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NADiRinforma segnala: la lotta alla povertà - Pasquale De Muro, Serge Latouche

 
 
 

 

  1.    1° parte Miniatura"La demercificazione"

  2.     2° parte  Miniatura<br />
"Come uscire dal paradigma dell'economia dominante ?"

  3.   3° parte  Miniatura<br />
"Il feticismo delle merci e la cooperazioen internazionale"

  4.   4° parte  Miniatura<br />
"Il problema culturale alla base della demercificazione"

La demercificazione

NADiRinforma propone un estratto (suddiviso in 4 sezioni) della lezione "L'idolatria delle merci" tenuta dal prof. Pasquale De Muro (Docente di Economia dello Sviluppo Umano all'Università di Roma 3) nel corso dei lavori svoltisi nel febbraio 2007 in Bénin, presso la comunità Emmaus Tohoué "Africa: Ricchezza -- Povertà, Crescita -- Decrescita".
Il prof. De Muro introduce il concetto di demercificazione a mettere in discussione
la lotta alla povertà, così come è concepita dall'economia neoliberista, è da rivedere che cosa si intende per “povertà”. Certo è che nel contesto sociale neoliberista predominante non potrà non essere legato alla mancanza di MERCI, quindi povero è colui che non ha beni.

Quindi il punto di partenza del ragionamento è nelle merci e nella relazione tra merci e persone.

I bisogni, la povertà, lo sviluppo sono legati alla relazione “persone-merci”.

Il povero è colui che non ha reddito, intendendo quest'ultimo, sempre seguendo le concezioni dell'economia tradizionale, come un pacchetto di merci che viene dato ad una persona moltiplicate per il loro valore, quindi la lotta alla povertà, sempre secondo il neoliberismo, è l'assicurare un reddito minimo.

Sinora la lotta alla povertà si è concretizzata attraverso la distribuzione di sussidi monetari relativamente al fatto che la concezione della povertà che prevale è quella legata al reddito bypassando completamente la persona, le persone non compaiono affatto nel ragionamento, solo le merci possono essere in grado di soddisfare i bisogni.

Essendo che l'economia non tiene in considerazione la relazione persona-merci la lotta alla povertà, così come la conosciamo oggi, è tendenzialmente da considerarsi sbagliata, in quanto non è possibile ridurre le persone a lavoratori e/o consumatori nell'ambito del sistema economico, è un parecchio restrittivo, oltre che utilitaristico al sistema.

L'economia neoliberista fa una semplificazione brutalizzante che, nell'ambito del sistema produttivo, riduce le persone a produttori, distributori, consumatori al di là dell'aspetto umano che è venuto a mancare creando una lacerazione nel sistema. Sul piano dello sviluppo il tutto si riduce inevitabilmente alla somma di tutti i redditi prodotti, quindi al PIL.

Storicamente l'aumento del PIL si credeva fosse alla base della riduzione della povertà, tanto che l'aumento del PIL veniva definito “crescita”. In realtà il PIL non è altro che un paniere pieno di merci e il pensare che i problemi dello sviluppo si risolvano aumentando il contenuto del paniere, significa pensare che i problemi dello sviluppo siano riducibili solamente alla disponibilità di merci, quindi alla CRESCITA.

Se si continua a pensare alla merci in questa maniera è inevitabile che questa concezione si rifletta su ogni atto di vita quotidiana, procurando il malessere di cui tutti noi abbiamo sicuramente avuto perlomeno testimonianza.

Il ragionare invece sulla DEMERCIFICAZIONE identificando quello che già Marx aveva definito “FETICISMO DELLE MERCI”, ossia, riferendoci alla cultura occidentale, dando alle merci un'importanza primaria è inevitabile arrivare ad associare alla disponibilità di merci il benessere.

Come uscire dal paradigma dell'economia dominante ?

Secondo la teoria della demercificazione, per non incappare nella trappola dell'economia neoliberista, bisogna lasciare perdere la sfera della produzione e del consumo nell'ambito della lotta alla povertà; occorre, invece, concentrarsi sulla relazione uomo-merce, spostando, così, l'attenzione e l'azione dalle merci alle persone.
Questo punto di osservazione permette di promuovere la valutazione del tipo di vita che conducono le persone, al di là della quantità di merci delle quali dispongono. La qualità di vita degli individui non è per definizione legata al possesso di merce, ma fa riferimento anche alle condizioni immateriali che, invece, non figurano mai nei quadri economici.

Tutto questo non vuole arrivare a negare l'utilità delle merci, ma le vuole ricondurre al loro ruolo che non può essere dominante in quanto, tanto per fare un esempio, la loro stessa utilità è soggetta a variazione a seconda della cultura e quindi degli usi e costumi di quell'aggregato sociale.

Gli strumenti necessari per perseguire obiettivi vitali sono diversi a seconda delle persone che li utilizzano, quindi la generalizzazione circa il concetto delle merci è sbagliata di fondo, oltre a denaturare il rapporto, già di per sé abbastanza complicato, uomo-merce.

Il feticismo delle merci e la cooperazione internazionale

La teoria della demercificazione introdotta nell'ambito della cooperazione con conseguente analisi del problema focalizzato sulla persona, piuttosto che sulle merci, porta alla soluzione del problema cooperazione. Ciò che davvero fa la differenza nella lotta alla povertà è riuscire a capire il tipo di privazioni responsabili del disagio, puntando sulle cause.
Le strategie risolutive devono passare attraverso la partecipatività dei poveri, da "pazienti" in attesa di cure si trasformeranno in "agenti" collaborativi alla messa in atto di nuove strategie, forti della componente legata alla tutela dei diritti umani. Senza disconoscimenti circa l'utilità delle merci, la teoria della demercificazione vorrebbe spostare il punto di vista considerando l'essere umano di fatto il tutore del suo destino.

Il problema culturale alla base della demercificazione

Un problema di carattere culturale investe l'operato delle organizzazioni che si occupano di cooperazione che, seppur teoricamente, comprendono l'importanza della valutazione umana, ma che nei loro progetti cadono sulle merci.
Le potenzialità al Sud ci sono, forse il Nord dovrebbe smettere di interagire imponendo le sue soluzioni. Nel modello economico "agente", in contrapposizione al modello "paziente", la soluzione la trova la persona che ha il problema, l'aiuto vero sta nel condividere la rimozione degli ostacoli che si frappongono all'espressione delle potenzialità umane esistenti.

Il cambiamento in termini evolutivi deve obbligatoriamente passare dalle persone, deve andare oltre la disponibilità di merci in riferimento al benessere della persona, in quanto ciò che davvero fa la differenza è la qualità di vita percepita dall'individuo e dal suo gruppo di appartenenza. Tanti aspetti della nostra vita, se non la maggior parte, non possono essere sottoposti a valutazione in termini economici, quindi non possono rientrare nel PIL, ma rappresentano tasselli fondamentali ad una qualità di vita adeguata. Un esempio di situazione non mercificabile è la cura che un genitore offre ai propri figli a titolo gratuito e quante altre espressioni umane rientrano in questa categoria, ma... l'economia neoliberista non le vede neppure, oltre a non tenerle in considerazione.

Inoltre la stessa quantità di merci, relativamente al contesto sociale nel quale si ragiona in termini economici, può rappresentare povertà o ricchezza, come è possibile ridurre la qualità di vita di una persona o di un gruppo di persona ad una disponibilità predefinita “X” piuttosto che “Y” senza prendere in considerazione l'essere umano ?!

L'approccio dovrebbe quantificare gli esseri umani rispetto a determinate situazioni, non quantificabili secondo i parametri riconosciuti come riferimenti al PIL, in quanto universalmente riconosciuti e riconoscibili una serie oggettivabili di valutazioni.

Da ogni parte, dunque, sul pianeta le persone rispondono in maniera simile, ad esempio la verifica dello stato di buona salute, del livello di istruzione, della possibilità di avere un'occupazione, di godere dei diritti che possano salvaguardarle, come superare le discriminazioni. Queste valutazioni arrivano davvero a comprendere il tipo di vita cui stiamo riferendo.

Cambia il punto di osservazione ed ovviamente cambia la risposta, la possibile soluzione che:

  1. non è sempre la disponibilità di merce

  2. non è sempre la stessa, ma è relativa alle persone-merci.

Ciò che davvero dovrebbe interessare chi si occupa di lotta alla povertà è il tipo di privazione cui sono sottoposti gli individui. L'approccio demercificato, puntando appunto sulla persona, pone l'attenzione sui diritti, quindi può e riesce ad individuare meglio i bisogni e le privazioni relativamente al gruppo di appartenenza.

  1. il modello merci-bisogni si sovrappone al modello medico-paziente mentre, spostandosi dall'asse “dell'avere” a quello “dell'essere”, si potrà comprendere come quella persona possa in realtà contribuire con le sue risorse a risolvere il suo stesso problema. La carità, l'elemosina non sono in grado di risolvere il problema della povertà, non rappresentano sviluppo, anzi tendono ad affossare i gruppi sociali cui sono destinate e a dare loro il messaggio della loro incapacità, quindi della loro inevitabile e conseguente passività.

Per affrontare la lotta alla povertà, così come ad ogni forma di disagio, risulta indispensabile passare dal modello del paziente a quello dell'agente.

La nostra stessa Costituzione all'art. 3 proclama: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese

La lotta alla povertà è l'individuazione degli ostacoli, dei blocchi sociali, istituzionali, come individuali, che, in un modo o nell'altro, impediscono il pieno sviluppo della persona e, una volta che si rimette la persona in grado di superare i suddetti ostacoli, questi diviene agente del suo sviluppo. Nel modello “agente” la soluzione si trova nella persona che ha il problema.

Ogni tipo di intervento dovrebbe partire dall'analisi e dalla comprensione delle motivazioni che soggiacciono il disagio in corso.

I risultati degli interventi sono relativi alle modalità con le quali si sono affrontate le crisi e l'obiettivo principale dovrebbe essere quello di ricostituire le potenzialità di ripresa.

Con questa tipologia di approccio si possono affrontare tutti i tipi di povertà.

 

  1.     1° parteMiniatura<br />
"La decolinizzazione dell'immaginario"

  2.    2° parte Miniatura<br />
"La decolonizzazione dell'immaginario"


“La decolonizzazione dell'immaginario” - 1° parte

NADiRinforma propone un estratto (suddiviso in 2 sezioni) della lezione “La decolonizzazione dell'immaginario” tenuta dal prof. Serge Latouche (professore emerito di Scienze economiche all'Università di Parigi XI e all'Institut d'études du développement économique et social (IEDES) di Parigi) nel corso dei lavori svoltisi nel febbraio 2007 in Bénin, presso la comunità Emmaus Tohoué "Africa: Ricchezza – Povertà, Crescita – Decrescita".

Lo sviluppo, così come lo intendiamo noi, risulta essere una parola “tossica”, in quanto ci troviamo immersi nell'economia e questo ha determinato la colonizzazione economica del nostro immaginario. Per comprendere il concetto di “colonizzazione dell'immaginario” ci rifacciamo a Mark Twain che scrive: “quando si ha un martello nella testa, tutti i problemi si presentano sotto forma di chiodi”.

Noi, uomini moderni, abbiamo un martello nella testa che si chiama economia. La cosa importante è prendere coscienza che così non era in passato ed ancora oggi in alcuni luoghi della Terra se si parla alla gente di economia, questa non capisce.

Noi, ora come ora, siamo incapaci di pensare fuori dall'immaginario economico, l'economia ha invaso tutto il campo dell'immaginario, tutti i nostri pensieri sono deviati ed orientati verso quell'unico obiettivo.

Il prof. Latouche, nel corso della sua lezione, spiega come ha perso “la fede economica” passando in Laos nel corso degli anni '60 del secolo scorso. A quei tempi il PIL in quel Pese non esisteva e lui stesso confessa la sua colpevolezza nell'avere contribuito all'introduzione di questo parametro di valutazione di una società sulla base, nel caso specifico, di qualcosa che non gli appartiene, come il PIL, per l'appunto.

Seppur negli anni '60 il Laos non lo si potesse considerare un paradiso, vista la guerra del Vietnam, ma il modo di vivere della gente era particolare, almeno ai nostri occhi: lavoravano pochissimo tempo nel corso dell'anno, meno di 50 giorni, e soprattutto si mostravano soddisfatti del loro modo di vivere.

Il tempo restante, oltre che cacciare, pescare e divertirsi, era destinato ad “ascoltare il rumore del riso che cresce”.

Se in quel Paese non fossero mai arrivati i francesi, come gli americani, la gente sarebbe probabilmente rimasta felicemente adesa ad un modo di vivere appagante e sufficiente alle loro necessità.

Il professore dice di avere compreso l'inutilità del calcolo del Prodotto Interno Lordo, così lontano dalla realtà laotiana e, forse, dall'essenza umana.

Il PIL nel Laos risultava ovviamente tra i più bassi del mondo, in quanto in quel Paese praticamente non esistevano mercati in quanto la più parte dei cittadini, essendo contadini, producevano tutto ciò di cui abbisognavano: non vendevano e non compravano, era un Paese fuori dall'economia. Non esportava nulla, invece “dopo il mio intervento i laotiani da poveri e felici, si sono trasformati in meno poveri, ma infelici”

Che cosa avrebbe significato “sviluppare” un Paese così strutturato ? Distruggere un modo di vivere appagante e vitale, forzare la gente a lavorare per produrre e vendere e comprare per il mercato mondiale.

La decolonizzazione dell'immaginario è oggi assolutamente necessaria se si vuole tendere verso una qualità di vita migliore che ingloba anche le problematiche ecologiche emergenti.

Il progetto di decrescita è il risultato di un lavoro di ricerca che dura da circa 40 anni e si sintetizza nel concetto di “Società Autonoma”. Il concetto si rifà, tra gli altri, alle teorie di Ivan Illich che oppongono l'eteronomia all'autonomia.

Latouche porta un esempio ad esemplificare questo passaggio: “l'automobile ci rende eteronomi perché ci impedisce di servirci dei nostri piedi, umilia l'uomo perché in un qualche modo rende i piedi inutili. Diventiamo dipendente dal mezzo, come peraltro oggi lo siamo dal cellulare e la dipendenza da un qualcosa certo non fa vivere bene, dobbiamo ritrovare la nostra autonomia”.

La decolonizzazione dell'immaginario” - 2° parte

NADiRinforma propone la 2° sezione dell'estratto della lezione del prof. Serge LatoucheLa decolonizzazione dell'immaginario” (Benin 2007): proseguendo il ragionamento circa la possibilità di evolvere verso la società autonoma il prof. Latouche fa riferimento alla teoria del filosofo greco-francese Cornelius Castoriadis : il progetto di autoemancipazione autonoma, della costruzione di società autonome.

Dal progetto di Castoriadis emergeva il concetto di decrescita economica, pur non proclamandola in tal senso, in quanto lo studioso era orientato a dimostrare la possibilità di costruire una società autonoma, democratica, una società nel contesto della quale gli uomini potessero decidere del loro futuro.

La modernità occidentale credeva di riuscire a costruire una società emancipata rifacendosi ai pensatori dell'illuminismo che parlavano di emancipazione dell'uomo intendendo l'emancipazione dall'eteronomia, dalla trascendenza, tanto da permettere loro di rimpossessarsi del loro stesso destino, ora distaccato dall'implacabilità del destino scritto ed immutabile.

Era un rompere i legami con le religioni, con la trascendenza, tanto da riuscire a definire leggi umane a misura d'uomo.

Dalla progettualità emancipatoria illuminista si è scivolati nella costruzione di una società la più eteronoma della storia umana, nel senso che le azioni dei soggetti non sono più guidate da criteri autonomi, ma vengono determinate dall'esterno.

Oggi versiamo nella condizione di obbedire alla dittatura dei mercati finanziari, alla cosiddetta “mano invisibile dell'economia”.

Secondo il prof Latouche sarebbe sicuramente molto più vantaggioso, e forse umano e umanizzante, credere nella trascendenza, in un dio piuttosto che alla “mano invisibile dell'economia” e alle leggi della tecnoscienza.

Rifacendosi al progetto della Società Autonoma di Illich, Latouche insiste sulla reale possibilità di ritrovare la spinta verso il processo di emancipazione, il ché presuppone una vera e propria rivoluzione culturale.

La decrescita economica è una vera e propria rivoluzione culturale che va a sintetizzarsi nella “decolonizzazione economica del nostro immaginario”, in quanto siamo diventati dipendenti della crescita economica, del consumismo, apparteniamo alla società dei consumi.

Latouche insiste sul problema della dipendenza, arrivando a definirla “tossicodipendenza” ed, in relazione, prospetta 2 categorie di protagonisti:

  • i drogati

  • i “drogatori” (gli spacciatori)

Gli spacciatori sono rappresentati dalle 2000 imprese multinazionali che si sono raggruppate in una lobby che si chiama WBCSD - World Business Council for Sustainable Development .

In questa organizzazione sono confluiti tutte le multinazionali e tutti i più grandi inquinatori del pianeta, ma come sarà mai possibile affrontare-risolvere un problema tanto imponente ?

I “drogati”, nonché i consumatori, inesorabilmente prede della loro “droga” (il consumismo) preferiscono continuare a seguire il loro dealer, piuttosto che intraprendere una cura di disintossicazione.

Solo le minacce forti ed incombenti possono in qualche modo tentare di smuovere qualche coscienza dei cosiddetti drogati, e, oggi come oggi, non possiamo negare quanti e quali minacce sovrastino il nostro destino come una spada di Damocle pronta a colpirci, annientandoci, tanto per fare un esempio si pensi a quella ecologica (cambiamenti climatici, estinzione di alcune specie animali, riscaldamento degli oceani, ecc. ecc).

Le minacce forse saranno in grado di spingere qualche preda del sistema ad intraprendere il percorso della “disintossicazione” e la speranza suggerisce che la possibilità di salvezza esiste proprio nella consapevolizzazione del “veleno” che inonda le nostre esistenze, tanto da rompere le catene della dipendenza avviandoci verso una società nella quale forse sarà possibile essere e vivere bene tutti insieme, un ideale che basterebbe a sé stesso.

 

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Mediconadir n°24 - gennaio/aprile 2013

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