NADiRinforma segnala: L'Orto dei Tu'rat - le mezzelune fertili

NADiRinforma segnala: L'Orto dei Tu'rat - le mezzelune fertili

 

di Milena Magnani (collettivo poeti orto dei tu’rat) 7 giugno '15

L’ Orto dei Tu’rat, progetto scomodo, messo al rogo per la quarta volta.

Brucia un progetto tra i più innovativi, premio di lega ambiente per le innovazioni intelligenti, brucia  per la quarta volta nell’indifferenza di chi vede le fiamme alzarsi e non lancia un minimo allarme.


 

 

Eppure, nonostante lo sconforto il dolore e l’umiliazione mi viene in mente il musicista Vedran Smailovic che suonò nella Vijećnica, la Biblioteca Nazionale distrutta a Sarajevo nel 1992.

Perché quando la violenza dell’ignoranza e della prepotenza distruggono la cultura, la cultura si alza in piedi e con dignità innalza il suo canto.

Il progetto Orto dei Tu’rat, che recupera acqua dal vento, evidentemente non piace a qualcuno. Disturba qualche attività. Porta gente in una campagna salentina che forse sta accogliendo qualche attività che ha bisogno di restare muta, di agire nell’ombra e indisturbata. Ma per fare esattamente cosa?

Quale realtà può essere così disturbata da un progetto ambientale per prodigarsi anno dopo anno in un’azione di devastazione e distruzione di un luogo in cui si tutela l’ambiente nella sua forma originale?

Quale cultura perversa vede come nemico un luogo di acqua catturata nel vento?

Progetto paesaggistico tra i più innovativi e coraggiosi. L’orto dei tu’rat ogni anno subisce vari attacchi piromani, resi più devastanti con l’arrivo del caldo estivo.

DENUNCIANO GLI ASSOCIATI DELL’ASS.ORTO DEI TU’RAT:

Da quattro anni a questa parte, ogni anno, mani anonime mettono al rogo al nostro parco.

Ciò avviene nella evidente indifferenza di chi vede le fiamme alzarsi e non chiama neppure i vigili del fuoco.

Un mancato allarme quasi peggiore del crimine in sé o comunque altrettanto colposo.

Quest’anno l’Orto dei Tu’rat, che ho visitato per l’ultima volta a maggio, era nel suo massimo splendore.

Grazie all’intervento botanico di Saverio Alemanno erano fioriti i mandorli, i giuggioli e i peschi, erano rigogliosi fichi, i noci, gli albicocchi, , ii prugni, giuggioli,poi piante da macchia mediterranea, pini cipressi carrubi allori timo rosmarino.

Mino Specolizzi, fondatore del progetto e infaticabile artigiano, aveva migliorato il gazebo che si stava arricchendo  di due splendidi bagni con le pareti di legno, e i danzatori si stavano apprestando a trascorrere a fine luglio una settimana di danze curative yoga e pittura, che avrebbero reso l’ambiente ancora più ricco e armonioso.

Tanti amici con la loro arte avrebbero impreziosito quella cornice che durante la mia ultima visita di maggio mi ha ricordato proprio il sagrato di un tempio.

Ci si inginocchia su questo sagrato immenso

Dell’altipiano barocco d’oriente

Per orizzonte stelle basse.

IL 25 luglio era in programma quella bellissima serata di poesia e poeti e musicisti che porta il nome di Parole Sante.

Purtroppo per l’ennesima volta siamo vittime del rogo, della follia ignorante e offensiva, che ci ha lasciato solo cenere, un rogo questa volta evidentemente organizzato in maniera cruenta con taniche di benzina ed altre sostanze infiammabili , dato il livello di accanimento delle fiamme che hanno distrutto il gazebo e fatto quasi scoppiare piloni interni di calcestruzzo, e altri spazi in via di realizzazione.

E, come la vittime che subisce uno strupro, noi associati dell’associazione orto dei tu’rat quasi ci vergogniamo per non essere stati in grado di proteggere il nostro orto.

Si sa che la vittima di uno stupro non deve sentirsi responsabile, però è nella psicologia delle cose, lo scattare di un sentimento di vergogna, di sporco che si porta su di sé.

Lo scriveva anche il grande maestro di vita, Pier Paolo Pasolini,

quando uno muore, alla fine si vergogna.

L’impotenza che ci rende umiliati, piccoli e che pur tuttavia è accompagnata da tanta rabbia. Ma perché? A chi diamo fastidio?

In passato la regione Puglia attraverso i suoi assessorati ci aveva espresso ammirazione per l’idea e la forza innovativa del nostro progetto, non a caso parlano dell’Orto dei Tu’rat in Germania, e in Inghilterra e in tutte le altre regioni italiane che mirano a un recupero delle acque in sintonia con una certa cura paesaggistica dell’ambiente, ci invitano a seminari sulla tutela del paesaggio e sui sistemi di captazione delle acque,  eppure qui dove sta radicato il nostro piccolo esperimento, ci scalzano, ci danno ogni anno questo calcio nel sedere fatto di fiamme, spregio e devastazione.

Mi rivolgo con questa mail ai Poeti, che a luglio verranno a recitare le loro poesie nell’orto, i Poeti, grandi amici, che hanno partecipato alla raccolta di poesie Parole Sante, libro che uscirà in occasione della serata del 25 luglio.

Mi rivolgo ai danzatori delle danze dell’anima che verranno a danzare con tutto il loro carico di energia, di armonia e fiducia nelle leggi della natura, mi rivolgo a chi fa pratica Yoga, che porterà nell’orto quella universale unione di equlibrio mente e corpo, mi rivolgo ai pittori che verranno a dipingere il loro quadro di interiorità rivelata.

Mi rivolgo agli amici di sempre, amanti dell’ambiente, artisti, musicisti, alla gente per bene, lavoratori, attori, muratori, sognatori, mamme, astronomi, padri, pittori, panettieri, giardinieri, figli e figlie, che tutti gli anni venite a regalarci la vostra partecipazione all’Estate Tu’rat

Mi rivolgo a tutti coloro che negli anni ci hanno aiutato con attività creative, regalandoci la loro arte, un pezzo del loro discorso sulla vita, coloro che formano un lunghissimo elenco di cui ciascuno a cui mando questa mail sa di appartenere.

Mi rivolgo a tutti voi per dirvi semplicemente questo, l’orto in questo momento è un gigante accasciato, un gigante tramortito e nero di cenere, non è l’orto nel quale avevate immaginato di calarvi quest’estate.

Io mi sento però di rivolgervi questo invito:

Venite lo stesso all’orto nonostante il nero, rivolteremo le zolle o metteremo dei lenzuoli sulla cenere.

Venite lo stesso all’orto nonostante l’umiliazione, proveremo ugualmente a ridere.

Venite lo stesso all’orto, nonostante non ci siano più le meravigliose piante di Saverio, porteremo ciascuno un fiore, una pianta grassa, qualcosa da piantare, perché Saverio trovi il sostegno e la motivazione di continuare con la sua meravigliosa bravura.

Venite nonostante non ci sia più il tetto protettivo di un gazebo, l’estate in fondo ha tetti di stelle.

Venite per dire che ci siete e, per chi non ci conosce, venite a conoscerci.

Il 25 luglio faremo lo stesso Parole Sante, serata di poeti che recitano dal palco, di musicisti e sogno.

E per chi segue il corso di Roberta Landuzzi, danze dell’anima Monica Bianchini, Yoga, e maura di Mezzo, pittura creativa.. voglio provare a dire che cercheremo un modo per riuscire a fare tutto bene lo stesso.

Insomma per noi è un momento molto difficile e si alternano in noi due sentimenti contrastanti. La voglia di mollare tutto e il desiderio di resistere.

Forse dovremmo fare esercizio di quel bellissimo detto giapponese: Nana korobi

ya oki

Sette volte cadi

ma otto rialzati.

Due anni fa dopo un rogo avevamo ricostruito il gazebo, grazie un crowdfunding che ci aveva consentito di affrontare le spese. Ora siamo da capo. Ma più stanchi e più sfiduciati.

Mi era persino venuto in mente di proporre agli altri associati e a tutti voi di organizzare un NO ROGO DAY dove ciascuno porta qualcosa di se, una canzone, un quadro, una scultura, una poesia, una ciambella, un sorriso, un fiore, e fare festa. Ma non so esattamente ancora neanch’io se ho le idee chiare e se ci sono le forze..

Di base siamo molto confusi.

Orto dei Tu'rat distrutto da un rogo 3 giorni fa: il problema è che dopo quest'ultimo rogo ci sembra di vivere un incubo, sotto ho messo le immagini della ricostruzione che facemmo 2 anni fa dopo quello che speravamo fosse l'ultimo rogo, ma ora l'orto dei Tu'rat è molto stanco e tramortito

due anni fa ce la facemmo a ripartire dopo un brutto rogo, ma avevamo fatto una raccolta fondi di crowdfunding e avevamo più energie.

 

 

due anni fa facemmo una splendida serata di Parole Sante

 

 

due anni fa riuscimmo a ripulire l'orto, non c'erano più piante ma sconfiggemmo il nero

 

 

 

 

facemmo le dance hall

 

 

 

 

con "panteco", a guardare bene il terreno, tendeva al verde e non più al nero

 

 

 

dopo un mese dal rogo facemmo "panteco, mangiare visioni", con Marzia Quartini, Piero Rapanà, Antonio Corsano, Elisa Dell'Anna, Gianna Milo, Giorgio Manni e la cucina deliziosa delle nostre cuoche di famiglia, sembrava una grande tavolata rom, e invece era teatro.

dopo un mese dal rogo Elisa venne a provare e ci regalò la sua danza. con lei venne Marzia Quartini un'attrice a cui siamo legati con il cuore più saldo, e Piero Rapanà instancabile istrione che riuscì a sorreggere con la sua capacità attoriale le serate più preziose

 

 

 

due anni fa in un mese Mino, Uccio, Luigi e walter e tanti volontari tra cui Elia e marco, ricostruirono questa meraviglia

 

 

due anni fa: acrobati coraggiosi sfidarono la devastazione e ripartirono da capo.

Grande Mino facesti un lavoro splendido

 

 

Published On: lun, giu 17th, 2013 - ilPaeseNuovo.it

L’Orto dei Tu’rat in fiamme. Bruciano la speranza, la cultura e il rispetto per l’ambiente

UGENTO (Lecce) – L’associazione culturale Orto dei Tu’rat ha subito – nella domenica appena trascorsa – il terzo attacco incendiario. Un progetto altamente innovativo per l’ambiente, riconosciuto ormai sul territorio nazionale ed estero proprio per l’originalità del sistema idraulico su cui si basa, che consente di captare l’acqua dal vento e di irrigare un orto botanico senza apporto meccanico di acqua, subisce il terzo attacco che ne mette a dura vita la continuità e il futuro.
Le piante, tutte piante autoctone del Salento, tra cui il giuggiolo, il pero spinoso,e tante altre piante con portainnesto selvatico, sono arse insieme all’incendio che è divampato dall’uliveto accanto, anch’esso da soli pochi giorni in gestione all’associazione Orto dei Tu’rat in collaborazione con le comunarde della Comune Urupia. >>>>>
 
Sabato, 28 aprile 2012
di Pierfrancesco Pacoda
 

Realizzato la scorsa estate, frutto di oltre un mese di lavoro, seguendo, con le telecamere i giovani suonatori di tamburello e gli anziani fisarmonicisti, gli interpreti filologici della tradizione e quelli che la rileggono attraverso i linguaggi contemporanei, il documentario ‘Attraverso la Notte della Taranta, diretto da Paolo Mongiorgi e Luisa Barbieri, prodotto da ArcoirisTV, è un film  nomade nella terra che danza al ritmo della pizzica.

Un reportage che sarà possibile vedere in anteprima sabato  28 alle 17.30 a Bologna, al Vag 61, all’interno di una giornata interamente dedicata a questo Sud così alla moda.

‘Un Sabato Salentino’, si chiama la piccola rassegna, che, dopo presentazione della pellicola proseguirà alle 19.30 con un incontro dedicato all’ Orto dei Tu’rat, una bellissima e  poco conosciuta esperienza  che si sviluppa a Ugento, lontano dalle mete turistiche, in una campagna ancora selvaggia, aspra, caratterizzata dalla terra rossa che poco concede, che lotta per usare la scarsa acqua a disposizione e, soprattutto, per conservare, e rendere disponibile per tutti, la preziosa biodiversità della zona. Una ricerca che parte dall’utilizzo dei Tu’rat, strutture di pietra a forma di mezzaluna, che sono naturali condensatori di umidità atmosferica. Una caratteristica che ha affascinato la scrittrice Milena Magnani,che lo cura, con l’idea di farne uno spazio dove arte, ecologia del passato, cultura paesaggistica si incontrano, e dove queste costruzioni hanno la funzione di preservare il ciclo naturale del più prezioso dei beni, nel Salento come in molti altri luoghi del mondo, l’acqua.

Chiusura alle 20.30 con un concerto di pizzica del ‘Progetto Demotikòs’, composto da musicisti salentini provenienti da diversi gruppi di musica popolare.

Vag 61, Via Paolo Fabbri, 110

 
il 28 aprile '12
via Paolo Fabbri, 110
 

 

 

 

 

L'Orto dei Tu'rat

NADiRinforma promuove la divulgazione del progetto confluito nell'Assoc. L'Orto dei Tu'rat che il giorno 29 febbraio '12 è stato presentato dal suo fondatore Cosimo (Mino) Specolizzi c/o la Biblioteca Lame (Bo) nell'ambito della rassegna "Ricette di Resilienza -- Acqua una risorsa preziosa".
Le strutture in pietra a forma di mezzaluna, chiamate Tu'rat o mezzelune fertili, funzionano come condensatori di umidità atmosferica e vorrebbero affrontare l'importante problema della desertificazione e salinizzazione del suolo rimpossessandosi di un progetto idrogeologico che risale a circa 9.000 anni fa e che venne elaborato dalla civiltà mediorientale

Le "mezzelune fertili" rappresentano un condensato di millenni di fatica e cura del mondo tradotti in forme architettoniche e utilizzando la conoscenza sul ciclo naturale dell'acqua e le sue interazioni con le pietre. Il progetto intende generare spazi dove il confine tra arte, ecologia del paesaggio, biodiversità, identità storica e paesaggistica dei luoghi si fa labile e indistinto

20 marzo '12 - Alberi in fiore nell'orto dei Tu'rat

L'Orto dei Tu'rat

L’orto dei tu’rat, deriva il suo nome dalla componente agricola del contesto in cui si trova, dai requisiti di naturalità e funzionalità ecologica delle sistemazioni e delle attività previste dal progetto e dalla imponente presenza sul sito di strutture in pietra a forma di mezzaluna denominate TU’RAT che hanno una funzione di condensatori di umidità atmosferica. Le “mezzelune fertili” rappresentano un condensato di millenni di fatica e cura del mondo tradotti in forme architettoniche e utilizzando la conoscenza sul ciclo naturale dell’acqua e le sue interazioni con le pietre. Il progetto intende generare spazi dove il confine tra arte, ecologia del paesaggio, biodiversità, identità storica e paesaggistica dei luoghi si fa labile e indistinto.

Mino Specolizzi è l’ideatore di questo progetto.
Da diversi anni sta pensando e studiando a questo progetto delle “mezzelune fertili”, adesso che si comincia a concretizzare, ha deciso che è venuto il momento di farlo conoscere. Con lui ne parliamo in una lunga chiacchierata che sintetizziamo.

Iniziamo con una frase che sta nel testo di presentazione dell’Orto dei Tu’rat: “C’è uno sguardo che si colloca a mezza via tra l’idea e la sua realizzazione. E’ quello che imprime sulla terra un punto di vista ‘altro’, una capacità magica di mischiare le carte fino a dirsi tra se e sé che qualcosa della propria proiezione sta diventando irreversibile”.

Oltre a questo approccio filosofico, come si materializza concretamente il vostro progetto e qual è la storia alla base di questo lungo e intrigante viaggio che avete intrapreso?

Circa due estati fa, verso la fine delle vacanze, sistemai alcuni blocchi di pietra calcarea in un terreno di mia proprietà in Salento, pensai che in mia assenza sarebbero state quelle pietre a sorvegliare la terra. Mesi dopo, mi fu spiegato che avevo costruito una “costellazione famigliare”.
L’idea di realizzare delle strutture megalitiche che ridessero “identità” ad un terreno arso dal sole e non più coltivato, fu il passo successivo, conoscevo la forma delle strutture e l’uso che ne era stato fatto in tempi molto remoti.

Con la collaborazione di un amico scenografo posizionammo su carta queste enormi mezzelune, già sulla carta era un’idea che muoveva energia come un vulcano in eruzione, non vedevo l’ora di vederle realizzate e di lì a poco presi una grande decisione, invitai lo scenografo a fare un sopralluogo in Salento perché sentisse, insieme a me, forza di quella terra e ne toccasse con i propri sensi gli odori la luce e i colori. Circa due mesi dopo lo invitai nuovamente perché assistesse all’inizio dei lavori di realizzazione. Intanto una banca mi aveva accordato un piccolo finanziamento grazie al quale mi trovai nella condizione di poter realizzare le dodici mezzelune che oggi sono presenti nel parco”.

Dopo di ché, come hai proseguito?

Terminata la costruzione delle dodici lune ho capito però che da solo non potevo farcela, avevo bisogno della collaborazione di altri e così, grazie al coinvolgimento di alcuni amici tra cui due agronomi, fu messo a punto il progetto di impiantare intorno alle mezze lune un orto botanico la cui funzione principe è quella di dimostrare che è possibile far crescere le piante e gli alberi con il solo ricorso all'approvvigionamento piovoso e allo sfruttamento dei venti umidi della costa jonica e le nebbie.
Su questi spunti e riflessioni è nata, all’inizio del 2008, l’associazione culturale “Orto dei tu’rat”, con l’intento di supportare un progetto la cui anima è rappresentata nella scommessa che i venti umidi diventino acqua. L’idea primogenita del progetto trae la sua linea guida da una tecnica idraulica che si perde nella notte dei tempi che in sé precede la stessa presenza dell’uomo sulla terra.
- pozzo ad aria (per produrre acqua dall'aria)

I venti umidi hanno il loro maggior successo durante le stagioni intermedie, quali fine estate autunno/inverno inizio primavera, conoscevamo il loro percorso nel Salento e due sono fondamentali e cioè il Libeccio e lo Scirocco. La forma e l’orientamento delle mezze lune in pietra a secco che avevo realizzato era studiato in modo tale da consentire una raccolta dell’umidità presente in questi venti, in modo tale da attuare un ‘irrigazione senza apporto meccanico e consentire di realizzare un orto botanico con tutte le specie autoctone e naturalizzate del Salento”.
Come sono state realizzate le mezze lune?

Quando cominciai con il mio amico scenografo a progettare lo scenario dell’orto dei tu’rat sorsero molti dubbi sulla funzionalità delle strutture . Sapevamo che nella costruzione delle mezze lune di pietra, chiamate in arabo Tu’rat, eravamo supportati da secoli e millenni di pratiche di questo tipo ma dovemmo attuare però alcuni studi fatti sulla capacità di alcune pietre di produrre più gocce di rugiada di altre, data la loro conformazione minerale. Una di queste pietre è la “Pietra di Alessano”, tra le prime nella scala dei valori di compattezza subito dopo la pietra di Carrara. Per questo  mi recai più volte ad Alessano e parlando con dei contadini della zona, riuscii ad avere tutte le pietre ammucchiate in alcuni campi agli inizi del secolo scorso, che erano quelle rimaste di risulta degli scavi per la realizzazione dell’acquedotto pugliese. Di questo fui molto contento perché anche la realizzazione delle mezzelune rientrava in un contesto di bassissimo impatto ambientale, poiché le pietre non sono state estirpate alla roccia ma solo trasportate a circa trenta chilometri dalle campagne di Alessano alle campagne di Ugento”.

Ti è mai stata rivolta la domanda “perché accumulare tante pietre quando è più semplice fare un pozzo, anche in termini di tempo”?

Sì, nel corso della costruzione delle mezzelune, una delle domande più frequenti era proprio questa, e denotava un assoluto disinteresse delle persone rispetto ai temi così emergenti che riguardano i grandi i fenomeni della desertificazione, dell’erosione e salinizzazione del suolo.
Ovviamente siamo consapevoli che il nostro progetto non è altro che un pulviscolo nell’immensa mole di interventi che sarebbero necessari per sanare l’attuale situazione ambientale, e di certo non riusciremo a incidere più di tanto sulle problematiche ecologiche generali ma recuperare acqua dai venti e dalle nebbie ed accumularla nel sottosuolo per favorire la crescita degli alberi e piante in terra di Ugento pensiamo che sia possibile ed auspicabile.
Altri popoli del passato sono stati capaci di creare oasi e dare vita a giardini e frutteti in ambienti dove questo appariva impossibile”.

Su cosa si basa il funzionamento dei tu’rat?

L’Orto dei tu’rat attualmente si stende su un’area di ca 16.000 mq e nel suo piccolo, vorrebbe entrare a far parte di una discussione più ampia sul problema della desertificazione erosione e salinizzazione del suolo.
L’area occidentale del Salento in cui è collocato (Gallipoli, Ugento), è quella che registra i valori annui minimi di pioggia. I venti predominanti sono quelli caldi: lo Scirocco (da Sud Est), perché proveniente dal Bacino di Levante del Mediterraneo, ed il Libeccio (da Sud Ovest) entrambe carichi di umidità, in particolar modo il secondo che attraversa 550 miglia di mediterraneo.

E’ proprio per catturare e sfruttare al meglio il Libeccio che le “mezzelune fertili” sono state situate a ca 230° a Sud-Ovest.
Le mezzelune, realizzate con pietra a secco senza aggiunta di leganti di nessuna natura,.data la loro forma e il loro orientamento consentono di captare il vapore acqueo contenuto nell’atmosfera.
In sostanza si tratta di un impianto di captazione, condensazione e riutilizzo delle arie umide e delle nebbie per ottenerne il quale è fondamentale il posizionamento di pietre in determinati assi anziché altri, sì da fare in modo che gli accumuli di massi spugnosi assorbano la brina notturna e, per percolamento, riforniscano di umidità il terreno.
L’uso di questa tecnica e della concimazione litica fu introdotto già nell’antichità, in maniera generalizzata, in molte zone aride del mondo, quali il deserto israeliano del Negev, i deserti degli Stati Uniti sudoccidentali e le aree secche del Perù, della Cina, dell’Italia di epoca romana della Nuova Zelanda Maori.
I massi che ricoprono il suolo rendono il terreno più umido, riducendo l’evaporazione dovuta al sole e al vento e rompendo la crosta indurita del suolo, che altrimenti lascerebbe scivolare via l’acqua senza trattenerla. La roccia riduce l’escursione diurna della temperatura, perché assorbe il calore solare durante il giorno e lo rilascia di notte, protegge il suolo dall’erosione attutendo l’impatto delle gocce di acqua piovana sul terreno. Infine, i sassi possono anche servire come “fertilizzanti in pillole” a lento rilascio (proprio come le pillole vitaminiche che alcuni di noi prendono a colazione), poiché a volte contengono minerali essenziali che gradatamente si disciolgono e filtrano nel terreno”.

Altre riflessioni intorno al progetto?…

Noi pensiamo che il nostro progetto possa essere un elemento che qualifichi il territorio da un punto di vista paesaggistico e consenta di sviluppare e approfondire quelle tematiche che, a nostro parere, stanno seriamente compromettendo la nostra esistenza.
A questo riguardo ci preme far presente che sul fenomeno della desertificazione ed erosione del suolo, recentemente Jared Diamond ha scritto parole inquietanti, con le quali ha descritto le situazioni da lui analizzate, una delle quali è la desertificazione e la sparizione della civiltà sull’isola di Pasqua (J. Diamond, Collasso, Einaudi Edizioni) e di come le società, di fronte alle grandi sfide climatiche, possano scegliere di vivere odi morire (che è anche il sottotitolo di un suo libro).
E’ rispetto a questa questione che ci sembra importante sottolineare che nelle fasce costiere della puglia ed in particolar modo nel Salento si sta determinando una condizione generalizzata di eccessivo sfruttamento della risorsa idrica sotterranea. L’eccessiva estrazione delle acque di falda, provoca la risalita dell’interfaccia tra acqua dolce e acqua salata che, oltre ad innescare processi di contaminazione della falda, determina il degrado e la salinizzazione del suolo, dal momento che le acque emunte vengono utilizzate a scopo irriguo. Questo meccanismo determina una progressiva citotossicità e alterazione nella fisiologia delle colture, incidendo, nel medio e lungo termine, sulla produttività dei suoli”.

Uno dei fattori principali che causano la desertificazione è la deforestazione…

Sì questo processo provoca la perdita della fertilità del terreno, la riduzione della diversità vegetale ed animale. In Salento, nell’arco Jonico tarantino, questo processo è rilevante e si può constatare nel bilancio idrologico negativo.
Noi riteniamo che il modo in cui noi abbiamo posizionato le pietre dei tu’rat possa avere un ruolo significativo anche rispetto a un’altra analisi fatta da J. Diamond in “Collasso” in cui egli ci spiega che la costruzione ed il trasporto delle enormi sculture da una capo all’altro dell’isola di Pasqua -nei decenni- aveva comportato la deforestazione di vasti boschi millenari i cui tronchi sarebbero serviti a far rotolare le gigantesche sculture alcune alte anche fino a 10 metri e del peso di circa 90 tonnellate.

Il momento di non ritorno fu quando, alla fase di deforestazione apparentemente innocua ne seguirono a catena altre ben più gravi. Intanto gli uccelli migratori non facevano sosta sull’isola per mancanza di un habitat ove depositare le loro uova, la mancanza di ombra faceva sì che il suolo fosse costantemente caldo d’estate e rigidamente ghiacciato d’inverno, i pollini spinti dai venti non trovando barriere frondose ove fermarsi passavano oltre e via dicendo, iniziò così il processo di desertificazione del suolo.

Per correre ai ripari gli ultimi abitanti dell’isola (dopo che si erano già verificati casi di cannibalismo) cominciarono ad accatastare “…grandi massi come barriere di protezione per evitare che i frequenti e forti venti inaridissero le colture. Massi di minori dimensioni erano invece posti a protezione di orti… Vaste aree di terreno venivano in parte ricoperte di sassi disposti a brevi intervalli l’uno dall’altro, in modo che le piante potessero crescervi in mezzo…”.

 

stagno di rugiada

 

 

 

 

vaschetta raccogli condensa

 

 

 

L'Orto dei Tu'rat

Cosa sono i Tu'rat?
Quali fini si prefigge l'associazione L'Orto dei Tu'rat?

 

 

 

NADiRinforma segnala

 
 

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