le nostre storie: "Ci siamo abituati..."

Ci siamo abituati …

di Tino Di Cicco

26 aprile '12
 
Ci siamo abituati a credere che sia normale che un ragazzo dal coiffeur debba toglierci la giacca prima di tagliarci i capelli: ma lui sta lì per lavorare, non per essere nostro servo.
Ci siamo rassegnati a credere che l’intelligenza (quando c’è) debba essere compensata col denaro, non con una maggiore responsabilità verso la comunità.
Ci siamo abituati a credere che il mercato decida non solo sui profitti e sulle cose, ma anche sul valore degli uomini.
Ci siamo abituati a credere che il potere non solo debba amministrare la società, ma possa anche stabilire i “valori”; possa anche dettare il discrimine tra il bello ed il brutto, tra il bene ed il male.
Ci siamo abituati a credere che la commozione, il pianto siano male, mentre la gestione elegante del cinismo una evidente prova di carattere.
Ci siamo abituati a credere che la donna-da-party faccia parte della nostra libertà; come se la libertà sia un prodotto usa-e-getta.
Ci siamo abituati a credere che la nostra vittoriosa laicità sia il progresso, con la stessa sicumera dei chierici che un tempo esibivano un Dio sempre a portata di mano, buono per ogni uso. Non sappiamo che ogni volta che diventiamo sicuri del possesso di qualcosa, diventiamo anche un poco più falsari.
Ci siamo abituati a credere che ogni nostra vittoria sia il bene, e ogni nostra sconfitta il male, anche se il palestinese delle nostre radici pensava esattamente il contrario.
Ci siamo abituati allo sguardo tracotante verso i più deboli, come se la forza e l’arroganza fossero attributi del bene.
Ci siamo abituati a credere che il Leader sia ontologicamente diverso dai suoi elettori, e i fatti che sconfessano questa illusione non sconfesseranno mai il bisogno che la genera.
Ci siamo rassegnati a credere che solo la vita sia il valore; per questo poi siamo costretti ad assecondare la menzogna per tutta la vita. Non sappiamo guardare fuori del nostro orticello, e siamo perciò obbligati a confonderlo con il mondo. Ma più ci rinchiudiamo dentro i valori che valgono solo per noi, più diventiamo poveri.
Ci siamo abituati a credere che vivere un po’ più a lungo, o arricchirsi un po’ di più, siano la testimonianza della nostra parentela con Dio. Come se Dio avesse veramente inviato il suo figliolo proprio per aumentare il gregge nostro di pecore e cammelli.
Ci siamo rassegnati a credere che la nostra povera logica sia la grammatica del cielo, e così perdiamo la bellezza dei campi innevati dal rosso dei papaveri di maggio.
Ci siamo rassegnati a credere che l’ente sia più importante del ni-ente; e così diventiamo ciechi per l’invisibile.
Ma a tutte queste abitudini non hanno saputo arrendersi quelli che hanno cercato una relazione più giusta tra gli uomini, e non l’hanno poi trovata.
Quelli che la ricerca della purezza ha reso solitari, e la solitudine poi emarginati, insofferenti, “folli”, suicidi.
Ad essi dovremmo guardare quando non siamo sicuri che il bene onorato dagli uomini nella società sia veramente il bene. Attraverso il loro dolore dovremmo saper passare, per meritare quello sguardo nuovo che ci faccia finalmente vedere l’invisibile.
 

 

 

 

 

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