) di visitatori di poter usufruire di servizi igienici essenziali presso i luoghi storici di Barbiana, che per chi non lo sa, distano svariati chilometri dal luogo abitato e pubblicamente servito.
Da anni provvediamo a ns. spese e con l'aiuto di volontari Vicchiesi e non a restaurare, salvare, servire ed aiutare. Da anni abbiamo porto l'altra guancia. Qualche volta ci sono scappati i cavalli (e dopo l'invettiva abbiamo sempre provato tristezza e desiderio di lasciar cadere una pietra sul passato) ma non abbiamo mai impedito a chiunque, dal più umile ed incolto degli esseri umani al più abbiente e dotto di essi, dal bidello all'ultimo dei Ministri, di accostarsi alla figura di Lorenzo e a ricevere da noi assistenza, accoglienza, risposte e considerazione. Questo non è solo ‘democrazia'! E' rispetto vero per ogni essere umano e per la sua dignità in quanto fratello e sodale.
Prometto con gratitudine ai soci e ai sostenitori delle ns. fatiche e delle ns. cause che, sin d'ora, Vi farò dettagliata relazione di quanto andremo ancora a tentare e a realizzare per far sì che vengano rispettati eguali diritti per tutti.
Anzi, faremo di più: faremo parti diseguali fra diseguali per ‘pareggiare i conti' con la realtà dei tempi e per amor di vera giustizia.ù
Annuncio infine l'apertura di un nuovo sito internazionale che si è reso necessario per le varie pubblicazioni in versione sinottica (Inglese/Italiano, Tedesco/Italiano, Spagnolo/Italiano, ma anche Cinese, Russo, Albanese, etc.) che abbiamo ed andremo a pubblicare entro l'anno. ( www.barbiana.eu ).
Giovanni Banchi
 
Oggi, 17 Martedì Aprile 2007, presso il Comune di Vicchio (Fi), si sono incontrate le delegazioni del ns. Consiglio Direttivo (Pres. Giovanni Banchi e Vice-Presidente Nevio Santini) e del Comune di Vicchio (Elettra Lorini, Sindaco, e Francesca Landini, Assessore Cultura).
A seguito di questi colloqui si è raggiunto un mutuo accordo relativamente ai seguenti punti:
• Al ns. Centro sono garantiti, come nel passato, sia la massima libertà d'azione (necessaria a rispettare i propri legittimi fini istituzionali) com'anche l'accesso ai locali della Biblioteca Comunale sia negli orari di normale apertura che al di fuori d'essi (quando per dovere d'ufficio e d'accoglienza il ns. Centro si trovi a doverne necessitare).
• La custodia materiale della chiave, per superiori ragioni di norme vigenti in materia, sarà custodita da persona/e all'uopo eletta/e dall'Amministrazione pubblica responsabile.
• La collaborazione con l'Istituzione, ‘Centro Documentazione D.L.M. e S.B.'
sarà rafforzata e sancita, anche attraverso un protocollo di Intesa la cui bozza è al momento al vaglio delle parti interessate e che sarà comunemente approvata nei prossimi giorni.
• Il ns. notevole Archivio documentale sarà conferito in custodia ed uso pubblico, presso la suddetta Biblioteca, in locale protetto ed adeguato. Ciò avverrà in base a regolare Contratto di Comodato che sarà prontamente stilato e controfirmato dalle parti.
• Il rapporto storico (iniziato già dal lontano 1981 da Giovanni Banchi che fondò il primo Centro don L. Milani) fra l'Amministrazione locale di Vicchio e il ns. Centro vedrà una più stretta e assidua collaborazione per evitare che malintesi e incomprensioni possano minarne la saldezza e la fiducia necessarie (a diffondere il messaggio di Lorenzo e la conoscenza di quelle tematiche pratiche e/o etiche che possono aiutare a risolvere i tanti problemi della scuola e dei rapporti fra cittadini sovrani e fra questi e gli amministratori della cosa pubblica).
Terremo informati i ns. soci e sostenitori sugli ulteriori sviluppi relativi al ‘Protocollo di Intesa' che andremo a finalizzare con l'amministrazione del Comune di Vicchio.
Giovanni Banchi
Ricordare Don Milani a quarantanni dalla sua morte vuol dire fare i conti con il contesto nel quale operò. E registrare i cambiamenti avvenuti per rinnovare la sua esperienza
Enzo Mazzi
C'è una affermazione che racchiude credo il senso della vita di don Milani: «Il mondo ingiusto l'hanno da raddrizzare i poveri e lo raddrizzeranno solo quando l'avranno giudicato e condannato con mente aperta e sveglia come la può avere solo un povero che è stato a scuola». È una frase problematica, letta oggi. Perché i poveri hanno avuto ed hanno la scuola. Ma il mondo non sembra che sia stato raddrizzato.
Guardando però quella frase come paradigma ideale della grande transizione storica della nostra epoca, essa racchiude il progetto, la positiva presunzione di Barbiana: vivere la crisi della società arcaica e la caduta di secolari barriere per soddisfare l'altrettanto secolare sete di protagonismo, anzi di sovranità delle classi popolari; e in secondo luogo far propri gli strumenti offerti dalla società moderna, cioè la diffusione delle conoscenze e del senso critico, giungendo a usare tali strumenti contro lo stesso progetto di trasformazione delle classi dominanti.
Un unico filo lega fra loro tutte le altre esperienze di quel laboratorio culturale, ecclesiale, sociale e politico che si è sviluppato nella Firenze degli anni '50-'70: vivere la grande transizione storica facendo spazio ai valori di giustizia, solidarietà, protagonismo e partecipazione di cui, seppur con grandi contraddizioni, erano portatrici le classi popolari. Le cose non sono andate secondo le aspettative di quel paradigma ideale che ci animava. Ma non sarà che a quello stesso paradigma si dovrà ritornare come unica risorsa per risalire dall'orrido baratro in cui stiamo scivolando?
Esplorare l'ignoto
Quando, nell'immediato dopoguerra, studiavamo teologia nel Seminario fiorentino, la nostra ansia culturale e intellettuale, la tensione morale e la ricerca di fede erano tutte protese a uscire dalla prigione della sintesi sacrale del medioevo, evitando però l'abbraccio mortifero di una modernità che aveva sì riaperto lo spazio dell'autonomia e della libertà ma, per estrema contraddizione, aveva anche sottomesso il mondo al clima di terrore della guerra totale.
La cupola del tempio, imponente utero materno, non racchiudeva più i cuori e le menti di alcuni giovani seminaristi. Avevamo bisogno di volare alto. Ma la cupola di fuoco della bomba si presentava come un approdo altrettanto oppressivo. Fra questi poli, simbolicamente espressi dalle due cupole, nasceva una appassionata ricerca di sintesi nuove, di percorsi creativi, di tentativi inediti.
Eravamo ingenui, ma non stupidi; idealisti, ma non privi di quel realismo autentico che è la dote di chi non ha altra scelta che tentare l'inesplorato.
Non sapevamo che il mondo operaio e contadino era agli sgoccioli. Ma non eravamo neppure in attesa della sua messianica vittoria. Ci premeva l'affermazione e la penetrazione dei valori umani ed evangelici dei poveri nella società e nella Chiesa. Quei valori, fra l'altro, che alcuni di noi, provenienti da famiglie proletarie di sinistra, avevano succhiato col latte materno e che poi entrando in seminario avevano abbandonato non senza un senso di rottura e quasi di tradimento. Ora si trattava di immergersi di nuovo in quella realtà dalla quale si proveniva. Non era il caso di don Milani che proveniva da una famiglia alto borghese e che nell'intimo sentiva il bisogno di una specie di lavacro.
Con un tale desiderio di incarnazione nel «mondo dei poveri», uno dopo l'altro uscimmo di seminario.
Ci trovammo immersi in un crogiolo che andava ben oltre la nostra immaginazione e i nostri progetti. Si preparava la metafora di uno di quei magici tempi della evoluzione della specie in cui nasce un essere nuovo.
Una rivoluzione copernicana
Ci accorgemmo ben presto, già alle prime esperienze di pratica pastorale, che non si trattava solo di una questione di preti, di Chiesa o di Vangelo. La società intera era investita da una trasformazione profonda e ambigua. Proprio per questo però l'opportunità che si apriva per il Vangelo e per la Chiesa era di incalcolabile valore. Bisognava scommettere la vita intera e la stessa fede.
È quello che tentammo di fare, giovanissimi preti, chi in fabbrica, chi nelle parrocchie, perseguendo esperienze che insieme a tante altre analoghe avrebbero preparato e alimentato la rivoluzione copernicana del Concilio e la rivoluzione culturale e sociale del '68.
Isolare don Milani da questo contesto non serve a lui e non serve alla storia.
In particolare chi ha amore alla scuola e cerca e sperimenta la fatica di percorsi innovativi non ha bisogno di miti. Quanto piuttosto, io credo, di annodare i fili di tante esperienze, individuando, anche nella scuola di Barbiana, le costanti o gli orientamenti di fondo di un processo di emersione e di riscatto delle culture negate. O la scuola infatti si porrà come fondamentale l'obbiettivo di levatrice dell'intreccio fra le culture che finora non hanno avuto acccesso alla visibilità o sbatterà la testa contro l'impotenza di un riformismo da allevamento. Barbiana in questo è preziosa; purché non se faccia un quadretto da «presepio di Greccio». I poveri oggi hanno la parola e restano poveri. Molti immigrati che puliscono le nostre fogne sono laureati. Essi non hanno bisogno di maestri. Barbiana a loro non serve come esempio di scuola ma come esperimento di comunità oltre i confini.
Dunque don Milani è stato smentito? Se si isola e si mitizza il messaggio della persona, direi di sì.
E qui ritorna il tema della comunità oltre i confini. È vero che don Milani era lontano dall'esperienza delle comunità di base e dalla stessa riforma conciliare. Lui diceva infatti: «la religione consiste solo nell'osservare i dieci comandamenti e confessarsi presto quando non si sono osservati. Tutto il resto o sono balle o appartiene a un livello che non è per me e che certo non serve ai poveri». Non l'abbiamo mai avuto vicino quando alimentavamo, ispiravamo e sostenevamo la battaglia dei padri conciliari, tipo il cardinale Lercaro o dom Franzoni, per la Chiesa povera e dei poveri e per la Chiesa-comunità di comunità aperta e in cammino. Questo significa che lui non ha dato il suo contributo? Ma niente affatto. Se lo si stacca dal contesto può anche essere. Ma collocato dentro il processo storico don Milani ha dato sostegno a tanti come me nella nostra esperienza e nella stessa lotta per l'attuazione del Concilio. Barbiana non è un'esperienza conciliare nella forma e nelle intenzioni, ma lo è nella sostanza. E' per questo che io sento vivo Lorenzo, lo sento attuale, perché è vivo e attuale il processo storico di umanizzazione sociale dal basso al quale egli ha dato il suo prezioso contributo.
E qui vorrei spendere ancora una parola di critica verso la mitizzazione del personaggio. Non ci serve anzi è di ostacolo il mito don Milani che si sta affermando.
Centrare tutta la luce sulla sua persona oscura ancora una volta i poveri, la gente umile. Milani, Milani, sia pure, ma dove sono finiti i contadini, le contadine e gli operai che mezzo secolo fa animavano ancora i monti del Mugello, insignificanti formiche per la cultura borghese, in realtà per noi grandi personalità della cultura popolare? Ne ho conosciuti diversi e mi sono rimasti nell'anima e nella mente.
Un fiore all'occhiello
Ho proposto agli amministratori di alcuni comuni del Mugello, che fanno convegni, ricerche, pubblicazioni su don Milani, di fare una ricerca sulla cultura popolare e i suoi personaggi prima dell'inurbamento. Non ci sentono. Milani è un fiore all'occhiello da sfruttare per far cassa?
Non bisognerebbe mai dimenticare quanto egli scrive all'amico Giorgio Pecorini come in un testamento in una delle sue ultime lettere:
«Ma devi fare qualcosa per me. Prima di tutto perché è vero quello che ti dico cioè che il lavoro è tutto dei ragazzi... Non voglio morire signore cioè autore di un libro, ma con la gioia che qualcuno ha capito che per scrivere non occorre né genio né personalità ... Così la classe operaia saprà scrivere meglio di quella borghese. E' per questo che io ho speso la mia vita e non per farmi incensare dai borghesi come uno di loro».
Mettiamo via gli incensieri!
Il Manifesto 2 dicembre 2007