NADiRinforma segnala: incentivi alle energie rinnovabili

Mentre l’aumento/stangata delle tariffe per gas, energia elettrica e acqua ricorda alle famiglie italiane il prezzo da pagare per la manovra finanziaria di dicembre, il ministro
dello sviluppo Passera annuncia un fumoso piano per rimodulare gli incentivi alle energie rinnovabili: “con senso della misura e razionalità, i nuovi decreti ministeriali allineeranno gli incentivi a quelli che si pagano negli altri paesi”. Questo provvedimento dovrebbe riuscire a diminuire le bollette, in quanto le agevolazioni “verdi” finivano per far scattare un meccanismo di aumento del prezzo delle fonti di energia tradizionali.

Gli ottimi risultati dell’energia verde. Eppure, si legge su tutti i giornali che, se “il boom dell’energia verde ci permetterà di raggiungere in anticipo l’obiettivo del 26% di energia pulita, ha creato 150mila nuovi posti di lavoro e fatto risparmiare 100 milioni di euro alle famiglie che si autoproducono energia, è anche vero che ha creato scompensi nel sistema. L’alto livello degli incentivi (fino a un anno fa i più alti d’Europa) hanno creato un mercato in cui accanto agli imprenditori di settore si sono approfittati anche investitori finanziari. Tutto a carico della bolletta delle famiglie e delle Pmi, su cui pesa il costo degli incentivi: oltre 10 miliardi alla fine del 2012, con una spesa per una famiglia media di 70 euro all’anno”. Occorre diminuire gli incentivi per riequilibrare il sistema. E in seno al governo si litiga ancora. Questa volta a sbottare è il ministro Clini, già protagonista di maldestre esternazioni sugli OGM, che per fortuna in questo caso sembra aver capito che disincentivare le rinnovabili significa chiudere l’Italia al futuro: “Mettere in contrapposizione la riduzione della bolletta energetica e il sostegno alle fonti rinnovabili … è un errore strategico. Rischieremmo di uscire dal settore delle rinnovabili mortificando la capacità innovativa del Paese, penalizzando l’industria nazionale, aumentando la disoccupazione”.

Incontri interlocutori con i protagonisti del settore. A fronte di una situazione alquanto confusa si è mosso tempestivamente anche il Parlamento con una mozione approvata da quasi tutti i gruppi politici che invitava il governo ad incontrare appena possibile gli operatori del settore delle rinnovabili. Ed effettivamente, il 2 aprile scorso, un incontro c’è stato ma, secondo fonti di stampa, “non sono emersi dettagli specifici sulle rimodulazioni del sistema di incentivazione per le energie rinnovabili dal vertice di oggi tra i ministeri competenti e le associazioni del settore, preoccupate dalle indiscrezioni sulle modifiche delle tariffe circolate nei giorni scorsi. Nel corso dell’incontro, l’esecutivo ha soprattutto ascoltato le richieste dei rappresentanti delle imprese, le quali hanno ribadito la necessità di un periodo transitorio per far entrare in esercizio le nuove regole”.

Niente di fatto dunque con le grandi imprese private, ma in realtà parastatali, che spingono per tornare indietro. Uno di questi attori è l’Enel, recentemente invitato da Greenpeace a non dimenticare che “la prospettiva di una decarbonizzazione della produzione di energia è tecnicamente fattibile, ambientalmente desiderabile, socialmente utile ed economicamente convincente. Su questa strada si è del resto incamminata anche l’Unione Europea e diversi studi mostrano che uno scenario a emissioni zero nel settore elettrico è possibile senza ricorrere al nucleare”. Ancora l’associazione ambientalista denuncia che “La vera causa degli aumenti – afferma in un comunicato Andrea Boraschi, responsabile della campagna Energia e Clima di Greenpeace Italia - è la dipendenza dell’Italia dalle fonti fossili e il fatto che il costo della maggior parte dei nostri consumi sia determinato dal prezzo del petrolio sulla piazza di Londra. Un prezzo da lungo tempo impazzito. Le rinnovabili pesano sulla bolletta degli italiani per quote proporzionalmente modestissime. Inoltre è singolare il fatto che nel valutare il peso degli incentivi non si tenga quasi mai conto di quello che le misure di sostegno producono. Ce lo ha ricordato l’Università Bocconi, con una ricerca specifica, proprio pochi giorni fa: i benefici netti delle fonti rinnovabili, al 2030, ammonteranno a 79 miliardi di euro sotto forma di maggiore occupazione, mancata importazione di combustibili fossili, esportazioni nette dell’industria, riduzione del prezzo di picco dell’energia. Altri studi dimostrano come già oggi il gettito fiscale dell’unico settore che sta resistendo alla crisi - quello appunto delle energie pulite - compensi gli oneri a carico dei contribuenti”.

Sulla stessa linea Mariagrazia Midulla, Responsabile Policy Clima ed Energia del WWF Italia: “Sarebbe suicida non pensare che anche in Italia occorre puntare sulla Green Economy, ma la continua incertezza in cui versa il settore delle rinnovabili, unita alle numerose barriere e lentezze burocratiche, rischiano di fermare quella che si configura come una vera e propria ‘rivoluzione dal basso’. Ora la politica deve fare la sua parte, non per difendere i vecchi privilegi, bensì per aiutare con equità l’affermazione del futuro”.

Il futuro è rinnovabile. A livello globale tutti i dati ci dicono che gli investimenti verso le rinnovabili aumentano in tutto il mondo. In uno studio della Clean Edge, un’azienda americana che compie ricerche per il settore delle energie verdi, pubblicato nel marzo 2012, si dimostra quanto la corsa verso la clean energy vede protagonisti la Cina e gli Stati Uniti dove comunque si sta verificando un aspro confronto con le grandi aziende del settore del carbone e del petrolio che cercano di mantenere il loro spazio.

Insomma tutto il mondo è paese, ma tutti comprendono che se l’Italia non vuole perdere posizioni competitive (è una questione economica, non solo ambientale!) deve dimenticarsi in fretta di corporazioni e lobby, anche se esse hanno un grande peso sul governo tecnico. [PGC]

 

 

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