Multiculturalità Competenza sociale - UE: verso una politica comune sull’immigrazione “economica”

 
tratto da Unimondo.org - 16 febbr. '12

In riferimento alla politica migratoria dell’Unione Europea, si sente spesso parlare di strumenti volti al controllo dei confini e il rimpatrio di coloro che entrano illegalmente, ma molto poco di misure dirette alla regolamentazione dell’immigrazione economica legale. Tuttavia, sin dal 1999, con il Trattato di Amsterdam e il programma politico elaborato nel corso del consiglio europeo di Tampere, l’Unione Europea ha annunciato la volontà di realizzare una vera e propria politica migratoria comune per la gestione dell’immigrazione legale. A parte le dichiarazioni dei governi e gli obiettivi stabiliti dai trattati, quali risultati concreti sono stati raggiunti dall’Unione Europea in questo ambito?

Il primo passo da parte dell’Unione Europea in materia di immigrazione economica è relativamente recente ed è rappresentato dalla proposta di direttiva del 2001 riguardante le condizioni d'ingresso e di soggiorno dei cittadini di paesi terzi che intendono svolgere attività di lavoro subordinato o autonomo. Gli obiettivi di tale proposta erano molteplici e piuttosto ambiziosi: stabilire una serie di definizioni, criteri e procedure comuni riguardanti l’ingresso dei lavoratori provenienti dai paesi terzi; creare un permesso unico di residenza e lavoro; garantire la parità di trattamento rispetto ai cittadini dell'Unione almeno in relazione alle condizioni di lavoro, all’accesso alla formazione professionale, al riconoscimento delle qualifiche, alla sicurezza sociale, all’accesso ai beni e ai servizi pubblici.

Tale proposta partiva da un ampio approccio orizzontale: le disposizioni avrebbero dovuto essere applicate a tutti lavoratori provenienti regolarmente dai paesi terzi senza distinzioni di categoria. Questa impostazione non trovò l’appoggio di alcuni Stati membri e la negoziazione in seno al Consiglio fallì miseramente nel corso del 2003.

Dopo il fallimento del primo tentativo, la Commissione ha ridimensionato le proprie ambizioni ed attuato un cambio di strategia: a partire dal 2007, ha iniziato a proporre una serie di direttive settoriali in cui sono contenute disposizioni applicabili solo a singole categorie di lavoratori provenienti dai paesi terzi (stagionali, altamente qualificati… ). Accanto a queste, però, la Commissione ha anche inoltrato una bozza di direttiva sul cosiddetto “permesso unico” con lo scopo di unificare le procedure di accesso dei lavoratori provenienti dai paesi terzi e di garantir loro la parità di trattamento rispetto a una serie di diritti.

ll cammino legislativo è stato comunque accidentato e, ad oggi, l’Unione Europea può vantare l’approvazione definitiva solamente di due direttive volte alla gestione dell’immigrazione economica: la direttiva sulla cosiddetta “carta blu” (destinata agli immigrati altamente qualificati) e “permesso unico”.

La direttiva sul permesso unico (approvata il 13 dicembre 2011) persegue principalmente due obiettivi: in primo luogo aspira ad armonizzare e semplificare le regole per l’ammissione dei lavoratori provenienti dai paesi terzi e, in secondo luogo, intende garantire parità di trattamento tra la forza lavoro nazionale e quella straniera. In sostanza, una volta recepita dagli ordinamenti legislativi nazionali, la direttiva permetterà ai lavoratori extracomunitari di ottenere il permesso di soggiorno e di lavoro attraverso una procedura unica che avrà caratteristiche pressoché identiche in tutti i paesi dell’Unione Europea ad esclusione di Gran Bretagna, Danimarca e Irlanda.

Oltre a ciò, similmente a quanto stabiliva la proposta del 2001, la direttiva prevede che agli immigrati che risiedono e lavorano legalmente nello Stato membro ospitante, sia garantita la parità di trattamento rispetto a una serie di diritti, fra i quali quelli relativi alle condizioni lavorative, all'accesso alla sicurezza sociale (incluse le soluzioni abitative), alla formazione professionale, al godimento della pensione maturata. Fin qui, dunque, le disposizioni legislative potrebbero apparire innovative ed adatte a perseguire gli obiettivi prefigurati dalla direttiva.

Nelle pieghe del documento si possono notare una serie di esclusioni ed eccezioni che potrebbero limitarne fortemente l’impatto. In primo luogo, il campo di applicazione esclude numerose categorie come, ad esempio, gli immigrati che hanno ottenuto un permesso di residenza a lungo termine, i rifugiati, i lavoratori stagionali e quelli in trasferimento all'interno di società multinazionali.

Inoltre, con riferimento alla parità di trattamento, gli Stati membri avranno la possibilità di applicare restrizioni al godimento di alcuni diritti, per esempio restringendo l'accesso a borse di studio, ai sostegni familiari e di disoccupazione e all’assistenza abitativa. Sebbene una valutazione completa della direttiva sarà possibile solo quando le disposizioni saranno state trasposte negli ordinamenti giuridici di tutti gli Stati membri, al momento si ha l’impressione di trovarsi ancora una volta di fronte ad uno strumento legislativo dal valore simbolico più che concreto. Questa direttiva rappresenta comunque l’atto legislativo europeo in materia di immigrazione legale con il più ampio campo di applicazione. Concretamente, però, il fatto che la definizione dei criteri di accesso rimanga una prerogativa nazionale e che gli stati membri possano applicare numerose restrizioni all’applicazione delle norme concernenti la parità di trattamento, potrebbe renderla poco incisiva.

A più di dieci anni di distanza dalla prima proposta della Commissione in materia di immigrazione economica, la politica migratoria dell’Unione Europea rivolta ai lavoratori extra-comunitari si presenta piuttosto povera e la scelta dell’approccio settoriale ne prefigura uno sviluppo frammentato e disomogeneo. L’approvazione del Trattato di Lisbona - che ha cambiato notevolmente le procedure decisionali per l’adozione di atti legislativi riguardanti l’immigrazione legale (garantisce pari poteri a Consiglio e Parlamento Europeo e abolisce la necessità di unanimità tra gli stati membri) – sembra aver avuto un impatto fortemente positivo poiché ha reso il processo decisionale meno soggetto a negoziazioni al ribasso. La speranza è che quanto ottenuto finora possa almeno servire da base su cui lavorare per la creazione di una reale cornice legislativa comune e per una maggiore attenzione rivolta ai diritti dei lavoratori immigrati.

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