la nostra storia: "Verso la conoscenza"

Verso la conoscenza

di Tino Di Cicco

Platone e Aristotele

Platone è stato fortemente preoccupato della banalizzazione dell’uomo a seguito dell’invenzione della scrittura (e non è escluso che la discriminazione da lui posta tra sophos – sapienti - e philo-phosos - aspiranti alla saggezza - passi anche attraverso la semplificazione del rapporto con la conoscenza resa possibile dalla scrittura).

Con l’invenzione dell’alfabeto, e quindi della scrittura, gli uomini “cesseranno di esercitarsi la memoria perché fidandosi dello scritto richiameranno le cose alla mente non più dall’interno di se stessi, ma dal di fuori, attraverso segni estranei … gli scolari, potendo avere notizie di molte cose senza insegnamento, si crederanno d’essere dottissimi, mentre per la maggior parte non sapranno nulla” (Fedro).

La parola scritta, dice Platone, forse può servire solo a “rinfrescare la memoria”, non a creare vera saggezza dentro gli uomini.

Solo il “discorso che è scritto con la scienza dell’anima di chi impara, può difendere se stesso, e sa a chi gli convenga parlare e a chi tacere” (Fedro)

Era talmente preoccupato dagli effetti negativi della scrittura sulla saggezza, che nella VII lettera dice chiaramente che i suoi pensieri più profondi non li ha scritti sui libri, ma li ha discussi solo con pochi amici in grado di non fraintenderli.

Se il passaggio dall’oralità alla scrittura ha potuto incidere così negativamente nella paideia dell’uomo, ai nostri giorni forse stiamo realizzando un ulteriore drammatico passaggio negativo nel campo della “formazione”.

La preoccupazione di Platone nasceva dal fatto che, con la scrittura, la conoscenza passasse dall’interno all’esterno dell’uomo, e sulla conseguente presunzione generata nell’uomo dalla facilità ad immagazzinare facilmente sempre più nozioni. Da questo punto di vista la situazione attuale è molto più pericolosa.

Il passaggio dalla conoscenza sedimentata nei libri, a quella immagazzinata nei computer, produrrà una ulteriore emarginazione dell’uomo dalla “generazione” della conoscenza. Perderemo quasi del tutto il rapporto tra “sofferenza” e conoscenza (che è da sempre un binomio inscindibile), e la cancellazione della “sofferenza” nel processo conoscitivo, renderà più superficiale anche la conoscenza. Ne farà un’altra cosa: un’estensione di nozioni pronte all’uso nella valigetta da tenere sempre a portata di mano, ma senza più alcuna nostra partecipazione .

Il vuoto

Adesso tutti noi possiamo attingere senza limiti a tutte le informazioni stipate dentro i nostri PC; ma non abbiamo quasi più alcun rapporto con quelle informazioni. Non sono più generate da una nostra esperienza di vita (verum factum diceva G.B. Vico) e restano perciò totalmente in superficie; come un abito che possiamo togliere o indossare con facilità. Ed anche per questo i nostri politici possono facilmente cambiare casacca senza problemi: più si è “vuoti”, “volatili”, “liquidi”, più si è disponibili a quello che passa il mercato.

Abbiamo quasi cancellato la conoscenza che ci derivava dal rapporto impegnativo, e anche tragico, con la natura. Stiamo quasi cancellando la conoscenza resa possibile dal rapporto meno impegnativo, ma pur sempre profondo, possibile con i libri.

Ma la nostra “interiorità” non può prescindere dal dialogo, dal confronto, dall’esperienza con qualcosa di ”oggettivo”” fuori di noi. E se l’oggettività del reale sarà quasi solo quella virtuale del computer (e non solo), anche noi saremo sempre più soggetti virtuali; sempre più disponibili alle mode e alla pubblicità. La semplificazione dell’accesso alle informazioni, renderà più superficiale anche la “natura” dell’uomo.

Non sapremo più come avere “fede” in qualcosa che in altri tempi altri uomini hanno chiamato Dio, Essere, spirito, anima, ideale, divino. Queste erano esperienze “trascendenti” e stabilizzanti (erano “altissime” ma anche profondissime dentro noi); mentre nell’era delle informazioni da computer, il nostro rapporto con il mondo sarà più facile, ma meno stabile.

Se con il libro era ancora possibile una metabolizzazione sensoriale, oltre che intellettuale, delle informazioni (era possibile sottolineare, ri-leggere a distanza di anni , ri-cor-dare la nostra storia; fermare le nostre emozioni) con il computer tutta la “conoscenza” diventa un anonimo glissando. Si ridurrà la nostra partecipazione alla conoscenza: la “pietra filosofale” del computer sarà in grado di farci sapere di più, molto di più, facendoci però capire meno, sempre meno.

Tutto scorre nello schermo del PC, e difficilmente riusciamo ad entrare due volte nello stesso fiume (e noi abbiamo bisogno di entrare più volte nello stesso fiume per sperare di capire).

Forse solo gli occhi riescono a partecipare alle nozioni rese disponibili da internet, ma è talmente veloce il processo visivo, che la struttura cerebrale sembra quasi incapace di reagire alle immagini fornite dalla vista, per elaborarle fino a farne “saggezza”in carne ed ossa.

Se nel mito della caverna Platone sapeva che la conoscenza non è vera se non viene esperita da tutto il corpo (e non solo dalla testa), oggi la situazione sembra ancora più preoccupante. Oggi non solo è difficile fare partecipare il corpo alla genesi della conoscenza, ma la stessa materia cerebrale sembra essere messa fuori gioco dalla velocità delle nozioni in transito davanti ai nostri occhi.

Si sta realizzando come una deresponsabilizzazione del soggetto nella “generazione” della conoscenza, proprio mentre aumenta in modo smisurato la disponibilità di notizie.

Se il “nozionismo” era una “conoscenza” senza cuore e senza passione; una “conoscenza” incapace cioè di incidere minimamente nella formazione della nostra auto-nomia nel mondo, la panacea-da-computer sta traducendo la conoscenza in un nozionismo universale: utile forse per gli effetti sul mercato, ma dannosissimo per l’uomo.

Con le informazioni da computer si riduce ancora di più lo “spessore” della conoscenza; e, conseguentemente, anche la “profondità” dell’uomo (che anche da quella conoscenza viene formato). E’ come se perdessimo le radici, e ogni opinione potesse facilmente attecchire dentro noi (specialmente se veicolata da chi dispone di potenti mezzi per divulgare le proprie convinzioni tra gli uomini).

Se l’uso valorizza l’organo, la rinuncia a soffrire/gioire personalmente per la conoscenza, a battersi per le idee generate dalla nostra esperienza, comporterà una superficializzazione delle nostre strutture pensanti.

Utilizzando informazioni precotte, saremo in grado di estendere la quantità delle stesse informazioni, ma esse saranno sempre più superficiali, sempre più banali.

Sarà come l’unica storia d’amore vissuta sapendo che sarà l’unica nostra storia d’amore; e i tanti flirt consumati solo per “ingannare il tempo”.

Albero della conoscenza

 

 

 

la nostra storia

 

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