08 Settembre 2011
A dieci anni dall’11 settembre, la scorsa settimana una delegazione della Tavola della pace e dell’associazione americana dei familiari delle vittime dell’11 settembre Peaceful Tomorrows si è recata a Kabul raccogliendo un punto di vista inedito: quello dei familiari delle vittime della guerra e del terrorismo e quello della società civile afgana. Vincendo mille paure, resistenze, pressioni e preoccupazioni, otto esponenti della società civile italiana e americana sono stati per cinque giorni nella capitale afgana cercando di capire cosa c’è di vero oltre la propaganda e la disinformazione, i luoghi comuni e i pregiudizi. E’ stata la prima volta per una delegazione ufficiale di pacifisti occidentali.
La delegazione era composta da Paul Arpaia (September 11th Families for Peaceful Tomorrows), Flavio Lotti (coordinatore nazionale della Tavola della pace), Emanuele Giordana (coordinatore di Afgana), Mario Galasso (Assessore alla pace e alla cooperazione internazionale della Provincia di Rimini), Andrea Ferrari (Assessore alla pace e cooperazione Internazionale del Comune di Lodi), don Tonio Dell'Olio (Responsabile Internazionale di Libera), Luisa Morgantini (Associazione per la pace) e don Renato Sacco di Pax Christi.
"L’idea era fare un bilancio, guardando alla storia anche con gli occhi di chi ha pagato in prima persona l’invasione decisa da Washington per le presunte responsabilità dei talebani afgani nelle stragi del 2001" - ha commentato don Renato Sacco di Pax Christi all'agenzia Misna. "Lo si è fatto per sei giorni, durante gli incontri con i familiari delle vittime del conflitto e con i rappresentanti delle organizzazioni della società civile. Lo si è fatto camminando tra la gente, tra i banchi dei mercati o su strade invase da una pioggia inusuale e dal fango. I bambini – racconta don Renato – si meravigliavano di vedere un gruppo di stranieri in giro senza una scorta armata; ma poi tornavano a sorridere guidando i loro aquiloni, vietati durante il regime dei talebani”.
Dall’arrivo dei soldati sovietici, nel 1978, in Afghanistan non si è mai smesso di combattere. Un’intera generazione è cresciuta conoscendo solo violenza. Dall’invasione dell’ottobre 2001 gli Stati Uniti hanno speso per le operazioni militari 444 miliardi di dollari, circa 315 miliardi di euro. Secondo lo studio di un’università americana pubblicato in questi giorni, le vittime del conflitto sono almeno 33.877, in gran parte civili - riporta la Misna. L’agosto scorso, con la morte di 67 soldati, è stato il mese peggiore per l’esercito americano.
“Non sono bastate - spiega don Scacco all'agenzia Misna - le elezioni “democratiche” che hanno confermato Hamid Karzai alla presidenza e i signori della guerra in parlamento. Nonostante i milioni promessi dai paesi della Nato, presenti in Afghanistan con oltre 150 mila soldati, a Kabul non esiste un sistema fognario. Nei giorni scorsi, con la pioggia, le strade sono diventate torrenti di rifiuti e resti organici. Solo la presenza dei militari italiani – calcola don Renato – costa ogni giorno due milioni di euro: quante strade di pace si sarebbero potute aprire…”
Foto di Floriana Lenti
1. Riaprire finalmente il dibattito pubblico sul futuro dell’impegno italiano in Afghanistan;
2. Contribuire alla messa a punto di una strategia della comunità internazionale per l’Afghanistan e l’intera regione non più basata sul paradigma della “sicurezza militare” ma quello della “sicurezza umana”;
3. Definire immediatamente il piano per il ritiro del contingente militare italiano;
4. Destinare almeno il trenta percento delle risorse risparmiate con il ritiro del contingente militare alla promozione della sicurezza umana in Afghanistan;
5. Raccogliere la domanda pressante dei familiari delle vittime afgane della guerra e del terrorismo di riconoscimento, ascolto, giustizia, sostegno e risarcimento;
6. Investire sulle organizzazioni democratiche della società civile afgana consentendogli di organizzarsi e rafforzarsi, promuovendo il loro riconoscimento politico a tutti i livelli, allargando il loro spazio d’azione, rafforzando la loro voce, sostenendo i loro programmi di riconciliazione dal basso, di difesa e promozione dei diritti umani e della democrazia, di formazione e informazione indipendente;
7. Sollecitare una presenza non formale della società civile afgana e occidentale alla prossima Conferenza di Bonn;
8. Sostenere la Conferenza regionale di Istanbul e di promuovere lo sviluppo della cooperazione economica nell’intera regione.
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