Diritti Umani: noi diciamo "NO ALLA MAFIA"

noi diciamo: "NO ALLA MAFIA"

"Abbiamo interi pezzi di società che hanno ormai introiettato i modelli comportamentali dei mafiosi. E lo si vede in tutti i campi".
(Antonio Ingroia, magistrato)

L’eredità di Giovanni Falcone
23 maggio 2012
 
“Qualsiasi cosa abbia lasciato non farà mai diminuire
il bisogno di Giovanni.

Maria Falcone, sorella di Giovanni Falcone

Alle 17,58 del 23 maggio 1992, allo svincolo autostradale per Capaci, si aprì il cratere che inghiottì Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre agenti di scorta.

Il magistrato Giuseppe Ayala ha scritto: «Il 23 maggio e il 19 luglio 1992 non sono due date da ricordare come anniversari di morte, ma come celebrazioni di vite».

Perché molto, così come Borsellino, Falcone lasciò all’Italia e agli italiani:

L’ACCENTRAMENTO DELLA LOTTA ALLA MAFIA
Il magistrato Antonio Ingroia racconta di un’ “eredità professionale che per fortuna è diventata anche legge. I Pool antimafia sono diventati le procure distrettuali antimafia; il progetto di Falcone, la Procura Nazionale Antimafia, è una realtà istituzionale da molti anni, così la Direzione Investigativa Antimafia… Un progetto strategico complessivo nel quale ogni indagine ha un suo prima e un suo dopo, questa concatenazione di fatti apparentemente lontani e diversi che prima venivano affrontati in maniera invece isolata, è uno dei grandi passi fatti grazie a Falcone.”.

L’AMICIZIA, LA FORZA E UN ACCENDINO
Il Procuratore Nazionale Antimafia Piero Grasso racconta l’aneddoto di quando Falcone, in un volo Roma-Palermo gli diede quella reliquia che da allora porta sempre in tasca. “Si tratta di un accendino d’argento che era il suo preferito. Tirò fuori l’accendino dalla tasca e disse tienilo, non è un regalo, te lo sto consegnando perché ho deciso di smettere di fumare, se dovessi riprendere dovrai restituirmelo[…]. Tenendolo in tasca nei momenti di maggior tensione, lo ricordo sfiorando questa reliquia e riprendo energia ed entusiasmo.”.

UN RICORDO VIVO, UNA LEZIONE
Aldo Cazzullo scrive a proposito di Falcone e Borsellino: “Sono vivi perché l’albero sotto casa di Falcone è diventato uno dei simboli della Palermo di oggi, anche se è mal tollerato dalla Palermo che con la mafia ha sempre convissuto, anzi proprio per questo. Sono vivi non perché siano due immaginette sacre destinate a mettere tutti d’accordo, ma perché il loro martirio – in senso letterale: testimonianza – continua a non lasciare indifferenti, a mettere ognuno di fronte alle proprie responsabilità, a scegliere un campo: o con le mafie o con lo Stato, o con la criminalità organizzata o contro. […] Vent’anni dopo, si può dire che la loro lezione sia integra, intatta. I loro nomi sono familiari a più generazioni, come non accade quasi mai. Sono molte le scuole, le associazioni, le strade, le iniziative dedicate alla loro memoria.”

Tutto questo Falcone ha lasciato ai suoi colleghi, alle istituzioni, ma anche all’Italia.

La redazione di Host ha un proprio ricordo di quel giorno, ben preciso, e la sensazione di abbinare questi due nomi al significato della parola dedizione, verso l’idea di Stato e il proprio lavoro.

Fuor di retorica ci pare di intuirlo con maggior forza (questo significato), contrapponendolo al risvolto tragico che ha avuto nella realtà: dedizione senza compromessi, libera da ogni altro fine, inattaccabile da qualsiasi tipo di malignità.
Che cosa hanno lasciato a voi questi nomi, quale sensazione, significato, ricordo abbinate a loro?

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Tutti i virgolettati sono tratti da interviste e articoli dello speciale del Corriere della Sera FALCONE, Vent’anni dopo.

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Quando, insieme agli uomini della sua scorta,  fu ucciso il Giudice Giovanni Falcone io ero piccola, avevo poco più di dieci anni, ma quel giorno, e molti mesi a seguire, lo ricordo bene. Me lo ricordo soprattutto perché mi colpì la preoccupazione dei miei genitori, e quando sei piccola è una cosa che ti rimane impressa. Dopo Capaci venne Via d’Amelio, Cosa Nostra ammazzò Paolo Borsellino e la sua scorta. Dopo ancora ci furono le bombe a Firenze, Roma, Milano: le stragi di mafia.

Ci sono tanti punti poco chiari in tutta questa faccenda, la verità chissà quanto è lontana e quando la sapremo davvero, noi cittadini normali, lontani dai palazzi del potere e dai loro intrighi. Ho letto molti libri su Falcone e Borsellino, scritti da persone più o meno informate, intellettualmente oneste, titolate a fregiarsi di appellativi quali “amico fraterno”, e alla fine le domande e i dubbi, lungi dal venire fugati, si sono moltiplicati. Allora, nel ventesimo anniversario dell’attentatuni, della morte di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Vito Schifani, Antonio Montinaro e Rocco Dicillo, oggi, ne condivido qualcuna con voi.

  1. “Grazie soprattutto all’opera di Falcone, il livello di conoscenze sul fenomeno mafioso è incommensurabilmente più grande di quanto non fosse 10 o 15 anni fa. Ma la mafia, Cosa Nostra, è più forte di prima, proprio perché questo enorme livello di conoscenze non si è tradotto e non si traduce – a parte la vicenda del Maxiprocesso – nei risultati giudiziari che questo livello di conoscenze deve dare.” Questo diceva Paolo Borsellino in una intervista rilasciata nove giorni dopo l’omicidio di Giovanni Falcone, e quarantanove prima della propria morte. E’ plausibile pensare che il magistrato fosse così convinto che Cosa Nostra sarebbe uscita rafforzata dalla morte di Falcone, perché sapeva che all’interno dei palazzi di Giustizia qualcuno, molto in alto, remava contro il pool antimafia?
  2. “L’organizzazione mafiosa, quando ha preparato e attuato l’attentato del 23 Maggio, l’ha preparato e attuato proprio nel momento in cui, a mio parere, si erano concretizzate tutte le condizioni perché Giovanni Falcone, nonostante la violenta opposizione di buona parte del Consiglio Superiore della Magistratura, era ormai a un passo dal diventare Direttore Nazionale Antimafia.” Venticinque giorni prima dell’attentato in cui morirà, Paolo Borsellino parlava così, durante una delle celebrazioni in memoria del collega Falcone a Palermo. Hanno già cercato di farlo fuori, Falcone, professionalmente prima ancora che fisicamente. Delegittimandolo, scavalcandolo. Lui aveva tenuto duro, l’inevitabile stava per succedere: sarebbe divenuto Procuratore Antimafia. Questo dava fastidio alla mafia stessa, o piuttosto spaventava certi esponenti del CSM, che si sarebbero trovati ad avere a che fare con un uomo per niente incline a trattative e compromessi con Cosa Nostra?
  3. Salvatore Riina è stato riconosciuto come il Capo di Cosa Nostra; il suo dominio criminale è stato incontrastato dai primi anni ’80 fino al suo arresto, avvenuto per mano degli uomini del Capitano Ultimo, il 15 Gennaio del 1993. I carabinieri entrarono a perquisire la villa di Riina solo il 2 Febbraio. Diciotto giorni dopo l’arresto del boss. Perché è passato tutto questo tempo? Tempo in cui la villa venne lasciata senza alcuna protezione, quindi chiunque vi si potè introdurre. Tempo in cui, è facile prevedere, gli uomini di Riina ebbero modo di far sparire carte e documenti che non dovevano essere trovati.  Si tratta forse del famigerato “papello”, le condizioni redatte dal boss e imposte alle istituzioni per far cessare le stragi di mafia? L’abolizione del regime carcerario 41bis, ad esempio? Il pubblico ministero Antonio Ingroia, magistrato stimato da Falcone e Borsellino, e proprio da quest’ultimo fortemente voluto al proprio fianco, a Palermo, scrive: “Alcuni collaboratori di giustizia hanno riferito che a svuotare il covo di Riina erano stati uomini di Cosa nostra e che ciò era stato possibile grazie all’assoluta mancanza di controlli, nella zona circostante la casa, da parte delle forze dell’ordine. Uno dei suddetti collaboratori ha anche riferito di avere appreso che a vuotare la casa del Riina sarebbero stati gli stessi carabinieri”.
  4. Leoluca Orlando, sindaco di Palermo eletto per la quarta volta proprio in questi giorni, attaccò violentemente Giovanni Falcone, accusandolo di aver tenuto chiusi nei cassetti una serie di documenti che avrebbero fatto luce su alcuni delitti eccellenti, svelando le collusioni tra Stato e Mafia. Falcone fa quello che qualunque uomo che non ha niente da nascondere farebbe: invita il sindaco a fare i nomi e denunciare quello che sa, oppure a tacere. Orlando tace. E siccome errare è umano, ma perseverare diabolico, pochi anni fa afferma che su Giovanni Falcone direbbe “esattamente le stesse cose”. Allora, visto che l’accusa mossa a Falcone era sostanzialmente quella di aver coperto importanti legami tra istituzioni e associazioni mafiose, dove sono le prove in possesso di Leoluca Orlando? Protetto da quali informazioni ha infangato il nome e il lavoro di un uomo che si è sempre dimostrato integerrimo e onesto? Nel 1996, quando Orlando era primo cittadino di Palermo, fu accusato di corruzione aggravata durante l’esercizio delle sue funzioni di sindaco. La vicenda non ebbe per lui alcun seguito giudiziario. Probabilmente memore di ciò, durante le polemiche sorte in seguito alla proposta di modifica dell’Articolo 18 da parte del Governo Monti, nel febbraio di quest’anno, si scaglia con forza contro Emma Marcegaglia, colpevole a suo dire di prendersela con i lavoratori, mentre invece “dovrebbe pensare agli imprenditori corrotti che fanno parte delle cricche e che hanno costruito monopoli, distruggendo il libero mercato”. Sic.
  5.  Che fine ha fatto l’Agenda Rossa di Paolo Borsellino? Quel quaderno mai ritrovato dal quale la moglie Agnese riferisce suo marito non si separasse neanche un attimo, negli ultimi giorni prima della sua morte? L’agenda in cui da settimane, fin dal giorno successivo la strage di Capaci, Borsellino appunta tutto quello che sa, tutti i suoi sospetti sugli esecutori e soprattutto sui mandanti dell’attentatuniUna delle cose più controverse di tutta questa vicenda è la girandola di dichiarazioni rese da Giuseppe Ayala, collega di Falcone e Borsellino, durante i processi denominati “Borsellino” “Borsellino Bis” e “Borsellino Ter”. Ayala – uno dei primi ad arrivare in Via d’Amelio dopo l’esplosione - interrogato nel 1998 afferma che fu un ufficiale in divisa, un carabiniere, ad estrarre dai sedili posteriori dell’auto sventrata di Paolo Borsellino la cartella di pelle in cui si trovava l’agenda rossa. L’agente la porge ad Ayala, e lui rifiuta di prenderla, affermando “non sono titolato”. Nel 2005, cambia versione: sostiene che fu lui stesso a prenderla, per poi consegnarla all’agente in divisa. L’anno successivo, un nuovo cambio di rotta: non fu un carabiniere ad estrarre la certella dall’auto, ma un uomo in borghese. In una intervista del 2009 Ayala cambia ancora: arrivò sul luogo della stage prima di tutti, addirittura prima dei pompieri, trovò la cartella sul sedile posteriore e la prese. E’ possibile che Ayala non ricorda cosa avvenne? Come può cambiare così tante volte la sua versione dei fatti? Chi ha preso l’agenda rossa di Paolo Borsellino? Qualunque cosa fosse, quello che c’era scritto faceva paura. Faceva maledettamente paura. E doveva sparire.
  6. Paolo Borsellino visitava settimanalmente Via d’Amelio, perché lì viveva la madre. Era dunque un luogo ben presente agli agenti della scorta, alle forze dell’ordine, ai vertici istituzionali. Come è possibile che nessuno abbia pensato a far sorvegliare la strada? Come è possibile che un’auto imbottita di esplosivo abbia potuto soggiornare in quel luogo presumibilmente più di un giorno e non aver destato alcun sospetto? Borsellino sapeva che il prossimo carico di tritolo sarebbe stato per lui. Agli amici, ai collaboratori, non diceva: “Se mi ammazzeranno”, diceva “Quando mi ammazzeranno”. Alla moglie, le volte in cui si lamentava dell’eccessivo carico di lavoro del marito (negli ultimi tempi, lavorava quasi ventiquattro ore al giorno) diceva: “Non ho più tempo. Devo lavorare tanto, devo lavorare tantissimo, io sono un morto che cammina”.
  7. Il 1° Luglio 1992 Paolo Borsellino è convocato al Viminale dal neo ministro dell’Interno Nicola Mancino. Questo appuntamento è confermato da una scritta appuntata dal magistrato in una agenda, quella grigia, sulla quale segnava tutti i colloqui con personalità della politica e delle forze dell’ordine. Nell’agenda grigia c’è scritto: “1 Luglio 19:30 Mancino”. Per recarsi all’incontro, Borsellino interrompe l’interrogatorio che stava conducendo a Roma, alla Direzione Investigativa Antimafia, al testimone di giustizia Gaspare Mutolo. Quando Borsellino rientra alla DIA per terminare l’interrogatorio, Mutolo riferisce di trovarlo scosso, agitato, al punto da non accorgersi di avere in mano due sigarette accese. Mancino, però, ha sempre negato di aver mai incontrato Borsellino: perché? Cosa disse Mancino di così sconvolgente? La trattativa Stato-Mafia era già in essere, l’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino, colluso con i Corleonesi, aveva accettato di collaborare: forse parlarono di questo? Secondo recenti testimonianze della moglie, Borsellino già da tempo era al corrente delle trattative tra Cosa Nostra e pezzi deviati dello Stato: i suoi dubbi trovarono riscontro al Viminale?

Tante domande, ancora nessuna risposta.

“Io non vedrò i risultati del mio lavoro. Li vedrete voi dopo la mia morte, perché la gente si ribellerà. Si ribelleranno le coscienze.” [Paolo Borsellino alla moglie Agnese, 17 Luglio 1992]

Dopo vent’anni, la coscienza dell’Italia è pronta a sapere la verità? Ancora più importante, è pronta a continuare a combattere – oggi, sempre, e per sempre – per sapere la verità e ottenere giustizia?

 

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