la nostra storia: NADiRinforma incontra Biagio Panico - la costruzione artigianale dei tamburelli salentini

Il tamburello o tambureddhu salentino

>>> segue

NADiRinforma incontra Biagio Panico, fondatore dell'associazione Novaracne, che da anni si impegna nella ricerca e nella divulgazione della musica popolare salentina attraverso la promozione di iniziative culturali, quali seminari sulla pizzica e sul ruolo culturale del tamburello nella tradizione popolare, concerti e rassegne di musica etnica in tutta Italia.
La sua passione per la pizzica e per la musica popolare lo ha portato a recuperare una forma d'arte tradizionale che stava quasi scomparendo, quella della costruzione artigianale dei tamburelli divenendone lui stesso abilissimo realizzatore.
Biagio ci ospita presso la sede del suo laboratorio Il Tamburello e ci mostra la costruzione del popolare strumento dalla concia delle pelli sino al prodotto finito.
pubblicazione 27 agosto '12
Visita il sito: www.mediconadir.it
Visita il sito: www.iltamburello.com
 
“Se vuoi capire un popolo ascolta la sua musica.
E cos’è la pizzica se non il battito del Salento?
E cos’è il tamburello se non il ritmo del cuore?
Metti la mano sul cuore e ascolta la musica del Salento.
Allora capirai. “
(Luigi Cervelli)

Biagio Panico, fondatore dell'associazione Novaracne, da anni si impegna nella ricerca e nella divulgazio ne della musica popolare salentina promuovendo convegni e seminari sulla pizzica e sul ruolo culturale del tamburello. 
Nell'agosto 2011, nel corso delle riprese del documentario Attraverso la Notte della Taranta”, Biagio ci ha permesso di seguire la lavorazione artigianale di uno dei suoi tamburelli, noi, in risposta, abbiamo cercato, con questo breve video, di contribuire ad avvalorare l'impegno e la sostanza dell'azione di tutti coloro che hanno, e proseguono, nell'opera di divulgazione della cultura salentina.
La passione per la pizzica e per la musica popolare hanno guidato Biagio Panico verso il recupero della costruzione artigianale dei tamburelli, un'attività che stava scomparendo, diventandone un realizzatore, allievo dell’ultimo grande costruttore di tamburreddhi salentini, mesciu Ninu, al secolo Giovanni Sancesario di Nociglia.
Oggi, dopo tanta esperienza e tanto lavoro, la sua azienda Il Tamburello è un punto di riferimento a livello nazionale per tutti i suonatori di tamburello ed i cultori della musica popolare.
 
Il tamburello è uno strumento musicale a percussione che, originariamente, era legato a culti lunari e veniva impiegato in rituali e celebrazioni religiose del mondo antico. É diffuso in tutte le nazioni che affacciano sul Mediterraneo, quasi a creare un invisibile cerchio di continuità.
 
La sua costruzione inizia dalla concia della pelle, per lo più di capretto. La pelle, dopo la concia, viene messa ad asciugare tesa su di un telaio di rete zincata.
Una volta asciugata, la pelle, ammorbidita da un bagno in acqua, viene tesa su di una cornice ricavata da una stretta striscia di legno di faggio modellata a cerchio, e fissata intorno ad essa con chiodini di legno e con un controcerchio. Lungo la striscia di faggio, sono ricavati degli alloggiamenti nei quali vengono inserite coppie di piattini metallici che, ad ogni colpo dato con il palmo della mano sul bordo del tamburello, tintinnano, producendo un suono particolare, tipico del ritmo della terra salentina.
 
 
Nel Salento fino a qualche decennio fa, il tamburello faceva anche parte di un particolare organico strumentale comprendente il violino, l'organetto e la chitarra, che effettuava la terapia coreutico-musicale del tarantismo. Il gruppo eseguiva un repertorio di pizziche tarantate nelle quali il tamburello aveva un ruolo ritmico essenziale.
Il tamburello segna, con il suo ritmo incalzante, il susseguirsi delle stagioni e della vita, dei cicli agricoli e vitali che ritornano ogni anno, senza sosta e senza placarsi, vestendosi di trascendente e di spirituale. Altissimo il suo valore simbolico essendo il cerchio rappresentazione della ciclicità perenne della vita, nella quale è impossibile distinguere l'inizio dalla fine.
Il suo ritmo incalzante caratterizza da sempre le danze sacre. Il suo suono pare unire il trascendentale all'uomo in una sorta di cerchio di perfezione dove le diversità vengono annullate, tanto che nel passato prossimo della tradizione salentina la femmina pizzicata riusciva a ritrovare la sua dimensione: il suo disagio veniva riconosciuto ed accolto dalla Comunità.
 
(a cura di Claudio “Cavallo” GiagnottiAssociazione Sotto Traccia).
 
Da tempo la musica tradizionale salentina è attraversata da molti incontri musicali, si contamina con altri stili musicali, non solo con le musiche di altre tradizioni ma soprattutto con altri generi musicali (rock, pop, elettronica…). Questo ha portato a una confusione sonora caratterizzata dall’utilizzo di strumenti non consoni alla tradizione musicale salentina soprattutto nell’uso di percussioni (tamburi a cornici) che non rispettano l’archetipo che i maestri costruttori ci hanno tramandato negli anni. Da qui nasce l’idea di costruire o ricostruire un’identità sonora che ritorni a parlare o, meglio, ritorni a farci ascoltare quei miscugli sonori che quell’irregolarità costruttiva degli antichi maestri ha fatto conoscere al mondo intero come la musica tradizionale salentina e il suo strumento principe, “u tamburreddhu”. Da anni passa nella mia testa l’idea di dare una linea sonora a una tradizione che sempre più sta dimenticando le proprie sonorità, soprattutto dopo la morte dell’ultimo grande costruttore di tamburreddhi salentini, mesciu Ninu, al secolo Giovanni Sancesario di Nociglia. Strano che questo lo pensi un musicista come me che, forse più di tutti, ha contaminato la musica tradizionale salentina con altri stili e altre sonorità. Penso, però, che sia arrivato il momento di fermarsi e dare una giusta dimensione allo strumento principe della tradizione musicale salentina. Tante, infatti, sono le caratteristiche che sono cambiate negli ultimi quindici anni: materialmente i tamburreddhi sono diventati sempre più leggeri, le pelli sempre più armonizzate, ispirate, cioè, ai colori ritmici dello strumento, trascurando di conseguenza quella che possiamo definire, in maniera gergale, la “botta” ossia la circolarità del tempo di battuta. Anche i sonagli sono cambiati tanto che oggi hanno forme e dimensioni diverse da quelle che siamo abituati a vedere nei filmati di repertorio che testimoniano la tecnica rotatoria della mano che oggi ha guadagnato in precisione nel suono del sonaglio, capace di creare una figura ritmica sempre uguale a se stessa, ma ha perduto proprio quell’irregolarità sonora creata, appunto, dal tamburreddhu e dalle sue antiche modalità costruttive. Così, parlandone con alcuni nuovi costruttori (fra tutti gli amici Biagio Panico e Vito Giannone - nella foto ndr), inevitabilmente ci si è domandati che cos’è oggi lo strumento che suoniamo, come sono cambiati i materiali e l’uso dello stesso: ieri oggetto utilizzato in una terapia come il tarantismo, oggi strumento musicale che i giovani salentini – e non solo – usano per rivendicare un’appartenenza politico-culturale attraverso la musica tradizionale. Sicuramente non bisogna dimenticare che viviamo il presente, pertanto non dobbiamo conservare la tradizione e perpetuarla in una maniera folclorica, ma apportare quelle migliorie artigianali che la contemporaneità permette. È giusto che i nuovi costruttori, analizzando gli strumenti che la tradizione ha conservato, abbiano migliorato l’oggetto artigianale portandolo a diventare un vero strumento musicale. Proprio a questo la mia riflessione vuole giungere: riconoscere lo strumento “tamburreddhu” non come un souvenir ma come il vero emblema della tradizione salentina. Occorre riflettere sul perché per suonare il flamenco bisogna utilizzare la chitarra flamenco e per suonare la pizzica, invece, va benissimo qualsiasi tamburello?
 

Condividi