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Sal & Inf - la sindrome da hubris

Immagini hubris

14 aprile '11
 

Carisma, fascino, capacità di ispirare, capacità di persuadere, ampiezza di vedute, espressa disponibilità ad assumere rischi, grandiose aspirazioni ed elevata autostima sono caratteristiche spesso associate a leadership di successo. Eppure c'è un altro aspetto da considerare nella valutazione di questo profilo, in quanto queste stesse doti possono essere contrassegnate dall'impulso, dal rifiuto di ascoltare o seguire consigli da parte di chicchessia, trasformando ciò che di primo impatto pare essere la chiave del successo in chiara ed espressa incompetenza.

Hubris o hybris (ὕβρις) è un termine che deriva dal greco e che concerne chi, animato da eccessivo orgoglio, arriva a sfidare gli dei, con conseguente ed inevitabile nemesi.

Nell'antica Atene era considerato un gravissimo peccato, lo si concettualizzava al pari del comportamento di chi molestava un cadavere o sottoponeva ad umiliazione un nemico sconfitto. Nel tempo il significato ha subito una generalizzazione tanto da intendersi quale comportamento oltraggioso o esibizione di orgoglio o di disprezzo per la legge morale di base della comunità di appartenenza. Tale prepotente orgoglio spesso subisce conseguenze fatali.

Nel nostro Paese il pressapochismo l'ha sempre un po' fatta da padrone, forse è nel nostro DNA, lo stesso vale per il nepotismo ed il clientelismo, ma lo sdoganamento, sino alla legalizzazione, di queste devianze parrebbe piuttosto azzardato, tanto da spaventare. Inoltre dinanzi ai grandi cambiamenti che, volenti o nolenti, il processo di globalizzazione sta determinando, queste nostre simpatiche caratteristiche si sono trasformate in “tragedie” umane e umanitarie.

“Lo Stato viene visto da molta gente come un'entità lontana, ininfluente”, dice il magistrato calabrese Nicola Gratteri conversando con Antonio Nicaso, storico delle organizzazioni criminali, ne “La malapianta”, “il problema, purtroppo, è che, in molti casi, sembra essere proprio così” ed è così che i comportamenti devianti si rinforzano trasformandosi in usi molto più potenti delle leggi. “Le mafie stanno vivendo una stagione di relativa quiete”, dopo i bagni di sangue che hanno caratterizzato gli anni '80-90, “forse non hanno più bisogno di sparare, forse hanno acquisito altri strumenti di controllo del potere, del resto la loro forza è proporzionale alla debolezza, sinanche inconsistenza della politica”.

Negli ultimi 20 anni sono stati soverchiati i “vecchi” modi di proporsi sia nel semplice contesto della relazione interpersonale, sia (e questa si è rivelata una pesantissima devianza) in ambito istituzionale. Un modo nuovo di “fare politica” ha focalizzato le basi dell'ipotizzato cambiamento sul “superamento” di quella sorta di modo di essere e di proporsi “a modino”, in maniera educata, usando un linguaggio non scurrile, coniugando qualche congiuntivo, almeno in sede istituzionale, come se questa modalità educata di proporsi fosse responsabile di tutto ciò che non ha funzionato (e tante sono state le cose davvero esecrabili) negli anni susseguenti la seconda guerra mondiale (non amo chiamare tale periodo “la prima repubblica”, come invece si usa, diciamo che liberamente mi dissocio dal considerare questa “cosa” informe che stiamo vivendo dopo il 1993 la “seconda repubblica”).

Fare politica, amministrare la cosa pubblica, prendersi cura del Paese è stato stravolto, in quanto è passato il messaggio populista che “tutti sono in grado di fare i politici”, che ci vuole ? Basta “arrogarsi” il diritto a farlo e il gioco... eccolo qua... “belle che fatto”.

Il problema, io credo, sta nel fatto che la politica è una cosa seria (non seriosa, come forse ci veniva proposta nel passato), ma molto, molto seria.

Rappresentare la popolazione di un territorio non significa soverchiare, non ascoltare le esigenze reali creando alternative strumentali a scopi ben diversi da ciò che invece la politica dovrebbe proporsi, ma prestare attenzione solamente a ciò che pare più alla portata, di ciò che si presta alla facile manipolazione sociale. Non significa dividere le persone tra di loro, ma trovare dei punti di incontro. Non significa abbattere i valori che da sempre hanno fatto da canovaccio al tessuto sociale, ma accettarne, anzi, cercarne i cambiamenti migliorativi.

Non è sufficiente, e secondo me nemmeno adeguato e rispettoso, utilizzare un linguaggio di bassa lega credendo che questo sia il modo migliore per farsi capire da tutti, il populismo (perché solo così lo si può definire, è inutile cercare dei sinonimi) si è sempre dimostrato foriero di gravi minacce per la democrazia, in quanto pone le sue radici sulle paure consce o inconsce della gente e non si sofferma ad analizzare le motivazioni che stanno alla base del malessere.

Il populismo tende ad arrogarsi il diritto di asserire la verità incontestabile perché si autodefinisce “la voce della gente”, ma... a volte la voce della gente nasce dalla paura, dal pregiudizio, dall'ignoranza e troppo spesso pone radici nell'insufficiente, se non deviante, informazione, tanto da ridurre la democrazia rappresentativa in una facciata dietro la quale di fatto si muove un'oligarchia incontrollata. Secondo il più noto studioso delle masse, Gustave Le Bon, nella sua “Psychologie des Foules” del 1895, si giunge alla generale conclusione che “la folla è sempre intellettualmente inferiore all'uomo isolato”, come a supportare il pericolo che nasconde il populismo estremamente suggestionante in azione sulla massa posta in situazione di facile manipolatorietà.

I cittadini hanno il diritto di essere ascoltati e i politici hanno il dovere di farlo e di utilizzare la loro professionalità per elaborare ciò che esce da quelle voci. Faccio un esempio: io di professione faccio il medico-psicoterapeuta e per definizione ascolto, ma se all'ascolto non seguisse un'elaborazione, come potrei restituire al mio interlocutore qualcosa di costruttivo e quindi benefico ? e, aggiungo, il lavoro elaborativo... non lo si può improvvisare, nasce da anni di esperienza, di ascolto, di studio, di ricerca e anche di errori.

Come sarà mai possibile fare passare il concetto che tutti, ma proprio tutti, possono sedere in Parlamento e rappresentarci caratterizzando poi le nostre vite ? Forse è possibile nel momento in cui si gioca la carta della propaganda di regime, quindi è possibile!

Non voglio assolutamente fare un'analisi sociologica del quadro politico italiano, non ne sono affatto in grado, ma il malessere nel proseguire ad assistere a risse in Parlamento, ad ascoltare sproloqui e parolacce uscire dalla bocca delle massime cariche istituzionali, lasciando da parte i fatti che potrebbero in qualche modo incidere sfavorevolmente sul comportamento comune sdoganando degli stereotipi poco edificanti nel contesto di una società civilizzata, il malessere di non essere rappresentata e di non potere fare riferimento a ciò che sinora credevo fossero le fondamenta del sistema democratico, è presente e pesante.

OminiSi dice che l'interesse della popolazione per gli affari politici, che il senso civico sia scemato, si dice che non vi siano più ideologie, ecco, io credo che invece si scambi l'ideologia per una sorta di inquadramento partitico immobile ed immobilista, incapace di evolvere accogliendo le esigenze emergenti e che le persone, incappando in questa specie di equivoco sociale, oltre ad assistere impotenti al disfacimento di ciò che ha caratterizzato la nostra storia senza peraltro vedere alternativa alcuna, cerchi di salvaguardarsi creando una distanza dalla classe dirigente.

É vero ciò che si dice sempre più spesso: “il Paese è spaccato in due”, io non so se sia spaccato in due, di sicuro è dissociato ed, altrettanto sicuramente, è stanco.

Quando si è molto stanchi si fa fatica persino a pensare, tutto diventa pesante, si ha solo voglia di “staccare la spina”, non vi sembra che tutti noi, ora come ora, ci troviamo in questa assurda situazione mentale ?

Del resto se si tenta di mettere in atto un cambiamento, se si mette in discussione il canovaccio sociale, se si percepiscono iniquità, incongruenze, franche ingiustizie e non si vuole scendere a patti subendole... si è classificati come sovversivi, quindi si viene tacciati, e... in un modo o nell'altro il sistema vince.

Occorre, però, a questo punto domandarsi quanto e come questo sistema sociale “vincente” possa essere considerato sano, competente, in evoluzione, oppure profondamente malato, incapace di cogliere gli stimoli costruttivi che nascono dalla base, tanto da perseguire il pensiero critico del singolo spingendo verso l'omologazione.

L'omologazione è un metodo di controllo molto efficace per il sistema, ma purtroppo crea forte disagio individuale, in quanto il singolo si sente sottoposto ad una pressione costante tesa a conformare. Ogni individuo per potere trovare il suo equilibrio ha bisogno di riconoscersi, di individualizzarsi, di percepirsi staccato dagli altri, ma parte del gruppo e in un ruolo ben preciso.

L'individuo dovrebbe tendere ad accogliere le regole del gruppo cui sceglie di appartenere, o nel quale si ritrova, pur non reprimendo se stesso e soprattutto la sua criticità e la sua diversità. Perché questo avvenga, occorre che il gruppo di appartenenza sia sano e competente e che le regole che lo sostengono e al contempo lo tutelano, siano in sintonia con le dinamiche che si muovono al suo interno, quindi in evoluzione.

Quando impera l'omologazione, che diventa la manipolazione di un'oligarchia sulla più parte della popolazione (definita “massa”), ecco che la diversità, insita in ogni essere vivente, si trasforma in deficit, anziché essere riconosciuta quale risorsa.

Credo sia facilissimo comprendere come la populistica politica imperante possa incontrare diverse difficoltà, almeno nell'ambito della comprensione delle dinamiche sociali, e di conseguenza quanto in realtà il populismo allontani la base dal vertice creando un canale di comunicazione alterato da pregiudizi, incomprensioni sino ad utilizzare l'equivoco e l'aggressività per proporre-imporre l'impensabile e ... chi non la pensa così ... è “un comunista” (o “communista”, come dice simpaticamente il giornalista Luca Bottura nel suo programma radiofonico di satira politica mattutino), come ad individuare una categoria (un'ideologia ?) fallita, carica di significati negativi ed invalidanti il sociale, o comunque un nemico da contrastare.

Ora dovremmo domandarci se non fosse il caso di pretendere che chi decide di scendere in politica venisse sottoposto ad un protocollo di valutazione psicologica, oltre che tecnica.

Non è forse vero che diverse professioni considerate ad alto rischio, per via delle possibili gravosissime ed impegnative decisioni cui devono dare seguito, per potere essere svolte si sono regolamentate sottoponendo i candidati a diverse prove a valutazione della competenza di chi le eserciterà ? Non capisco il perché non lo si faccia anche per la politica, del resto la storia insegna suggerendoci diversi esempi di “statisti” che hanno espresso la loro psicopatologia coinvolgendo milioni di individui inermi ed innocenti (non è sufficiente, quale esempio, un “soggettino” stile Hitler ?).

Come suggerisce Hugh Freeman nel suo “Le malattie del potere” bisognerebbe conoscere meglio il funzionamento cerebrale dei leader politici, questione per la quale la gente in genere dovrebbe nutrire una legittima preoccupazione essendo che la malattia privata, come accaduto più volte, può coinvolgere il presente ed il futuro di milioni di persone. Occorrerebbe tentare almeno di proteggere la popolazione dalle conseguenze dell'umana debolezza nelle sue manifestazioni psichiatriche, del resto tutt'oggi non è difficile evidenziare le devianze del singolo o del gruppetto oligarchico quale fonte responsabile di fatti sociali di gravità inaudita.

La storia della follia è la storia del potere. Potere e follia sono al contempo impotenza e onnipotenza. Occorre un grande potere per controllare questo fenomeno. Finendo con il minacciare le normali strutture dell'autorità riconosciuta, la follia è impegnata in un dialogo senza fine, talvolta un monologo monomaniacale circa il potere

Roy Porter

Nel gennaio 2009 “Brain - the Journal of Neurology” pubblicò un interessante articolo redatto da David Owen (House of Lords, London, UK 2 Department of Psychiatry and Behavioural Sciences, Duke University Medical Center, Durham, USA) che proponeva un modello di struttura di personalità confluente in un disagio psicopatologico più che mai adeguato ad esponenti storici e attuali della classe dirigente: la sindrome da Hubris, dal significato etimologico chiaro e diretto.

 
Il soggetto portatore presenta un modello comportamentale che si può riassumere attraverso una semplice schematizzazione:
  • intende il mondo come un posto ove auto-glorificarsi attraverso l'uso del potere personale
  • tende ad agire primariamente per migliorare la propria immagine personale
  • mostra una preoccupazione sproporzionata per ciò che concerne la sua immagine e l'apparire
  • esibisce una sorta di zelo “messianico” nell'ambito della sua attività e i suoi discorsi sono caratterizzati dall'esaltazione
  • attua una sorta di fusione tra se stesso, la nazione o l'organizzazione che “rappresenta”
  • la sua conversazione è caratterizzata da una tendenza a parlare di sé in terza persona
  • mostra un'eccessiva fiducia in se stesso
  • manifesta disprezzo nei confronti di coloro che vive come possibili avversari
  • si dimostra responsabile e, quindi sottoposto solo al giudizio di un tribunale superiore, come potrebbero essere la storia e/o Dio, e lo mostra con convinzione incrollabile
  • perde il contatto con la realtà
  • spesso il suo comportamento si esprime ricorrendo all'irrequietezza, all'incoscienza e alle azioni impulsive
  • permette l'invischiamento con aspetti della sua vita che nulla hanno a che fare e che, invece, possono deviare gli obiettivi prioritari insiti nel suo ruolo
  • dimostra incompetenza e disprezzo verso chi lavora seguendo tecniche consolidate; la si potrebbe definire “hibristica incompetenza” determinata dall'eccesso di fiducia in se stesso che induce a bypassare i “dettagli” considerati non di adeguato livello

Il filo rosso che lega queste caratteristiche confluisce in quell'insieme di esagerato orgoglio e di arroganza che fanno lievitare l'autostima e al contempo il disprezzo per la “pochezza” degli altri. La mancanza di ascolto emergente incuneano sempre più nell'hubris, del resto chi si trova all'interno dell'élite di potere, e, ancora di più, chi si trova al vertice, cede spessissimo alla tentazione di ascoltare solo ciò che vuole sentire, fermo restando che questa tendenza massimalista viene rinforzata da specifici tratti di personalità, quali aggressività e dogmatismo.

Alcuni punti di vista inquadrano questo comportamento nel narcisismo, per altri rappresenta una sorta di pericolo professionale nel quale possono incappare coloro che aspirano al potere e fanno di tutto per ottenerlo e conservarlo, sia che si parli di mondo della politica, come di quello degli affari, militare o accademico, il punto sta nella concezione del “potere” inteso come soverchiante.

Se si osserva questo insieme di comportamenti dal punto di vista clinico, allora cambia la prospettiva assumendo una caratteristica che è appunto quella della sindrome, fermo restando la diagnosi differenziale con patologie quali il bipolarismo, nel quale l'atteggiamento riportabile all'onnipotenza è presente nella sua fase maniacale. É quindi possibile dal punto di vista medico individuare le caratteristiche della sindrome da hubris e conseguentemente contribuire, attraverso l'apparato legislativo, ad arginarla, limitandone alcune espressioni, a salvaguardia della comunità e quindi della democrazia.

La sindrome da hubris è comunque condizione acquisita, ovviamente agente su di una struttura di personalità predisposta, derivante dal vissuto del possesso del potere, specie un potere associato ad un successo travolgente detenuto per un periodo di anni e con limitazioni rappresentante da vincoli minimi. Si sviluppa al di là del fatto che la leadership possa essere giudicata in termini positivi o negativi, non dipende dagli esiti oggettivabili, è una sorta di arroccamento del leader cui, come sempre, si attaccano degli individui-parassiti più a corredo che in sostanza.

L'essere eletti a cariche istituzionali elevate per un leader democratico è un evento significativo, vittorie elettorali successive possono aumentare la probabilità di acquisire una certa arroganza, se la struttura di personalità non è solida si può instaurare la sindrome da hubris che può evidenziarsi, sino a scompensarsi, dinanzi a situazioni di grave crisi, come ad esempio guerre incombenti e/o disastri finanziari.

É intuibile che più il sistema tende al totalitarismo più può essere facile ritrovarsi in piena hubris, i dittatori sono particolarmente soggetti a presunzione ed arroganza in quanto sono assoggettati a pochi, se non nulli, vincoli di contenimento che invece dovrebbero operare nei sistemi democratici.

David OwenLord Owen nel suo “In Sickness and in Power: Illness in Heads of Government During the Last 100 Years”, pubblicato nel 2008, valuta una serie di personaggi di rilievo storico cercando di mantenere integra la sua visione clinica e descrivendone le espressioni comportamentali a posteriori. Per fare un esempio, Owen asserisce che Benito Mussolini fosse un bipolare, esattamente come Saddam Hussein, mentre John F. Kennedy avrebbe espresso un hubris occasionale, particolarmente evidente durante la crisi internazionale della Baia dei Porci del 1961. D'altro canto non si può non tenere nella giusta considerazione la storia clinica di Kennedy che, ammalato di morbo di Addison, era sottoposto ad una terapia farmacologica a base di steroidi e di anfetamine con evidenti conseguente comportamentali.

Lord Owen è particolarmente qualificato per potere approfondire la tematica, in quanto oltre ad essere medico psichiatra, è stato anche ricercatore in ambito neurologico e psicofarmacologico, oltre che politico di primo piano (Sottosegretario di Stato per la Marina Militare, Ministro della Salute Pubblica e Ministro degli Affari Esteri d'Inghilterra) e, proprio in virtù della sua storia professionale, non ha mai tenuto nascosto la convinzione dell'esistenza di una stretta relazione tra medicina e politica: "... i politici sono anche coloro che hanno la vita delle persone nelle loro mani ... Il politici, soprattutto i capi di governo, devono prendere molte decisioni che hanno effetti di vasta portata sulla vita delle persone che governano, decisioni che possono, in casi estremi, essere di vita o di morte ...

Per i politici e per i medici è attributo essenziale la capacità di esprimere giudizi realistici su ciò che può o non può essere perseguito. Tutto ciò che colpisce la mente può fare danni considerevoli ... Il rapporto tra la politica e la medicina, mi ha da sempre affascinato. Non c'è dubbio che la mia carriera politica, come medico, abbia alimentato il mio interesse e influenzato la mia visione dei fatti. Sono particolarmente interessato agli effetti della malattia dei capi di governo nel corso della storia ".

Quando i tratti negativi della sindrome emergono nei leader politici, la loro capacità di prendere decisioni viene seriamente compromessa, portando a conseguenze disastrose in ambito politico e sociale. Spesso vengono compiute azioni destinate solo a rinforzare la propria immagine, assegnandole un'importanza esagerata e perdendo così di vista gli obiettivi insiti del ruolo nel quale si è calati. Viene perso il contatto con la realtà, l'impulsività imprudente conduce inesorabilmente all'inadeguatezza. Seguendo i ragionamenti di Lord Owen una carriera hibrística procede più o meno in questo modo: l'eroe ottiene gloria e consensi per avere raggiunto un successo che pareva insolito, contro ogni probabilità. L'esperienza vittoriosa può, col tempo, indurre ad assumere un atteggiamento sprezzante nei confronti degli altri, vissuti come comuni mortali, può gonfiare l'autostima sino a perdere il contatto con la realtà. Questa perdita di oggettività può alterare la visione del contesto, rischiando degli affondi piuttosto pericolosi in termini di errori di valutazione nei propri confronti, nei confronti delle persone di cui è responsabile, oltre che della situazione complessiva. Secondo Owen, prima o poi il portatore di sindrome da hubris soccombe ad una punizione e conosce la sua nemesi, facendo riferimento alla tragedia greca nella quale l'eroe che commette l'atto hibrístico, cercando di debordare dalla condizione umana, immaginandosi superiore ed in possesso di poteri divini, viene punito da Nemesis, la dea della vendetta, che lo distrugge.

Per questa sindrome attualmente non esistono cure, anche perché l'affidarsi a cure psicologiche tende a cozzare con la struttura di personalità del portatore. La “medicina” migliore è la consapevolezza di chi ha, o avrà, a che fare con lui, oltre che consolidare le regole, le leggi che possano arginare l'impulso distruttivo insito nella sindrome.

La sindrome Hubris

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