presentazione libri e documentari: "La civiltà: un male curabile" di Claudio Naranjo

NADiRinforma: 31/10/08, Cappella Farnese Bologna. Si propone la presentazione dell'ultimo libro del prof. Claudio Naranjo “La civiltà: un male curabile”, ed. Franco Angeli. La civiltà è sorta in risposta a una situazione traumatica collettiva che ebbe luogo quando il riscaldamento della terra e altri fattori minacciarono la sopravvivenza dell’umanità, durante il tardo neolitico. La sua principale caratteristica è stata il dominio del maschile, e dalla sua struttura patriarcale è emersa una “mente patriarcale” in cui dobbiamo riconoscere la radice della complessa e multiforme problematica che ora è diventata minacciosamente cruciale. Conseguentemente, è dalla trasformazione della mente patriarcale che dipenderà il superamento della nostra “crisi di obsolescenza”, e perciò niente può essere tanto indicato quanto una trasformazione radicale del sistema educativo
La conferenza è inserita all'interno dell'Iniziativa "SEGNALI DI PACE" 2008
SOGGETTI PROMOTORI:
Comune di Bologna - QUARTIERE NAVILE:
Commissione consiliare "Pace e Partecipazione";
Biblioteca Lame; Biblioteca Corticella;
Biblioteca "Casa di Khaoula ";
Biblioteca per l'infanzia "Il Mondo Incantato";
Aula Didattica Ambientale "Parco Grosso"; Ludoteca "Vicolo Balocchi";
Centro pratica psicomotoria "Giochisalticapriole"
 
 
NADiRinforma: dopo la presentazione del libro “La civiltà: un male curabile”, ed. Franco Angeli, il prof. Naranjo risponde alle domande del pubblico arricchendo così la presentazione attraverso le sollecitazioni della gente.

NADiRinforma incontra il prof. Claudio Naranjo che descrive il punto di vista e la pratica di Fritz Perls in modo molto diverso rispetto a quello comunemente adottato oggi negli istituti di Gestalt in America. Per contrasto, il suo lavoro ha ispirato il movimento Gestalt latinoamericano.
Naranjo è stato il primo a utilizzare la meditazione come appendice della Gestalt durante i seminari tenutisi a Esalen negli anni '60, è stato anche il primo a sviluppare le tecniche di meditazione interpersonale, sia come elemento dal valore intrinseco, sia come sostegno o background per esercizi psicologici specifici. Queste tecniche ora fanno parte del vasto insieme di approcci conosciuto come programma SAT (Seeker After Truth).
Qual è la differenza tra una persona che richiede una psicoterapia ed una che ricerca la verità? Credo che questa differenza si può spiegare con un racconto sufi. C’erano quattro viaggiatori: uno arabo, uno della Persia, l’altro della Turchia e l’altro greco e stavano discutendo come utilizzare una moneta, l’ultima moneta che avevano quel giorno. Mentre discutevano arriva uno straniero e dice: "se mi date la moneta compro ciò che ciascuno di voi vuole". All’inizio i quattro viaggiatori non si fidavano molto, ma, alla fine, gli danno questa moneta e lui compra un grappolo d’uva; l’arabo dice: "qui sta il mio inab", il turco era contento perché era quello che voleva chiamandolo "uzum", il greco il suo "stafil", il persiano aveva il suo "angur". Ugualmente, tutti cerchiamo la stessa cosa, ma la chiamiamo in modi diversi. E, come si può dire che il "sufi" è un traduttore che conosce molte lingue, così io penso che si può dire di un buon terapeuta.
 
Laudatio: Claudio Naranjo
Il compito di introd
urre i contributi scientifici e culturali di Claudio Naranjo non è certo facile. Debbo basarmi sulle esperienze condivise, su quanto ho letto e su informazioni raccolte da suoi amici e allievi.
Una definizione autobiografica che Naranjo si è dato nel suo primo libro “The One Quest” è quella di “linguista principiante1”. Per capire il significato della parola “linguista” da lui utilizzata credo sia utile ascoltare una tradizionale storia sufica2.
Quattro uomini – un persiano, un turco, un arabo e un greco – se ne stavano nella strada di un villaggio. Stavan
o viaggiando insieme, verso un luogo lontano, ma in quel momento stavano discutendo su come spendere l’unica moneta, tutti i loro averi comuni. “Voglio comprare dell’angur”, disse il persiano. “Io voglio dell’azum”, disse il turco. “Io voglio dell’inab”, disse l’arabo. “No” disse il greco. “Dovremmo prendere dello stafil”.
Passava di lì un altro viaggiatore, un linguista, e disse “Datemi la moneta. Mi assumo l’incarico di soddisfare i desideri di tutti voi”. All’inizio non volevano concedergli fiducia, ma infine gli diedero la moneta. Egli andò nel negozio e comprò quattro piccoli grappoli d’uva. “Questa è la mia angur”, disse il persiano. “Ma questo è ciò che chiamo azum”, disse il turco. “Mi avete portato dell’inab”, disse l’arabo. “No!” disse il greco, “questo nella mia lingua si dice stafil”. I grappoli vennero divisi fra di loro, e ognuno si rese conto che la disarmonia era stata causata solo dalla mancata comprensione della lingua degli altri.
1Naranjo C. 1972 (2005) The One Quest. Nevada City: Gateways Books, p.20
2 Nella tradizione del sufismo l’uva riveste un significato simboli particolare, cfr. Shah I 1990. I Sufi. Roma: Mediterranee, pp. 34-5.
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In questa storia i “viaggiatori” sono le persone del mondo che sanno di volere qualcosa, perché in loro esiste un’esigenza interna. Possono attribuirle diversi nomi, ma si tratta della stessa cosa.
Fin dagli inizi della sua carriera di “ricercatore” Naranjo si è occupato di ambiti considerati molto differenti fra di loro, come la musica, la psicoterapia, lo studio delle religioni e dell’educazione. Tuttavia già nel 1972 aveva raggiunto – come il “linguista” della storia sufi – la consapevolezza che tutti questi percorsi non riguardano argomenti differenti ma hanno a cuore lo stesso obiettivo, cioè la promozione di uno sviluppo umano armonico3.
Ho pensato di presentare il pensiero e le opere di Claudio Naranjo in suddividendoli in sette argomenti. Il primo si riferisce ad alcune brevi note biografiche, il secondo ai suoi contributi in ambito psicoterapeutico, il terzo riguarda la psicologia degli enneatipi, il quarto la meditazione, il quinto la scuola SAT, il sesto i suoi contributi per cambiare l’educazione e il settimo paragrafo si riferisce ad alcune riflessioni personali su Naranjo come insegnante e maestro.
1. Brevi note biografiche
Claudio Naranjo è nato a Valparaiso in Cile il 24 novembre del 1932, da una famiglia benestante con molti interessi culturali. I genitori ospitavano spesso letterati, musicisti, artisti e persone influenti della cultura cilena e internazionale. Figlio unico, in una grande casa frequentata da personalità rilevanti, tese ad assumere – nei confronti delle persone e della natura – la posizione dell’osservatore.
Ha frequentato le elementari e le medie in una scuola internazionale inglese, ricevendo un’educazione anglosassone. Uno degli amici di allora è stato Humberto Maturana, che diventerà uno dei più grandi neurofisiologi contemporanei4.
3 Naranjo C. 1994. The End of Patriarchy. Oakland: Amber & Lotus, p.109.
4 Maturana H.R., Varala F.J.1985. Autopoiesi e cognizione. Venezia: Marsilio Editori.
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Nell’adolescenza tre persone hanno esercitato un’importante influsso su di lui. Il primo è stato un architetto amico della madre, Aquiles Landoff, appassionato di musica, che lo introdusse a Chopin. Il secondo, Carlos Valdez, un insegnante privato lo avvicinò allo studio di importanti opere spirituali, filosofiche e di medicina naturale. Il terzo, Totila Albert, uomo di cultura cileno-tedesco e artista illuminato, influì in maniera fondamentale nella sua vita e nel suo pensiero, tanto da essere considerato da Naranjo come il suo “benefattore spirituale”. Lo sviluppo intellettuale e spirituale di allora è stato fortemente influenzato anche dalla lettura di alcune opere di Georges Gurdjieff5, un maestro di danze sacre di origine armena.
Terminate le scuole superiori, poiché la biologia e la chimica gli parevano materie promettenti, decise di iscriversi a Medicina. Alla Facoltà di Medicina si rese conto che “la conoscenza biologica era una cosa; mentre la conoscenza del “segreto della vita” era tutt’altro”. Ad un certo punto gli studi di medicina gli sembrarono così estranei che soltanto la lettura di un libro di Jung lo convinse a continuare gli studi e laurearsi nel 1959. Qualche anno più tardi, nel 1961 concluse anche gli studi alla Scuola di Musica di Santiago diplomandosi in pianoforte. Dopo la laurea in Medicina si iscrisse alla Scuola di specializzazione in Psichiatria di Santiago, diretta dallo psicanalista Ignacio Matte Blanco, specializzandosi nel 1963. Durante questo periodo si sottopose anche ad una psicoterapia psicoanalitica didattica.
2. Psicoterapia
Terminata la specializzazione in psichiatria Naranjo si rese conto di non sapere realmente come curare i pazienti. Sentiva di non poter esercitare la professione di psicoterapeuta perché – data la sua ignoranza – rivestire questo ruolo gli pareva una sorta di impostura. Questa confessione di ignoranza ha almeno due famosi precedenti nella cultura occidentale. Il più noto è Socrate che ha posto alla base della sua ricerca la constatazione che nessuno degli uomini sa nulla veramente, ma che è sapiente solo
5 Gurdjieff G.I. Racconti di Belzebù a suo nipote. Neri Pozza.
Ouspensky P.D. 1976. Frammenti di un insegnamento sconosciuto. Roma: Astrolabio.
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chi si rende conto di non sapere. Infatti solo chi sa di non sapere si pone in un atteggiamento di ricerca.6
Il secondo è Carl Gustav Jung che spesso ha ricordato lo sgomento di aver scelto una professione, la psichiatria, della quale per molto tempo “non ha capito assolutamente nulla”, nonostante avesse letto tutto quanto era stato pubblicato in merito, compresi i cinquanta volumi della più famosa rivista psichiatrica di lingua tedesca (Allgemeine Zeitschrift fűr Psichiatrie). “Gran parte dei suoi colleghi sembravano perfettamente appagati ed eseguivano coscienziosamente e con gioia i propri doveri; all’inizio Jung ritenne che dovesse esserci una sapienza, nota a costoro e che invece a lui era rimasta nascosta. Non ci volle molto per rendersi conto che i risultati ottenuti dai suoi colleghi non erano migliori dei suoi e che per di più quelli non mettevano mai in discussione i propri: erano soddisfatti di aver compiuto tutto quanto ci si aspettava da loro, ragion per cui potevano godersi il tempo libero con la coscienza in pace”7
Ritiratosi dalla psicoterapia Naranjo decise di “rifugiarsi” nella ricerca. Nel 1963, mentre lavorava all’Istituto Cileno di Antropologia Medica, iniziò a studiare gli effetti psicologici dell’assunzione di alcune sostanze piscoattive utilizzate in diverse culture native americane. La modificazione degli stati di coscienza nei soggetti sperimentali richiedeva, da parte del ricercatore, una relazione di aiuto per accompagnare queste persone al di la dell’esperienza8. Gli anni dedicati a questi studi di psicofarmacologia sono stati per Naranjo la prima vera scuola di psicoterapia sul campo.
Il perfezionamento della sua formazione di psicoterapeuta è avvenuto all’Istituto Esalen in California dove per alcuni anni ha potuto studiare con Fritz Perls, il fondatore della terapia della Gestalt. Secondo Naranjo due sono i principi
6 Abbagnano N.2006. Socrate. In Storia della Filosofia. Novara: Istituto Geografico De Agostani, vol. I, pp. 116-130.
7 Hannah B.1980. Vita e opere di C.G. Jung. Milano: Rusconi, pp.106-107.
8 Naranjo C. 1973 The Healeing Journey. New York: Ballantine Books
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fondamentali della psicoterapia gestaltica9. Il primo viene da lui definito “principio dionisiaco” o “senso del Tao”. Si tratta di una “fede organismica” che consiste nell’affidarsi alla saggezza implicita della spontaneità. L’individuo viene invitato ad aderire a una disciplina profonda che non consiste semplicemente nel lasciarsi andare all’istinto, ma nel lasciarsi andare e nell’arrendersi davanti al mistero. E’ chiamato principio dionisiaco perché il soggetto durante la terapia viene invitato a non “fermarsi” a non diventare schiavo della coazione a ripetere, ma ad andare avanti, a lasciare qualcosa indietro, metaforicamente a ‘morire’ un poco in ogni istante per andare oltre la situazione. A livello pratico il soggetto in terapia viene invitato – in particolari contesti – ad esprimere la “rabbia” oppure la “follia”. Un poco alla volta queste paradossali forme espressive possono portare – come in una sorta di esorcismo – alla guarigione.
Il secondo aspetto che guida la psicoterapia gestaltica è stato definito da Naranjo “principio apollineo” o “principio dell’autoconoscenza”. Secondo Perls è l’aspetto più importante della terapia della Gestalt. Il terapeuta deve dedicare una costante “attenzione al vissuto”, deve sviluppare un dedizione particolare al “qui e ora”. La nostra verità, ciò che del vissuto esiste è un “qui e ora” fluido. Generalmente negli individui il “qui e ora” è invece sempre invaso dai fantasmi del passato o dalle aspettative del futuro. Il fantasticare costituisce un velo che impedisce di porsi in relazione con il vissuto più autentico. Il principio apollineo dell’autoconoscenza richiede dunque una disciplina che comincia con l’osservazione del presente e che va oltre i “fantasmi” generati dalla mente per capire come in una Gestalt noi stessi e le nostre vite. Viene anche definita come “via della lucidità” perché permette di superare una sorta di “cecità esistenziale” che ci impedisce di guardare il lato grottesco delle persone. Per superare questa “cecità” è necessario coltivare l’arte del “non-attaccamento”, una virtù del buddismo, e mantenere un atteggiamento di “neutralità fra gli opposti”, che Perls chiamava “punto zero” e che ha molto in
9 Naranjo C. 1991. Atteggiamento e prassi della terapia gestaltica. Roma: Melusina Editore.
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comune con la condizione di “stare nel vuoto” degli stati meditativi. A livello pratico il terapeuta che sviluppa il principio apollineo vedendo un gesto del paziente può essere in grado di avere un’intuizione profonda sulla sua patologia, individuando il punto da cui far partire il processo terapeutico. Nello stesso tempo questo atteggiamento apollineo evita al terapeuta di entrare nei giochi patologici che il paziente continuamente mette in atto.
Secondo Naranjo la psicoterapia gestaltica è una “filosofia implicita” molto vicina alle religioni misteriche dell’antica Grecia. Da una parte il terapeuta incoraggia la spontaneità, per affidarsi a un rapporto autentico con l’altro (spirito dionisiaco), dall’altra rifiuta la falsità, la verbosità e le interferenze per raggiungere una condizione di autenticità e verità (spirito apollineo). In accordo con le tradizioni culturali più antiche Naranjo ritiene che per praticare l’arte della psicoterapia il prerequisito fondamentale è l’autoguarigione del terapeuta. Soltanto chi ha guarito se stesso può aiutare un’altra persona nel processo di autoguarigione. Questo principio fondamentale dello sciamanesimo10 trova eco anche nel noto versetto evangelico “Medico cura te stesso!”11.
3. La psicologia degli enneatipi
Fin dalle prime letture di psicologia Claudio Naranjo è stato attratto dallo studio delle tipologie umane. Durante la specializzazione in psichiatria si avvicinò alle idee di William Sheldon, secondo il quale esistono fondamentalmente tre dimensioni del temperamento umano collegate con le strutture del corpo che derivano dai tre foglietti fondamentali dell’embrione: l’ectoderma, l’endoderma e il mesoderma12. Durante gli anni sessanta Naranjo frequentò numerosi centri universitari nordamericani dove venivano sviluppati studi sulla psicologia della personalità, in particolare lavorò con Raymond Cattell, dell’Università dell’Illinois, uno dei massimi esperti mondiali nello
10 Elide M. 1974. Lo sciamanesimo e le tecniche dell’estasi. Roma: Mediterranee.
Winkelman M. 2000. Shamanism. The Neural Ecology of Consciousness and Healing. Westport: Bergin & Garvey.
11 Luca 4,23
12 Hall C.S., Lindzey G. 1966. Teorie della personalità. Torino: Boringhieri.
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studio delle tipologie umane. Tuttavia l’analisi dei tipi psicologici ricevette un impulso straordinario dall’incontro, nel 1969, con Oscar Ichazo, che allora stava tenendo una serie di conferenze sulla psicologia della personalità all’Associazione di psicologia Cilena. Naranjo decise di seguire Ichazo per un periodo di alcuni mesi durante i quali apprese una serie di insegnamenti che gli permisero “di vedere la struttura della personalità altrui come un buon caricaturista vede i tratti essenziali delle fattezze di un viso13”. L’elaborazione, negli anni successivi, di queste esperienze e conoscenze permise a Naranjo di sviluppare una tipologia delle personalità che definì “enneagramma dei tipi psicologici”.
Secondo Naranjo gli esseri umani durante l’infanzia vengono “feriti” – spesso inconsciamente – dai genitori nel loro bisogno di ricevere amore. Si tratta di un fenomeno pressoché universale, che per primo è stato descritto da Sigmund Freud, e che si trasmette da generazione in generazione con l’espletamento della funzione genitoriale. Queste carenze d’amore determinano lo sviluppo di risposte adattative apprese, caratterizzate da fissità e rigidità, a livello motivazionale (passioni), cognitivo (fissazioni cognitive) ed istintuale (istinto vincolato) 14. Nella prima infanzia si sviluppa quindi un apparato di contromanipolazione, a livello passionale e cognitivo, che le diverse tradizioni psicologiche e spirituali hanno chiamato: “Io”, “Ego”, “personalità” o “carattere”. Il carattere è dunque per Naranjo l’espressione di una nevrosi, di una “carenza d’amore”, di un “vuoto esistenziale”, di un “oscuramento dell’Essere”. Si tratta di una “caduta spirituale” della coscienza che trova eco simbolica nel racconto biblico della cacciata dal “paradiso terrestre”. La caduta è tale che la consapevolezza non è cosciente della propria cecità, è talmente limitata da credersi libera. Il divario fra la nostra condizione potenziale e il nostro presente è profondo quanto quello fra lo stato di veglia e il sonno.
13 Naranjo C. 1996, p. 19.
14 Cfr. Naranjo 2003
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Rifacendosi ad una antica tradizione cristiana asiatica, che aveva già influenzato Gurdjieff e Ichazo, Naranjo propone che le tipologie dei caratteri siano limitate a nove e siano rappresentate da un mappa geometrica chiamata enneagramma. Le caratteristiche biologiche individuali e la storia delle relazioni famigliari più significativi fanno si che un individuo si polarizzi primariamente su una delle nove possibili modalità di “caduta”, cioè su uno dei nove caratteri.
Il primo passo nel processo che porta al ‘risveglio’ è riassunto nel motto delfico “conosci te stesso”, che Socrate ha posto a fondamento dell’educazione alla conoscenza. Si tratta prima di tutto di entrare in contatto con il “dolore”15 generato dalla carenza di Essere che costituisce la propria nevrosi e che Jung per questo motivo chiamava “santa nevrosi”. La tappa successiva consiste in un’analisi autentica del proprio carattere che sfocia in una sorta di confessione o di autodiagnosi della propria tipologia di personalità. Da questo momento inizia un cammino di autoguarigione, che in numerose tradizioni e culture è stato descritto come un vero e proprio itinerario iniziatico16. Al temine di questo impegnativo “viaggio” l’individuo raggiunge la propria essenza, una sfera dove la coscienza è pienamente risvegliata e l’essere umano manifesta un istinto liberato, una conoscenza superiore e un comportamento virtuoso.
4. Spiritualità e meditazione
Un contributo fondamentale di Naranjo è stato quello di mettere in relazione la psicologia degli enneatipi con le neuroscienze. Egli ha posto in relazione la triade fondamentale dell’enneagramma – azione, emozione, intelletto – con l’organizzazione tripartita del cervello proposta da Paul MacLean17. Secondo MacLean durante l’evoluzione il cervello umano si è esteso in maniera notevole mantenendo tuttavia le caratteristiche di base di tre formazioni che riflettono il nostro
15 Nel Buddismo si parla della “Nobile verità del dolore”.
16 Naranio C.2002. Cantos del Despertar. Vitoria-Gasteiz: La Llave
17 MacLean P. 1990. The Triune Brain in Evolution. New York: Plenum Press.
MacLean P. 1981. Una mente formata da tre menti: L’educazione del cervello tripartito. In Oliverio A. (Ed) Cervello e comportamento. Roma: Newton Compton, pp. 42-74.
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rapporto fondamentale con i rettili, con i mammiferi primitivi e con i mammiferi più recenti.
Radicalmente differenti in struttura e chimica, e dal punto di vista evolutivo distanti innumerevoli generazioni, le tre formazioni costituiscono una gerarchia di tre cervelli in uno, o ciò che in breve possiamo denominare un cervello tripartito. Gli esseri umani sono quindi dotati di una mente costituita da tre menti. La componente più ancestrale corrisponde al “cervello rettile” ed è responsabile dei comportamenti più istintuali che accompagnano l’autoconservazione e la conservazione della specie. Il “cervello dei paleomammiferi”, localizzato nel lobo limbico, la parte più antica della corteccia cerebrale, sostiene la mente emotiva e le relazioni di cura e allevamento della prole. Il terzo cervello è costituito dalla “neocorteccia” che si è sviluppata soprattutto nell’uomo ed è responsabile delle funzioni intellettive.
Naranjo ha inoltre posto in relazione questi tre cervelli con la triade che costituisce la “Famiglia interiore”. Così il cervello istintuale del rettile è in relazione con il “Bambino interiore”; il cervello emozionale dei paleomammiferi con la “Madre interiore” e la neocorteccia con il “Padre interiore”. Accanto a questi tre cervelli egli ipotizza l’esistenza di una quarta componente in grado di equilibrare i tre cervelli permettendo così uno sviluppo armonico degli esseri “tri-cerebrati”.
Per Naranjo il quarto cervello è costituito dalla corteccia prefrontale, una struttura nervosa che è responsabile delle funzioni inibitorie18, ovvero della capacità di fermarsi. Questa struttura rappresenta la base neurale che permette agli esseri umani di meditare. La meditazione consiste infatti nella capacità di “fermarsi” e rappresenta un “quarto elemento” che equilibra le tre persone interiori. Questo equilibrio è dato dalla capacità di svuotarsi, di fare spazio interiore, perché non c’è possibilità di armonizzare i tre elementi se uno solo di essi prende il potere. A questo proposito
18 Anche secondo Patanjali lo “Yoga” consiste “nella inibizione delle modificazioni della mente”; cfr. Naranjo 1989. p.10.
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Naranjo ha scritto: “La meditazione, che nella vita cristiana è il silenzio che fa da ponte all’incontro con il divino, è un fermarsi, un fermare tutto. Questa capacità di autoinibizione credo sia alla base di ciò che chiamiamo “spiritualità”: è la forma in cui si presenta lo Spirito, che può assumere diverse forme, ma alla base c’è questo fermarsi. Credo che l’educazione debba interessarsi di questa capacità di creare il vuoto interiore, la capacità di non interferenza, di farsi piccolo”19
Nel suo ultimo libro dedicato ai rapporti fra meditazione e psicoterapia, intitolato “La via del silenzio e la via delle parole”, Naranjo identifica tre orientamenti generali della meditazione20. Essi costituiscono una triade dove il complesso yogico (o sentiero solare) viene rappresentato nell’angolo destro di un triangolo equilatero; il complesso religioso (o sentiero lunare) rappresenta l’angolo sinistro, mentre al vertice si trova la via negativa (o sentiero buddhista)21. A sua volta ogni orientamento meditativo è composto da tre differenti forme meditative.
Il complesso yogico, che costituisce l’atteggiamento peculiare della spiritualità dell’estremo oriente, è formato: dalla “presenza mentale”, dal “non fare” e dal “non attaccamento”. Il complesso religioso, che costituisce una costellazione di pratiche caratteristiche delle religioni in senso occidentale (ebraismo, cristianesimo, islam), è a composto da tre pratiche meditative: dall’“inclinazione al divino”; dal “lasciar andare”; e dalla “attivazione dell’amore”. Infine la via negativa comprende la meditazione per il raggiungimento della “consapevolezza intrinseca”; la meditazione sulla “pace” come non non fare; e 9) la realizzazione della “beatitudine”.
Le forme meditative descritte da Naranjio sono un insieme di pratiche fisiche e mentali che hanno l’obiettivo di determinare una sospensione o un temporaneo dissolvimento della maschera caratteriale che chiamiamo “Io” o “Ego”. L’Io viene
19 Naranjo. C. 2005b. Relazione tenuta al Convegno Internazionale “Cambiare l’educazione per cambiare il mondo”. Università di Udine, 27-29 ottobre 2005.
20 Naranjo C. 1999b. La via del silenzio e la via delle parole. Roma: Astrolabio.
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considerato come un “sotto-sistema” del complesso corpo-mente che impone la propria autonomia al “sistema totale” tramite le barriere della coscienza. Si tratta di una sorta di parassita della mente che assorbe l’energia vitale e limita l’espressione delle potenzialità umane.
Secondo Naranjo “l’estinzione della ‘mente inferiore’ e la realizzazione della ‘mente allargata’, la dissipazione dell’illusione e la conoscenza della verità trascendente, sono aspetti complementari all’obiettivo che la meditazione si prefigge, cioè la sospensione delle passioni e della coscienza samsarica. Anche il corpo gioca un ruolo fondamentale nell’esperienza meditativa. A suo parere “il processo di liberazione dal condizionamento dell’io non è completo fintanto che l’io corporeo non si è immerso in una sorta di ‘discesa nel sepolcro’. Si può dire che nel sepolcro del corpo giaccia l’essenza divina intrinseca, che alcuni chiamano ‘anima’ e altri ‘natura del Buddha’”22
5. Il percorso SAT un processo per la promozione dello sviluppo umano
Oltre a essere stato un ricercatore e un “eterno studente”, Claudio Naranjo è un collezionista di tecniche e metodi per la promozione dello sviluppo umano. I metodi che si sono rivelati più efficaci sono stati da lui assemblati in un percorso, denominato SAT che si sviluppa in quattro anni e che prevede, per ciascun anno, un periodo di lavoro residenziale di dieci giorni.
Naranjo sviluppò il primo gruppo a Berkley nel 1971, non molto tempo dopo essere ritornato dall’esperienza di ritiro nel deserto di Arica con Oscar Ichazo23. L’esperienza nel deserto diede luogo a una trasformazione tale di Naranjo da lasciare fortemente impressionata sua madre che gli chiese come si era prodotto tale cambiamento. Poiché non era possibile spiegare a parole l’itinerario esistenziale percorso Naranjo decise di formare un gruppo di amici che insieme a sua madre
22 Naranjo 1999, p 40.
23 Esperienza rappresentata in forma cinematografica nel film “La montagna sacra” diretto da A. Jodorowsky nel 1973.
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avrebbero condiviso l’esperienza di un viaggio di conoscenza e di purificazione che in seguito sarebbe diventato il programma SAT.
L’anno successivo venne creato l’Istituto Seekers After Trutht (Cercatori della verità), le cui iniziali formano la parola sanscrita “SAT”, che significa “verità” ed “essere”, e che sono inoltre un simbolo fonetico di una visione trinitaria che ha costantemente ispirato la ricerca di Naranjo. L’Istituto SAT è un’impresa educativa, senza fini di lucro, che riunisce l’influenza di tre correnti: una psicopedagogia pressoché sconosciuta che deriva da un’antica forma di cristianesimo afgano; la meditazione buddista e una serie di conoscenze e tecniche sviluppate nell’ambito della relazione d’aiuto24.
Nei quattro livelli del SAT una parte significativa è dedicata all’analisi del proprio carattere, mediante lezioni che introducono alla psicologia degli enneatipi, affiancate a momenti esperieziali di confronto con gli altri. Lo studio e la pratica della meditazione rivestono una particolare importanza. Nelle primi anni vengono insegnate alcune tecniche di base della meditazione buddista, (Samatha, Anapanasati e Vipassana), successivamente vengono introdotte alcune forme di meditazione del Buddismo Zen (Zazen) e del Buddismo tibetano (Dzogchen). Infine viene praticato il Subud, una meditazione di origine indonesiana, molto vicina al “movimento autentico”. Si tratta di una forma di meditazione di gruppo nella quale l’individuo si arrende alla spontaneità.
La terza fonte di insegnamenti e pratiche sviluppate nel SAT si riferiscono alla relazione di aiuto. Una parte importante delle esperienze in questo settore riguarda la capacità di autoguarigione, che si realizza in un rapporto autentico fra due persone caratterizzato dall’accoglienza e dalla spontaneità. Un processo di “riconciliazione” con le componenti della “Famiglia interiore” – messo a punto da Bob Hoffman –
24 Naranjo C. 2007, pp. 116-126.
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permette alle persone di re-instaurare interiormente la capacità d’amare25. Infine una serie di esperienze – tra le quali il teatro – permettono agli allievi di esplorare a livello esistenziale la maschera del proprio carattere e le modalità per raggiungere il vero Sé.
Il programma SAT determina una reale trasformazione nelle persone che lo frequentano, anche perché ha una natura psicosociale: il gruppo dei partecipanti diventa un luogo dove ogni persona è accettata ed amata per quello che è al di là del suo ruolo abituale. Naranjo ha definito la scuola SAT come una “macchina per macinare l’Ego”, altri ne parlano come di una scuola d’amore, altri ancora la concepiscono come un luogo in cui ognuno impara a essere più se stesso, più umano e più vero26.
6. Cambiare l’educazione per cambiare il mondo
L’interesse per l’educazione è stato uno dei temi centrali della riflessione di Naranjo, già nel suo primo libro “The One Quest” del 1972, sottolineava che la spiritualità, la psicoterapia e l’educazione costituivano tre aspetti di un medesimo tema, quello dello sviluppo umano. Ma mentre fino ad una decina di anni fa Naranjo si è concentrato prevalentemente sui primi due, negli ultimi anni le sue energie si sono concentrate sull’educazione. Questa scelta dipende da una sua valutazione estremamente critica della cultura che sostiene la società attuale che sembra essersi incamminata verso il collasso.
Naranjo sostiene che i principali problemi della nostra civiltà, inclusi gli eccessi di violenza, l’ingiustizia, la corruzione, l’autoritarismo e altri, provengano da una radice comune che fino ad oggi è stata trascurata, dipendano cioè dall’organizzazione patriarcale della mente umana e della società. Nel libro “Cambiare l’educazione per cambiare il mondo” – pubblicato in italiano nel 2005 da Forum, la casa editrice
25 Naranjo 1994, pp 75-98.
26 Cfr. Naranjo 2007, p. 123.
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dell’Università di Udine, Naranjo sostiene: “Penso che sia valido aspirare a portare a termine una spiegazione unificata dei nostri mali cognitivi, emozionali, sociopolitici, ed è in questo spirito che propongo l’idea che il patriarcato sia la radice comune della mentalità industriale, del capitalismo, dello sfruttamento, dell’alienazione, dell’incapacità di vivere in pace, della spoliazione della Terra e di altri mali di sui soffriamo”27
Il patriarcato è un forma di organizzazione sociale gerarchica, basata sul potere maschile, con ampi riflessi sulla rappresentazione mentale degli individui, che alcune migliaia di anni avanti Cristo ha soppiantato le culture matristiche incentrate su di una serie di valori condivisi quali: la comunità, la collaborazione, l’agricoltura, e più in generale le funzioni di nutrimento e di sostegno della vita.
Nelle società patriarcali, il dominio maschile che si esprime sia a livello sociale sia intrapsichico, rappresenta – secondo Naranjo – l’ostacolo principale per la salute mentale e per l’equilibrio interiore. Il predominio del cervello intellettuale su quello emozionale e istintivo perpetua infatti la nostra condizione di sofferenza e la nostra volontà di potere, la quale ci mette contro noi stessi e i nostri simili. Anche l’educazione scolastica è notevolmente inclinata verso la trasmissione di informazioni di carattere intellettuale. La finalità delle scuole è sempre più dare contenuti per superare esami per ottenere titoli che servono al mercato.
Anche la scienza, in questa dimensione patriarcale esasperata, tende a presentare la conoscenza come una forma di idolatria della scienza stessa. Sempre di più, il sapere scientifico si presenta con le caratteristiche dello “scientismo”, cioè con la pretesa che la scienza possa comprendere tutto e che ciò che essa non comprende non esista28. Secondo Naranjo “lo scientismo anti-spirituale e la tirannia del modo lineare del pensiero possono essere considerati come una specie di congelamento della
27 Naranjo 2005a, p.47
28 Naranjo 2007, p.83.
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conoscenza nel suo lato analitico-utilitaristico, e questo a sua volta ci suggerisce una fissazione ansiosa intorno alla sopravvivenza, in detrimento al sacro riposo necessario alla contemplazione”29.
Molti segni indicano che il sistema scolastico occidentale è in crisi, uno degli aspetti più evidenti è il malessere crescente degli insegnanti. Alcune analisi sembrano suggerire che ciò dipenda dalla diminuzione dello status economico e sociale degli stessi. Secondo Naranjo il disagio dei docenti dipende invece dal fatto che essi cominciano a prendere lentamente coscienza che la loro modalità di insegnamento è il più delle volte inutile o addirittura dannosa. Il disagio diffuso del corpo docente dipenderebbe dalla presa di coscienza – anche se crepuscolare – che l’educazione attuale è prevalentemente una forma raffinata di addomesticamento dell’essere umano. Naranjo sostiene: “Io penso che, oggi, andare a scuola sia come mangiare sabbia, mangiare qualcosa che non alimenta, quando si intuisce che esiste qualcosa di veramente nutriente; è criminale, pertanto, fare perdere tempo, energie, anni di vita alla gente con la congettura che sia questo quello di cui hanno bisogno. Ciò di cui abbiamo bisogno è altro: qualcosa che aiuti lo sviluppo umano”.30
La risoluzione di questa crisi epocale non passa – secondo Naranjo – attraverso un semplice ribaltamento dei sistemi organizzativi e mentali, cioè ad esempio da una organizzazione patriarcale ad una matristica, bensì dalla realizzazione di un equilibrio tra l’aspetto paterno, materno e filiale, nella famiglia, nella cultura e soprattutto nelle nostre menti. Si tratta di sviluppare quindi un’educazione per esseri umani tricerebrati, un’educazione per la completezza, un’educazione del cuore in riferimento sia al principio materno interiore che al bambino interiore. Naranjo definisce questo modello educativo “trifocale” o delle “tre persone interiori” a cui aggiungere l’intervento di un quarto elemento che le equilibria e le armonizza. Il quarto elemento di equilibrio è, come abbiamo visto, la capacità di creare uno spazio
29 Naranjo 2005a, p.47.
30 Naranjo 2005a, p. 121.
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interiore, di fare il vuoto attraverso la funzione di “inibizione” che è alla base della spiritualità e della meditazione.
Sempre secondo Naranjo: “Non si tratta quindi di arrivare ad essere soltanto dei “tricerebrati” armoniosi, sani e amorosi – pertanto capaci di una pace gioiosa – ma anche degli esseri spirituali. Ciò implica che, al di là di un’educazione del corpo per il lavoro, del cuore per la vita di relazione e della mente per la conoscenza dell’universo, dovremmo avere un’educazione che favorisca la disposizione contemplativa della mente e non solo i suoi aspetti intellettuali e psicologici. Al di là di apprendere a fare, di apprendere a convivere e di apprendere ad apprendere, importa imparare ad essere, per poter arrivare, attraverso il mistero del vuoto, alla divina radice della coscienza”31
Si tratta di una rivoluzione radicale del pensiero educativo che deve partire da un cambiamento interiore degli educatori32. A questo proposito in Italia ed in diverse altre parti nel mondo (Spagna, Brasile, Argentina e Germania) da alcuni anni è iniziato il percorso SAT per educatori che rappresenta la realizzazione operativa delle proposte di innovazione dell’educazione di Claudio Naranjo. Il cambiamento degli educatori modificherà sia il rapporto con gli allievi e le loro famiglie, sia i contenuti dell’educazione. Attraverso una forma di contagio salvifico, il cambiamento dell’educazione dovrebbe permettere di “salvare il mondo”.
7. Claudio Naranjo insegnante e maestro
Chi incontra Claudio Naranjo si rende facilmente conto di trovarsi di fronte ad un uomo che ha raggiunto un alto livello di realizzazione personale e spirituale. Ciò è evidente dalla postura, dallo sguardo, dalla voce e dalle forme e capacità di argomentazione. Probabilmente il suo modo di essere è frutto di una modalità molto
31 Naranjo 2005a, p. 113
32 C’è bisogno di una “trasformazione dell’educatore, che implica il processo di non identificazione con i condizionamenti infantili (“Ego”) e la liberazione del suo essere essenziale”. Naranjo 2005a, p. 133.
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avanzata di meditazione in un contesto comunicativo, che è in grado di determinare una sorta di “contagio” emotivo e psichico con gli interlocutori, i quali per momenti più o meno lunghi riescono a sperimentare uno stato mentale simile all’autorevole interlocutore33.
Un aspetto caratterizzante di Naranjo è quello di aver avuto una formazione medica. Egli in maniera discreta ma puntuale lo ricorda in tutti i suoi libri dove il suo nome e cognome è seguito dalla dicitura Medicine Doctor (MD). Non penso si riferisca alla concezione “tecno-industriale” moderna di essere medico quanto piuttosto alla concezione più originaria di medico come “uomo di conoscenza” che ha integrato i saperi scientifici, umanistici e spirituali, per dedicarsi alla cura del prossimo. Una forma di essere medico che ha le caratteristiche salienti dello sciamano, un uomo di conoscenza e di guarigione presente in tutte le culture umane, le cui tracce risalgono a più di trentamila anni fa34. Una delle prerogative degli sciamani di tutte le culture è quella di aver sperimentato un viaggio di autoguarigione. Lo sua biografia, le opere e le sua attività terapeutiche rendono evidente che Claudio Naranjo è un medico che prima di aiutare gli altri ha curato se stesso.
Per quanto riguarda lo stile di insegnamento una frase, che Claudio ha pronunciato durante una conferenza, mi ha colpito in maniera particolare, ha detto: “Io parlo in maniera semplice ma scrivo in maniera difficile!”. Chiunque abbia seguito le sue conferenze o le sue lezioni può testimoniare che anche quando affronta argomenti complessi riesce a essere chiaro ed esaustivo. Utilizza un modo di esprimersi che spazia su differenti livelli e a seconda dell’interesse e delle competenze l’ascoltatore può accedere a strati più o meno profondi del messaggio trasmesso.
33 Hatfield E., Cacioppo J.T., Rapson R.L. 1997. Il Contagio emotivo. Milano: Edizioni San Paolo.
Rizzolatti G., Sinigalia C. 2006 So quello che fai. Milano: Cortina.
34 Culottes J., Lewis-Williams D. 1996. Les chamanes de la préhistorie. Transe et magie dans les grottes ornées..Paris : Editions du Seuil.
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Il modo di scrivere è decisamente più complesso. Durante la lettura delle sue opere in un primo momento ho pensato che Naranjo fosse in qualche modo sprovvisto del dono della chiarezza. I suoi libri sono densissimi di informazioni. Il lettore può talvolta avere l’impressione di essere travolto da una quantità di dati, notizie e conoscenze che difficilmente riuscirà a gestire. L’impressione è che i suoi libri fondamentali35 possono essere compresi solo dopo averlo ascoltato direttamente; la sua voce può introdurre il lettore a una sorta di “ritmo interiore” del pensiero che fornisce una “chiave” per decodificare il testo scritto. Tuttavia dopo aver avuto la fortuna di conoscerlo un po’ più da vicino ho cambiato idea. Ora penso che se il suo obiettivo fosse quello di essere semplicemente chiaro nella scrittura non avrebbe avuto alcuna difficoltà a centrarlo. Sono giunto così alla conclusione che Claudio abbia consapevolmente deciso di utilizzare una “forma” di scrittura particolare che credo si ispiri sia all’arte maieutica di Socrate, l’ostetrico delle anime, sia ai metodi esoterico-geometrici di Pitagora.
A livello personale – per concludere – ciò che più mi ha colpito di Claudio Naranjo è stata la capacità di fornire una “cornice di riferimento” scientifica, umanistica e spirituale a tutte le strade che prima di conoscerlo avevo percorso. Anch’io nella mia vita mi sono sempre sentito un “eterno studente”, interessato allo studio di argomenti che pur avendo l’uomo come tema centrale si perdevano dalla letteratura alla filosofia, dallo studio delle religioni alle scienze di base, dalla neurofisiologia alla psicopatologia. Anch’io sono contento di essermi formato in una scuola medica anche se non mi riconosco nella prevalente concezione tecnico-industriale di molti medici attuali. Per questa mia storia e questi interessi spesso mi sono sentito interiormente “frammentato” e a livello culturale uno “straniero” ovunque. Dopo aver avuto l’opportunità di conoscere Claudio e di seguirlo un pò, tante tessere esistenziali e conoscitive della mia vita si sono ricomposte in un “quadro” che sento mi sta aiutando ad andare nella “giusta” direzione. Ed in questa direzione è centrale
35 Mi riferisco in particolare a “Carattere e nevrosi”; “La via del silenzio e la via delle parole” e a “The Enneagram of Society”
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l’impegno nel campo dell’educazione per cercare di promuovere uno sviluppo umano armonico a partire dagli insegnanti della scuola primaria. Per tutto questo considero Claudio Naranjo un vero educatore e un grande maestro. Ho verso di lui – come molti di noi qui presenti – un debito di riconoscenza che penso difficilmente sarà colmabile e spero che il conferimento della laurea ad Honorem in Scienze della Formazione primaria presso l’Università di Udine sia uno dei primi passi accademici di ringraziamento per il suo costante impegno a favore della promozione umana, educativa e spirituale degli esseri umani.
Franco Fabbro
Professore ordinario di Neuropsichiatria infantile
Preside della Facoltà di Scienze della Formazione
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Carriera accademica di Claudio Naranjo
Insegnamenti: Psicologia dell’arte (Università Cattolica del Cile);
Psichiatria sociale (Università del Cile)
Religioni comparate (Istituto Californiano di Studi Asiatici)
Psicologia umanistica (Università di California, Santa Cruz)
Meditazione (Istituto Nyingma di Berkeley)
Direttore del Centro per gli Studi di Antropologia Medica dell’Università del Cile.
Principali libri pubblicati
1972 The One Quest. Nevada City: Gateways Books
1973 The Healeing Journey. New York: Ballantine Books
1989 How to Be. Los Angeles: J.P. Tarcher.
1989 Teoria della tecnica Gestalt. Roma: Melusina.
1991 Atteggiamento e prassi della terapia gestaltica. Roma: Melusina Editore.
1994 The End of Patriarchy. Oakland: Amber & Lotus.
1995 Enneatypes in Psychotherapy. Prescott: Hom Press.
1996 Carattere e nevrosi. Roma: Astrolabio.
1999 The Divine Child and the Hero. Nevada City: Gateways Books.
1999 La via del silenzio e la via delle parole. Roma: Astrolabio.
2002 Cantos del Despertar.Vitoria-Gateiz: La Llave.
2003 Gli enneatipi nella psicoterapia. Roma: Astrolabio.
2004 The Enneagram of Society. Nevada City: Gateway Books.
2005 Cambiare l’educazione per cambiare il mondo. Udine: Forum.
2007 La civiltà, un male curabile. Milano: Franco Angeli.
La dimensione spirituale occulta o implicita della Gestalt
Claudio Naranjo
Psichiatra, psicoterapeuta Università di Berkeley (California)
C’è chi ha voluto "completare" la Gestalt spiritualizzandola, ma credo che questo atteggiamento si fondi sul non capire che la Gestalt è già sufficientemente spirituale – anche se appare blasfema!
Già la prima volta che ho parlato di Gestalt in Europa, all’apertura del 2° Congresso Internazionale in Spagna, mi hanno chiesto questo tema ed io ho iniziato a parlare di quanto è evidente il rapporto tra Gestalt e buddismo. La pratica del "qui e ora" nella Gestalt è come una riscoperta della via del vipassana; c’è un’affinità evidente fra l’invito alla non concettualizzazione nella Gestalt e lo spirito zen. Ho fatto riferimento anche ad un’affinità fra la Gestalt e il cassidismo buberiano, ancora più con Buber quando ha lasciato il giudaismo e la terminologia religiosa, perché la Gestalt è spirituale senza utilizzare una terminologia religiosa. Ho fatto riferimento, inoltre, a quando ho conosciuto Perls: cercavo un maestro come Gurdjieff.
Io non ho conosciuto personalmente Gurdjieff; facevo parte della sua scuola ed ero molto colpito dai libri di Ouspenski e, ancor più, dalla grande opera di Gurdjieff, dai racconti di Belzebù. Non avevo capito molto, ero un adolescente, ma, pur senza capire, sentivo che era come un "nonno" e, attraverso i suoi discepoli, sono andato avanti nello sforzo di capirlo, di seguirlo attraverso le pagine del suo libro quando promette la verità nella prossima pagina e si sposta; e la verità è nella prossima pagina ancora e nella prossima ...e il prossimo capitolo darà tutto il segreto esoterico, ma non riesce a darlo completamente; si deve continuare a leggere e, dopo mille pagine forse, si capisce come il trucco della carota serva per dire cose altre da quelle che uno si sta aspettando. Io ho un’immagine di Gurdjieff come un uomo che aveva una percezione diretta delle cose, una grande capacità di vedere direttamente le caratteristiche degli altri e una grande capacità confrontativa. Fino ad oggi non ho conosciuto nessuno maestro più simile a Gurdjieff di Perls, con una somiglianza soprattutto in questa congiunzione: essere un maestro dell’attenzione nell’esperienza del momento e, contemporaneamente, un grande confrontatore. Una specie di chirurgo.
Anche quando ne ho evidenziato il rapporto con le vie spirituali, ho parlato della Gestalt come di un "cripto taoismo" (che si concentra sull’equilibrio delle polarità) e anche come di un nuovo sciamanesimo che invita più all’intuizione del terapeuta che ad un appoggio teorico.
Oggi si è scritto molto sulla Gestalt e la meditazione, molte persone considerano questo legame evidente come è evidente che alla Gestalt si sono avvicinati molti ricercatori, ricercatori della verità.
Qual è la differenza tra una persona che richiede una psicoterapia ed una che ricerca la verità?
Credo che questa differenza si può spiegare con un racconto sufi. C’erano quattro viaggiatori: uno arabo, uno della Persia, l’altro della Turchia e l’altro greco e stavano discutendo come utilizzare una moneta, l’ultima moneta che avevano quel giorno. Mentre discutevano arriva uno straniero e dice: "se mi date la moneta compro ciò che ciascuno di voi vuole". All’inizio i quattro viaggiatori non si fidavano molto, ma, alla fine, gli danno questa moneta e lui compra un grappolo d’uva; l’arabo dice: "qui sta il mio inab", il turco era contento perché era quello che voleva chiamandolo "uzum", il greco il suo "stafil", il persiano aveva il suo "angur". Ugualmente, tutti cerchiamo la stessa cosa, ma la chiamiamo in modi diversi. E, come si può dire che il "sufi" è un traduttore che conosce molte lingue, così io penso che si può dire di un buon terapeuta. Una persona cerca l’amore, una altra cerca di non soffrire molto, l’altra vuol soddisfare le sue ambizioni, e tutte le cose che stiamo cercando sono la stessa cosa, ma solo alcune persone riconoscono chiaramente di cosa realmente si tratta. Un vero ricercatore sente che non si tratta solamente di desiderio d’amore, sente che c’è un’ansia metafisica, qualcosa molto più in là del singolo desiderio, riconosce un vuoto che non è di questo mondo e che solo si può riempire con qualcosa che non è di questo mondo. Ciò nonostante il problema di riempire questo vuoto non può separarsi dalla risoluzione dei problemi psicologici. E credo che la terapia, tutte le terapie, hanno qualcosa in comune con la "grande" ricerca, con il desiderio di "aggiustare qualcosa che non va".
Tutte le tradizioni spirituali dicono che, in un dato momento della nostra storia individuale o collettiva, siamo "caduti", abbiamo perduto il paradiso, la condizione originale della mente. Tutte le terapie ci offrono di restaurare uno stato di salute originale; mi sembra che, attraverso la sua storia la psicoterapia man mano sia diventata più autocosciente delle sue implicazioni.
Freud era apparentemente anti-spirituale, per lo meno anti-religioso; conosceva molto bene il fenomeno di sostituire il padre terreno con il padre celeste ed il fenomeno superegoico che attribuisce la morale alla voce di un dio. Con l’andar del tempo alcuni seguaci di Freud hanno iniziato a riconoscere come la psicanalisi porti le persone a interessi ed esperienze spirituali. Jung si ribella contro il materialismo di Freud, Reich parla di un orgone cosmico che è come la Kundalini, Fromm e Horney si interessano al buddismo zen.
Io credo che questo percorso di spiritualizzazione della terapia culmini, anche se in forma non esplicita, in Fritz Perls e non con la psicologia transpersonale, come sembrerebbe ovvio. La psicologia transpersonale è oggi solo un concetto, è un progetto di sintesi tra le tradizioni antiche e la psicoterapia moderna, ma è rimasta poco più di una scatola vuota; e quello che più richiama l’attenzione ad essa non è tanto la ricchezza del suo contenuto quanto la sua intenzione. Al contrario la Gestalt, pur non avendo radici nelle tradizioni spirituali, ha un contenuto preciso ed un impatto fortemente liberatorio.
Come si sa, la Gestalt ha avuto origine nell’azione di un maestro solo; ed era un maestro così rivoluzionario, così anticonvenzionale e così scandaloso che questo fece sì che la sua saggezza e la spiritualità della Gestalt rimanessero occulte per i suoi contemporanei, soprattutto perché Fritz sì considerava un persona anti-religiosa e, purtroppo, si confonde troppo spesso lo spirituale con il religioso. Per me Fritz fu un maestro e credo che non avrei avuto l’esperienza che ebbi con lui se non avessi avuto quel coinvolgimento che si ha di fronte ad un maestro; mi sembra che molte persone hanno ricevuto da lui meno di me proprio perché non lo hanno rispettato così profondamente. Era facile denigrarlo perché lui rappresentava quello che nel buddismo si chiama la "saggezza pazza" che, comunque, non è altro dalla saggezza che a volte prende questa forma in un mondo pazzo. La difficoltà di riconoscere nel discorso di Perls, nella vita di Perls un maestro spirituale è legata alla forma che vi predomina: una forma di spiritualità tanto tipica in lui. Per dirlo in breve, era un dionisiaco. E lo spirito dionisiaco nel mondo cristiano non è considerato spirituale. Dobbiamo ricordare, però, che Dioniso fu il dio più importante della preistoria greca. Se andiamo un po’ più indietro rispetto al periodo degli dei dell’Olimpo, se arriviamo ai tempi matriarcali, troviamo che sia l’Europa che l’Asia avevano la stessa religione nella quale l’eroe si poteva chiamare Dioniso o Sciva, Osiris, Zagreos o Sabacio. Molti nomi per uno stesso concetto, concetto profondamente religioso. Gli dei greci a noi non sembrano dei; ad alcuno è apparsa una profanazione attribuire agli dei qualità così umane come hanno fatto i Greci e naturalmente Dioniso è il più umano di tutti gli dei greci. Non solo è figlio di una mortale, non solo muore per rinascere, ma cosa è più umano di un dio pazzo? L’essenza dell’umano è l’errore.
Non mi trattengo molto su Dioniso per il momento, però voglio richiamare l’attenzione su come Dioniso visto dagli occhi dei cristiani si trasforma in diavolo. E per questo Gurdjieff insistette molto nel presentarsi al mondo con l’immagine di Belzebù. Ci sono persone che non hanno saputo vedere al di là dell’immagine negativa di Belzebù. In Israele, per esempio, oggi domina una religione molto dolce, anche se il giudaismo antico non era tanto dolce; la religione giudea, un po’ come la religione cristiana, è stata dolcificata dal mondo borghese. Non mi sorprende di aver udito, in Israele, che Gurdjieff fosse un personaggio demoniaco. Penso che questo avviene nello stesso modo, sottilmente, con l’immagine di Perls. Un editore, nella presentazione di un libro di interviste fatte a Fritz, dice che la caratteristica di Perls è avere l’aureola e le corna allo stesso tempo. È un grande mistero questo della spiritualità apparentemente demoniaca, ma un mistero che è ben conosciuto nel dionisismo e nelle altre religioni più antiche.
In Egitto gli dei si rappresentavano con teste di animali; nel mondo sumero, caldeo, assirio, babilonese questa fusione dello spirituale con l’animale è caratteristica, è una regola; ma noi ci siamo disanimalizzati nella misura in cui ci siamo civilizzati. Fino a che Freud ha cominciato a rianimalizzarci un po’. Dobbiamo dare credito a Nietzsche che fu la persona che ebbe la principale influenza su di lui. Freud ha detto che Nietzsche era l’uomo che conosceva meglio se stesso nella storia, tanto forte era in lui l’ammirazione per la sua opera. Si può vedere come l’acuta percezione di Nietzsche che smaschera l’ipocrisia della morale si trasfonde nel concetto di Super-Io, nella visione della patologia come lo "stare in una gabbia" e della guarigione come liberazione degli istinti, concetti tutti tipici della visione freudiana.
Nietzsche diceva che il mondo cristiano ha una sola possibilità di salvezza: la reintegrazione dello spirito dionisiaco. E penso che, giustamente, è l’impulso liberatorio dionisiaco che ha ispirato tutta la psicoterapia. Non a caso Dioniso si chiama Eleuterio: il liberatore.
Ma Reich, con i suoi concetti, è stato ancor più "liberatore" di Freud; quest’ultimo era un pessimista e non ha mai creduto veramente nella compatibilità della libertà instintuale con la civilizzazione. Reich, invece, porta tutto questo un passo più avanti. E l’allievo di Reich, Fritz Perls, introduce un cambiamento nella terminologia insieme ad un concetto molto ricco: l’autoregolazione organismica, la saggezza infusa dell’organismo fisico e mentale che, in bocca a Perls, è l’equivalente del Tao.
Io credo che l’aspetto più caratteristico della Gestalt è questa implicita fede nell’organismico, una fede nell’autoregolazione che rappresenta il culmine del dionisismo implicito nella psicologia postfreudiana e nella Gestalt. Però questa fede nella saggezza profonda dell’organismo non è l’unico aspetto del dionisismo gestaltico. L’altro aspetto è l’edonismo.
La Gestalt è pervasa da un credo: non solo la ragione, ma anche il piacere è un indicatore valido per il comportamento umano. Come la pianta che si orienta verso il sole, l’organismo psicobiologico si orienta per le sue necessità e il piacere è l’indicatore della direzione più propizia. Il valore del piacere è poco presente nella storia della psicoterapia, eccetto in Reich che va ben più in là dell’enfasi meramente sessuale dei suoi predecessori. Non si tratta di edonismo nel senso del riconoscimento del valore del piacere in se stesso; io ho parlato di un "edonismo umanista" in quanto si raggiunge il piacere come inclinazione verso qualcosa di più grande, come un’indicazione "vera". Quanto lontana sia la Gestalt da una visione meramente edonistica si può apprezzare dal fatto che in essa è molto presente quella che Gurdjieff chiama la "sofferenza cosciente": non evitare il dolore necessario alla vita ed alla crescita. Si tratta di stare aperto di fronte al dolore come di fronte al piacere.
Si può dire che la caratteristica di Dioniso è di essere un dio marginale; anche nel mondo degli dei greci, è un dio perseguitato; è parte del suo mito essere perseguitato, è parte del suo mito essere discutibile. Solo alla fine della sua vita arriva ad essere ammesso nell’Olimpo; è una vita che, all’inizio, è di persecuzione e poi trionfa sempre di più e sempre di più, finché il dionisismo si trasforma in qualcosa di contagioso. E penso che questa sia una caratteristica necessaria della terapia della Gestalt nella sua forma più alta, più evoluta. Nella psicoterapia può esserci un elemento manipolativo, qualcosa come di "saper fare" in accordo a certi canoni, in accordo con certi presupposti teorici, ma sappiamo tutti che i terapeuti più evoluti, più esperti, agiscono principalmente con la loro presenza, c’è una trasmissione di coscienza, di "esser-ci" che si può avere attraverso qualunque modalità. Più è efficace la terapia, più c’è l’elemento di contatto e contagio, contagio attraverso il contatto. Poiché questo contagio attraverso il contatto è principalmente un contagio della spontaneità, della libertà e della fede nella vita, si può considerarlo implicitamente un elemento dionisiaco. È interessante osservare che l’elemento di contagio è prominente nella religione dionisiaca, nei suoi riti e persino nel mito stesso, come già detto.
Quando Perls scrive per la prima volta, all’inizio del suo periodo californiano che ha visto il fiorire della sua opera, lo fa in forma di un breve articolo: "La Gestalt e lo sviluppo delle potenzialità umane". E già nel primo paragrafo, come definizione, dice che la Gestalt è un’attitudine rivoluzionaria. È intrinseco in questa espressione il sentire di Perls: egli intende andare contro il malessere del suo tempo, la sua attività è intrisecamente anticonvenzionale. Questo è un tema delicato perché quando la Gestalt arriva nelle Università e nelle imprese questi ambienti la inducono a rinunciare al suo atteggiamento rivoluzionario. E con esso non rinuncia solamente ad una caratteristica accidentale, ma perde la sua essenza stessa. Forse non è già più Gestalt, ma soltanto la sua forma, le sue tecniche, le sue idee, ma non il suo spirito.
Credo che la vera Gestalt è il dionisismo che è parte della Gestalt fritziana, non la Gestalt di New York che ha fatto un passo indietro quando si è messa in cravatta ed è entrata nel congressi psicoanalitici dichiarando: "si deve sapere quello che si fa prima di farlo", facendo un discorso "molto responsabile".
Lo spirito dionisiaco richiede di andare al di là dei limiti, rompere la forma.
Si potrebbe dire molto dell’aspetto dionisiaco della Gestalt; molto rapidamente voglio ricordare il simbolo dionisiaco della maschera strettamente congiunto con l’istituzione dionisiaca del teatro. La tragedia greca viene rappresentata nelle feste di Dioniso, è una forma di culto. Dobbiamo ricordare che i greci erano molto pii, anche se a noi lo spirito greco non sembra molto religioso. I greci uccisero Socrate perché non era sufficientemente pio. Lontano dal costituire una semplice tensione interna, il teatro tragico è la riproduzione del mito di Dioniso attraverso i differenti eroi. Tutti gli eroi sono vittimizzati, tutti gli eroi muoiono, noi ci commuoviamo di fronte a questa grandezza maltrattata; attraverso questa compassione li incorporiamo nella nostra vita. Facciamo un’agape, li mangiamo come Dioniso che alla fine fu divorato.
Dioniso è il dio che muore e rinasce; e neanche questo è lontano dalla Gestalt, naturalmente. Solo che Fritz non seppe parlare molto di questo tranne che in una frase che spesso si ripete: "morire e rinascere, non è facile", non ha potuto dire di più. Questo lo ha detto dopo un incontro che nel quale io gli mostrai l’opera di un grande poeta del mio paese che scriveva in tedesco, anche se era nato in Cile: Totila Albert. Lui aveva proprio sperimentato una morte psichica ed una rinascita spirituale e tutta la sua poesia era un’espressione di questo processo. Fritz si commosse profondamente e mi disse "io morii durante la prima guerra mondiale, nelle trincee, ma non sono ancora rinato". Lui conosceva questo processo, perciò poteva insegnare a non aver paura della morte, a lasciarsi morire e sperimentare che questo fa parte della vita. Mi sembra che questo lasciarsi morire non è un tema differente da quella che si considera l’essenza stessa del dionisismo: l’ubriachezza. Non si tratta semplicemente di irresponsabilità o di perdita del controllo, non solamente di lasciare via libera agli impulsi, l’aspetto più profondo è il fenomeno della morte mistica: lasciar dissolvere l’ego stesso, lasciar dissolvere la mente, più in là dei pensieri, oltre il concetto di se stessi.
In Italia è stato pubblicato recentemente un libro di Zola su Dioniso. Me lo hanno regalato ieri e io ero molto interessato a sapere quello che c’era scritto; ma solo il primo capitolo è dedicato alla religione dionisiaca ed alla figura di Dioniso, il resto è sulle droghe; e questo mi sembra molto significativo. E anche se diciamo che Dioniso è il dio del vino, oggi sappiamo bene che i Greci mettevano altre cose nel vino, per lo meno ad Eleusi. Siccome il grano era sacro a Demetra, si pensa che potesse essere un parassita del grano: la segale cornuta. Non so se si conosce il nome di Gordon Wasson, fu un banchiere americano importante, un funzionario della Chase Mahanatan Bank, che si interessò ai funghi. Io l’ho conosciuto e gli ho chiesto come aveva fatto a scoprire i funghi allucinogeni messicani. Stava con sua moglie e mi rispose: "Mia moglie è russa; c’è una differenza tra noi due, tra i russi e gli anglossassoni. I russi sono micofilici e gli anglosassoni sono micofobici. I russi hanno un’attrazioni per i funghi. Quando andavo nei boschi con mia moglie lei conosceva tutti i nomi dei funghi che vedeva ed io, come anglosassone, li vedevo come veleno, come una cosa sporca, come una cosa che fa troppo parte della terra, del fango". Con il tempo Wasson iniziò ad ulilizzare queste parole, micofilico e micofobico, con riferimento indiretto all’atteggiamento verso gli allucinogeni.
Ci sono persone troppo controllate per accogliere l’invito all’esperienza dionisiaca dello sciogliersi, della dissoluzione della coscienza. Altre persone sentono un grande desiderio di conoscere qualcosa al di là della coscienza ordinaria.
Nella Gestalt di Fritz è implicito uno spirito micofilico, uno spirito psichedelico. Non si sa pubblicamente, ma Fritz era molto interessato al mondo psichedelico, e credo che questo abbia avuto una grande influenza nell’evoluzione della Gestalt. Quando lui ha attraversato la grande crisi della sua vita, quando contemplava la possibilità di ritirarsi dalla psicoterapia (dopo il periodo di New York), se n’è andato in Israele e lì ha avuto una prolungata esperienza con LSD, facilitata da un medico locale. Dopo mesi di percorso con l’LSD si è liberato da molte cose del passato e ne è uscita una persona che ha "incontrato se stessa", cosa che invece non era avvenuta nel periodo precedente.
Lui veramente credeva di diventare un pittore, di lasciare la terapia; ma quando è tornato alla psicoterapia lo ha fatto con un’altra forza, con un’altra ispirazione, con un altro spirito che ha caratterizzato la "nuova" Gestalt: nuotare con le onde, non evitare quello che accade, andare in armonia con la regolazione organistica della quale prima parlavo.
Si può dire che un paradigma della Gestalt è non temere la pazzia; è un’esperienza ripetutamente confermata che entrare nella pazzia è il modo migliore per guarirla, che l’atto più profondamente terapeutico è qualcosa come un esorcismo nel quale si lascia uscire la parte pazza affinché la persona stessa possa scoprire il fondo di verità insito in ciò che apparentemente sembra pazzo. A volte questo serve per scoprire che non si tratta propriamente di pazzia, ma di un pregiudizio, di un’immagine di se stessi che non permette di far entrare l’aggressività, la sessualità, non permette di far entrare l’ombra.
Dioniso è un dio dell’ombra, un dio che discende nell’Ade, va a salvare sua madre, la prende, come Orfeo, ma Dioniso riesce a farlo mentre Orfeo non vi riesce con Euridice. Dioniso ha una gran familiarità con l’Ade, salva Semele. In alcuni miti non è solo figlio di Semele, ma anche di Persefone; un dio con due madri è una cosa rara. È un dio infernale, il dio dell’Ade, il dio dell’ombra e questo è anche il grande potere della Gestalt: integrare l’aspetto rifiutato. Anche se tutta la psicoterapia tende ad integrare l’ombra, la Gestalt ha più familiarità con il mondo demoniaco, ha meno paura del mondo "infernale", più fede nell’animalità che la cultura ha satanizzato, e questo porta ad una più ampia integrazione.
Credo di aver parlato sufficiente delle spirito dionisiaco della Gestalt e questo basterebbe per sentire che il suo apporto al mondo moderno promette di realizzare la predizione nietzschiana che abbiamo bisogno del dionisismo per andar oltre i limiti della cultura cristiana; questa predizione si sta realizzando. Ora sta entrando veramente nel mondo uno spirito dionisiaco e la Gestalt è una grande forza in questa contingenza, è una grande forza per questo suo potere liberatore nel mondo. E potrei terminare qui il mio discorso sulla spiritualità della Gestalt, ma questo sarebbe solo parlare di metà della spiritualità della Gestalt.
Già da molti anni vado ripetendo che la Gestalt è per metà autoregolazione organismica o fede organismica, spontaneità o coltivazione della spontaneità. L’altra metà è attenzione precisa al "qui e ora". Dunque la Gestalt è metà ubriachezza, metà lucidità; e la lucidità va più in accordo con lo spirito apollineo che con lo spirito dionisiaco.
È stato lo stesso Nietzsche che ha richiamato l’attenzione sul contrasto tra questi due dei greci. Il dio dell’ebbrezza e il dio della sobrietà, il dio dell’eccesso e il dio della moderazione, il dio dell’abbandonarsi e il dio del controllo.
Prima di sottolineare l’importanza di questo aspetto della Gestalt, desidero parlare un po’ di Apollo. Il mito dice che quando aveva solo quattro giorni di vita chiese le sue frecce, le ha chieste a Efesto che le fabbricava. Perché le frecce? Si pensa che la parola Apollo significhi distruttore. La freccia appoggia questa interpretazione: è un guerriero, un cacciatore. La freccia indica, però, anche una grande capacità di andare al punto, una grande precisione; evoca una capacità dell’occhio e della mano, una capacità come quella di un’aquila che ha una presa molto ferma e un occhio che vede tutto. I Greci equiparavano Dioniso con Osiris e Apollo con Horus. Osiris, grande re che dà la civilizzazione all’Egitto, è tradito, muore, fa un grande viaggio nella morte e, da morto, si riunisce con la sua donna e sorella Isis. Da loro nasce il nuovo Osiris. Osiris, rinato in Horus, ha un potere superiore. Horus è rappresentato come un falco; e possiamo renderci conto della sua potenza riflettendo sul fatto che il sole, con la sua grande capacità di dar vita e bruciare anche tutto, è solo un suo occhio.
Si può dire, allora, che nella religione misterica dei greci Apollo era considerato come la maturità di Dioniso. E si può dire anche che nello sviluppo spirituale c’è una fase romantica – una fase pazza che è come una luna di miele – e, dopo l’ebbrezza, una fase sobria, non tanto drammatica di relativa invisibilità.
Anche nello sciamanesimo possiamo distinguere queste due fasi nello sviluppo individuale della persona. Per esempio tra i Kalahari, una tribù africana molto primitiva, grande parte della popolazione diventa sciamana attraverso il risveglio del fuoco interiore. Quando le giovani entrano in questa esperienza non solo viene loro il fuoco alle mani e cominciano a guarire, ma diventano anche molto eccitate e, a volte, nelle cerimonie camminano sul fuoco e richiamano molto la attenzione su loro stesse. Invece gli sciamani vecchi, quelli che hanno lunga esperienza, non si fanno vedere nella loro trance, non esibiscono le loro facoltà. Non si tratta, quindi, solo di una polarità tra Dioniso e Apollo, ma anche della continuità di una stessa forza che si trasforma.
Io mi sono chiesto molte volte perché l’aquila messicana tiene nel suo becco un serpente. Perché una superiorità dell’aquila sul serpente che è un animale così sacro? Anche nella rappresentazione indiana e tibetana di Garuda, questi ha il serpente nel suo becco. Ma l’aquila, il falco, l’avvoltoio non sono diversi dal serpente: sono rappresentazioni del potere del serpente arrivato alla sua maturità. C’è in questi animali un riferimento implicito allo sviluppo dell’energia interiore che gli indù chiamano Kundalini che, all’inizio, è verticale e serpentina, ma poi avviene lo sviluppo laterale rappresentato dalle ali.
L’apollineo, quindi, non deve essere inteso solo come moderazione delle persone che non hanno ancora una esperienza spirituale. Il controllo non è solo un aspetto che precede il momento della liberazione. Esiste una forma di controllo superiore, un po’ come quando appare lo Spirito e le voci inferiori si azzittiscono. È come dire che durante lo sviluppo della persona appare una funzione psichica più evoluta che va collocata in una posizione gerarchica superiore. Apollo è un conquistatore e, per questo, deve avere le frecce per distruggere il serpente pitone che è nato da Era, la persecutrice di Dioniso, e anche della madre di Apollo (perché, gelosa, non vuole che Zeus abbia figli da donne di questo mondo). Apollo è il prototipo dell’eroe che trionfa sul dragone. La figura del pitone è una figura complessa: c’è del mostruoso, e Apollo è il vincitore del mostro così come lo psicoterapeuta aiuta la persona a trasformarsi nel vincitore dell’ego, nel vincitore della nevrosi, in colui che ammazza, distrugge la psicopatologia. In questo senso il buon terapeuta è un distruttore, un confrontatore, un chirurgo che toglie le parti che non sono "vere" nella persona. Così il terapeuta è metà dionisiaco, perché aiuta l’espressione e la liberazione, e metà apollineo, perché ammazza (prima di tutto in se stesso, attraverso l’autoconoscenza) la parte egoica, la parte che deve essere ammazzata per permettere questa libertà.
Il pitone è forse una figura legata al passaggio dal matriarcato al patriarcato, una figura nella quale si confondono femminilità e mostruosità; come la figura di Eva legata al peccato originale in quanto inizio della cultura patriarcale. È come se si confondesse l’istintualità con i disturbi passionali, ma non si arriva da nessuna parte se si ammazza l’istintualità. Per questo motivo nel mito si dice che l’eroe deve bagnarsi del sangue del drago o che si "dragonifica" in qualche modo, o che deve impadronirsi di un tesoro che è in possesso del drago: il tesoro è l’istintività, l’istintività essenziale, prima che si trasformi in disturbi passionali, in desideri nevrotici.
È stata una parentesi mitologica un po’ lunga, ma voglio anche dirvi che la Gestalt non solo condivide con tutte le altre psicoterapie l’obiettivo di essere un aiuto per l’autoconoscenza al servizio della prescrizione apollinea "conosci te stesso", ma va anche oltre. Non si tratta solo della conoscenza del passato, o anche del presente, ma piuttosto di acquisire uno stato di vigilanza, uno stato di presenza nel presente che è nuovo nella storia della terapia. Inizialmente la psicoterapia era interessata solo a comprendere cosa fosse accaduto nel passato. Nella Gestalt diventa importante essere coscienti del "qui e ora" del corpo, delle emozioni, del pensiero non perché questo esser coscenti ci porti "a capire qualcosa", ma perché la coscienza stessa deve essere ristabilita, essa è parte di quello che siamo ed è una parte alla quale è dato stare al centro del nostro essere. Ma si è addormentata.
Questa coscienza del "qui e ora" ha una caratteristica molto particolare che Fritz Perls descrive attraverso l’idea del punto zero. Per Fritz lavorare con le polarità non è solamente stare nel "qui e ora", diventare consapevole di cosa sta accadendo, ma avere questo centro, questo punto zero, questa neutralità. Questa neutralità è l’essenza dell’apollineo, al di là delle forze passionali.
L’idea, l’ispirazione di questo punto zero, che a volte Perls descriveva come "niente" o come "vuoto", è la base di tutto il discorso comparativo tra Gestalt e buddismo. Apollo è buddista, Apollo ha la neutralità, la lucidità del buddismo. Questo interesse, questa familiarità di Perls con la neutralità, con il vuoto, è il risultato dell’influenza di quello che Fritz dichiarava essere l’unico vero maestro che aveva avuto nella sua vita. Non Goldstein con la Gestalt, non Freud con la psicanalisi, non le persone del mondo psicoterapeutico, non Reich; l’unica persona che gli faceva mettere da parte la sua cronica arroganza, l’unica persona per la quale nutriva venerazione è qualcuno il cui nome è quasi sconosciuto oggi: Salomo Friedlander, un filosofo tedesco, la cui opera più importante si chiama "L’indifferenza creativa". Friedlander scrisse circa 80 opere, firmava con due nomi, Friedlander come filosofo e Mynona (inverso di Anonym) come letterato. La sua creazione letteraria apparteneva ad un genere che lui chiamava "grotesken". Un senso della caricatura che assomigliava molto a questo talento di Perls di vedere il patologico e il ridicolo nell’altro. A volte dico che per me la teoria della Gestalt si può riassumere in una frase di Perls in una conversazione con il nostro amico Levitsky in California: "Io ho gli occhi e non ho paura", questo è ciò che considero il vero segreto della Gestalt. Fritz si basava sulla sua facoltà di vedere – di vedere l’aberrazione; e, come Apollo, tirava le sue frecce sul grottesco dell’altro, sull’aberrazione dell’altro. Confrontava e, in un certo senso, richiedeva che l’altro lasciasse cadere la maschera lasciando apparire la persona vera, senza fare giochi inutili.
Friedlander scrive sull’indifferenza creativa e dice che non è una mancanza d’impulso, ma sta al di là di tutti i nostri impulsi in conflitto, nella nostra interiorità. Quando si è centrati sul "punto zero" tutto si mette in collaborazione, anche la polarità principale: il bene e il male, il dio e il demone. Friedlander concepisce il sé come il creatore del mondo (una posizione come quella indiana di Maya e anche come quella di Kant che concepisce un io al di là del tempo e dello spazio) e, in uno dei suoi aforismi, dice che il sé, che è il creatore del mondo, è "ateo". Naturalmente questo perché quello che chiamiamo dio è un aspetto di una polarità, mentre il sé è al di là della polarità dio/demone. Secondo questa visione di Friedlander, l’apollineo non è opposto al dionisiaco, al mondo degli impulsi, ma è un principio equilibrante che mette in armonia il caos.
Parlando di autoregolazione organismica, dunque, si può dire che il segreto della autoregolazione organismica, al di là della fede nell’organismo, al di là di dare libertà all’espressione dell’organismo, è questa possibilità di neutralità. Esistono tutte le possibilità di polarità interne, di Yin e Yang; tutta la psicoterapia è un continuo lavorare sulle diverse polarità, ma il segreto è il terzo principio che non è né attivo né passivo, ma lo spazio neutro, il campo nel quale l’interazione accade.
Per dirlo nel linguaggio di Gurdjieff: il segreto non è né la forza affermativa, né la forza passiva/negativa, ma il principio di conciliazione. Il principio di conciliazione è il punto zero. Con la pratica dello stare, del vuoto si mette in azione il senso organismico.
Si può dire che questo equivale a una teoria della psicopatologia ed anche ad una teoria della perfezione. Il patologico è un blocco della autoregolazione organismica, è una disfunzione organismica ed, allo stesso tempo, è una perdita della lucidità, è perdere questa posizione di distacco.
A volte è difficile capire quanto nella Gestalt sia importante il distacco. Si pensa a Perls come a un dionisiaco, a un lussurioso, ad un partigiano dell’animale interiore, dunque sempre dalla parte delle passioni; ma non è così; lui era una persona che sapeva molto bene come sdrammatizzare, sapeva molto bene come non agganciarsi con il gioco dell’altro e contagiare con il suo distacco implicito. Ma questo non veniva detto esplicitamente nella "sua teoria". Lui faceva due cose complementari, ma parlava principalmente solo di una, così come parlava del "qui e ora", ma lavorava molto anche sul passato. Sempre il suo discorso era sulla libertà, ma era molto presente l’elemento del distacco: non è possibile, infatti, stare nel "qui e ora" senza distacco dal futuro. C’è bisogno di un grande distacco per restare solamente qui; come un neonato, come uno che non è portato indietro dai desideri incompiuti, dal dolore, dal passato e non se ne va nel futuro per immaginare. È nella direzione di una grande indipendenza, di una grande autonomia questo insistere di Perls sul fatto che crescere è passare dal supporto esteriore allo stare appoggiati solo su se stessi. Questo è un grande distacco, un distacco dal mondo, dalla dipendenza. Lui era anche poco tollerante delle persone dipendenti. Io una volta ho lavorato con Perls e Simkin simultaneamente e Perls mi ha trattato rudemente; dissi a Simkin: "la tua espressione è più calda", Simkin mi rispose: "a Fritz non piacciono i bebè, a me sì". Caratterialmente aveva un rifiuto per l’oralità e credo che questa frustrazione dell’oralità, universale nelle nevrosi – questo rifiuto del desiderio di appoggiarsi all’altro – era molto caratteristica del suo messaggio. Uno dei migliori articoli sulla Gestalt che sia stato scritto, infatti, è quello di Resnik "La zuppa di pollo è veleno". Secondo Perls la gran parte della psicoterapia era come dare una zuppa di pollo al malato perché si senta bene: "ti senti più appoggiato perché la mamma ti dà la zuppa di pollo?". Perls prende posizione: la zuppa di pollo è veleno, non fa bene, non aiuta a crescere, non aiuta a farsi indipendente, non aiuta il guerriero. Allora questo è un atteggiamento apollineo, maschile, guerriero, di distacco.
Tutto questo implica una teoria della salute; da una parte occorre una fede organismica, una fede nella natura, una fede nel Tao, una fede che il naturale in sé stesso funziona bene, d’altra parte, perché questa funzione si esprima con armonia, occorre essere ancorati nel punto zero, essere ancorati nel niente, essere ancorati nella neutralità che permette il gioco armonioso, apollineo, delle polarità.
Bene, credo di aver detto abbastanza; sento che se anche la Gestalt fosse solamente dionisiaca sarebbe comunque una grande forza perché abbiamo bisogno di più dionisismo in questo mondo nel quale il diavolo ha le corna e le zampe di capra, come un’imitazione di Dioniso. Ma c’è anche questo equilibrio all’interno della Gestalt, l’equilibrio di queste due forme della spiritualità che sono state in opposizione in tutta la storia del mondo: abbiamo avuto, nel mondo matriarcale, una spiritualità manifestata nella sacralizzazione della vita e, nel mondo patriarcale, una spiritualità orientata verso la sacralizzazione dell’aldilà; o si sacralizza il fallo o si sacralizza l’ascetismo, o si sacralizza l’immanente, nel periodo matriarcale, o si sacralizza il trascendente, nel periodo patriarcale. Nello spirito gestaltico si può avere questi due aspetti intrecciati, come parte di un insieme; questo è il segreto di tutte le culture antiche, il segreto tantrico dove Shiva era allo stesso tempo il fallo e il grande asceta, il segreto dei misteri grechi dove Apollo e Dioniso si danno la mano, dove la tomba di Dioniso è all’interno dell’oracolo di Delfi. Apparentemente sono due forme opposte, ma si può capire che lo spirito dei misteri era questa identità profonda.
Io credo che questa sintesi implicita della Gestalt è come un seme della grande sintesi della quale abbiamo bisogno nella cultura di oggi: la sintesi dell’ascetico e del "lasciarsi andare", lasciarsi andare fuori dal controllo. Nello sciamanesimo non c’era conflitto; lo sciamano era molto ascetico, molto libero, molto dionisaco nella sua trance, ma nella storia posteriore della cultura questi aspetti diventano inconciliabili. Credo che sia importante evidenziare questo: nella Gestalt è implicito il seme di una sintesi, io ho cercato di renderlo più esplicito, e credo di essere stato molto fedele a quello che "è già lì", perché tutto questo era veramente nel modo di intendere di Perls, anche se lui non era una persona di parole, anche se lui non era un filosofo nel senso del verbale, era un filosofo dell’implicito della vita.
Ora che ho fatto questa esplicitazione, sento di essere andato più avanti rispetto alla visione che ho proposto la prima volta che ho scritto di Gestalt. Fritz mi aveva chiesto di scrivere un libro che è stato poi pubblicato molto tempo fa, anche se ben venti anni dopo essere stato scritto. Questo libro nell’edizione inglese, s’intitola Gestalt Therapy – Atteggiamento e prassi di un esperienzialismo ateorico e la prima cosa che vi ho scritto è che la Gestalt non consiste nelle tecniche, nelle idee, ma in una filosofia implicita. Ora credo di capire un po’ meglio qual è questa filosofia implicita. È la filosofia che integra armoniosamente lo spirito dionisiaco e lo spirito apollineo. E sento che questa è la vera teoria. La Gestalt ha sentito il bisogno di una teoria, ma l’ha cercata in cose che non le appartengono veramente; è stato come riempire un vuoto di teoria con cose prese a prestito, sono idee più o meno interessanti, ma non sento che sono d’ispirazione vitale. Credo che l’ispirazione fondamentale in Gestalt sia la coincidenza profonda tra l’indifferenza creativa e la fede nel lasciarsi andare, la fede nella natura dentro di noi. Allora penso forse di aver risposto non solo alla richiesta di parlare dell’aspetto spirituale della Gestalt, ma anche dell’iniziale idea di rispondere all’interrogativo: "che cos’è la Gestalt?". Sento che ho parlato della dimensione spirituale implicita, nascosta, e sento anche che questa è l’essenza della Gestalt.
Tótila Albert Schneider
Artista e profeta di una società triunitaria
Sono stato amico di Tótila Albert fin da adolescente, e prima della sua morte avvenuta nel 1967 egli mi affidò i suoi manoscritti, sperando che avrei portato il suo messaggio nel futuro. La sua poesia è rimasta inedita fino a oggi, e finalmente verrà pubblicata nell'originale tedesco, per la prima volta qui, nel cyberspazio, in modo che chiunque sia interessato possa scaricarla.
I lettori possono trovare qui anche una sua breve biografia e l'introduzione che ho scritto per il suo poema The Birth of the I, oltre a un'esposizione dei suoi contenuti, scritta in origine su invito di Lee Lozowic come contributo a un volume sulla poesia sacra.
Dopo aver completato la sua opera epica in cinque volumi, Tótila Albert cominciò a udire delle parole nella musica di Beethoven e a trarne un vero e proprio "dettato". Più tardi, "auscultò" il significato profondo delle ultime sinfonie di Schubert, di numerose opere di Schumann e di buona parte di quelle di Brahms, come spiego nella quarta delle antologie qui di seguito sui dettati musicali di Tótila Albert. Vi è anche parte di un video che non solo presenta la sua opera scultorea, ma che illustra anche il dettato musicale, insieme a un testo sull'adagio dell'ultimo quartetto di Beethoven.
Dell'accusa mossa al patriarcato da Tótila Albert e della sua visione di una "buona società" ho scritto in "The End of Patriarchy" e nel mio libro più recente, "La civiltà, un male curabile", dal quale sono state tratte alcune pagine.
Claudio Naranjo 
  
Psicologia della Gestalt
La psicologia della Gestalt (dove la parola tedesca Gestalt significa forma, schema, rappresentazione), detta anche psicologia della forma, è una corrente psicologica riguardante la percezione e l'esperienza che nacque e si sviluppò agli inizi del XX secolo in Germania (nel periodo tra gli anni '10 e gli anni '30), per poi proseguire la sua articolazione negli USA, dove i suoi principali esponenti si erano trasferiti nel periodo delle persecuzioni naziste.
Fondatori della psicologia della Gestalt sono di solito considerati Kurt Koffka, Wolfgang Köhler e Max Wertheimer che sono stati certamente i principali promotori e teorizzatori scientifici di questa corrente di ricerca in Psicologia. I loro studi psicologici si focalizzarono soprattutto sugli aspetti percettivi e del ragionamento/problem-solving.
La Gestalt contribuì a sviluppare le indagini sull'apprendimento, sulla memoria, sul pensiero, sulla psicologia sociale.[4]
L'idea portante dei fondatori della psicologia della Gestalt, che il tutto fosse diverso dalle singole parti, in qualche modo si opponeva al modello dello strutturalismo, diffusosi dalla fine dell'Ottocento, ed ai suoi principi fondamentali, quali l'elementarismo.
Le teorie della Gestalt, si rivelarono altamente innovative, in quanto indicarono di rintracciare le basi del comportamento, nel modo in cui viene percepita la realtà, anziché per quella che è realmente; quindi il primo pilastro della teoria della Gestalt fu costruito sullo studio dei processi percettivi e in una percezione immediata del mondo fenomenico.[5]
Successivamente, importanti studi furono condotti da Lewin con la teoria del campo e Goldstein con una teoria della personalità secondo la quale l'intero organismo partecipa al comportamento.
In seguito a partire dagli anni '60, la Gestalt soffrì per alcuni decenni della sua difficoltà a misurarsi con l'avanzato metodo sperimentale e gli approcci psicometrici utilizzabili dal nascente movimento cognitivista, ed il suo modello di teoria della mente si dimostrò meno euristico di quello del cognitivismo in tutti i settori che non fossero legati alla psicologia della percezione. Solo in quest'ultimo ambito, per via di alcune difficoltà a spiegare alcuni fenomeni percettivi in un'ottica strettamente cognitivista, la Gestalt ha recuperato un limitato interesse alla fine del XX secolo. Interessante appare infatti l'attenzione agli aspetti fenomenici della percezione, che il cognitivismo ha in parte trascurato nel suo programma di ricerca.
Elementi teorici
Per la psicologia della Gestalt non è giusto dividere l'esperienza umana nelle sue componenti elementari e occorre invece considerare l'intero come fenomeno sovraordinato rispetto alla somma dei suoi componenti: "L'insieme è più della somma delle sue parti" (posizione del molarismo epistemologico).
Quello che noi siamo e sentiamo, il nostro stesso comportamento, sono il risultato di una complessa organizzazione che guida anche i nostri processi di pensiero.
La stessa percezione non è preceduta dalla sensazione ma è un processo immediato - influenzato dalle passate esperienze solo in quanto queste sono lo sfondo dell'esperienza attuale - che deriva dalla gestalt, come combinazione delle diverse componenti di un'esperienza reale-attuale.
Per comprendere il mondo circostante si tende a identificarvi forme secondo schemi che ci sembrano adatti - scelti per imitazione, apprendimento e condivisione - e attraverso simili processi si organizzano sia la percezione che il pensiero e la sensazione; ciò avviene di solito del tutto inconsapevolmente.
Con particolare riferimento alla percezioni visive, le regole principali di organizzazione dei dati percepiti sono:
1.Buona forma (la struttura percepita è sempre la più semplice)
2.Prossimità (gli elementi sono raggruppati in funzione delle distanze)
3.Somiglianza (tendenza a raggruppare gli elementi simili)
4.Buona continuità (tutti gli elementi sono percepiti come appartenenti ad un insieme coerente e continuo)
5.Destino comune (se gli elementi sono in movimento, vengono raggruppati quelli con uno spostamento coerente).
Queste regole sono utili per spiegare diverse illusioni ottiche.
La Gestalt in Italia
Tra gli studiosi italiani della Teoria della Gestalt sono da ricordare almeno Fabio Metelli, per studi nel campo della percezione visiva, ed in tempi recenti Gaetano Kanizsa, dei cui studi è particolarmente noto il fenomeno percettivo detto Triangolo di Kanizsa. Altri autori di rilievo, che hanno contribuito a diffondere lo studio della Teoria della Gestalt nelle università italiane, sono Paolo Bozzi e Giovanni Bruno Vicario. Alla diffusione della Gestalt in Italia contribuì anche Cesare Musatti, comunque più noto per il suo impegno di psicoanalista.
La psicologia della Gestalt, per via dell'influenza e delle tradizioni di ricerca avviate da questi grandi maestri, rappresentò uno di principali programmi di lavoro della psicologia sperimentale italiana tra gli anni '50 ed i primi anni '80, prima di essere progressivamente sostituita dal cognitivismo.
Introduzione
Per molto tempo ho resistito all'idea di "esporre al pubblico la mia mercanzia". Tuttavia, ora mi rallegra l'idea di poter usare internet al fine di suscitare un interesse verso la mia ricetta per curare la società, partendo dal retaggio di Tótila Albert e dal mio, ora che mi sto allontanando dalla scuola di integrazione psico-spirituale che ho creato circa 36 anni fa.
Ho resistito a internet non solo perché sono stato troppo assorbito dal mio lavoro per dedicare del tempo a divulgarlo, ma anche perché avevo fiducia nel fatto che fa bene allo sviluppo organico di una comunità di ricercatori rimanere lontano dai riflettori. Inoltre ritenevo che rimanere nascosti avrebbe attivato, tra coloro che erano attratti da ciò che proponevo, un processo di selezione basato sulla motivazione, visto che ero convinto che servisse al mio scopo.
Uno stimolo ad accettare alcuni mesi fa la proposta di Martin Cohen di creare un sito web per me, è venuto dall'aver appreso che su internet esistono migliaia di voci in cui compare il mio nome (e immagino che mi sentirei ben poco rappresentato se avessi il tempo di leggerle). Ho accettato anche in virtù del fatto che la proposta mi arrivava da un uomo che non solo è stato bibliotecario e capo del Dipartimento per i Media di un'Università americana, ma anche discepolo e assistente di Buckminster Fuller e di Ivan Illich.
In ogni caso, la mia motivazione per avere un sito web ora è triplice:
1.Mi offre l'opportunità di condividere la mia visione sullo straordinario potenziale dell'educazione di condurci verso un mondo migliore di quello in cui viviamo, al tramonto della civiltà patriarcale.
2.È un'occasione per mantenere fede a una grande responsabilità che in questo momento della mia vita, a settantaquattro anni, non sarebbe saggio rinviare: dare voce a Tótila Albert nel nostro mondo contemporaneo.
3.Poiché oggi il mercato dei libri promuove i best-seller, mentre io scrivo per una minoranza, spero che un sito web possa fare da ponte tra i miei libri, le cassette e i DVD e il pubblico, per il quale sono stati scritti e per il quale sono solitamente difficili da trovare.
Come si vedrà, il mio training è stato privilegiato in molti campi. Ne ho esplorati moltissimi e ne sono scaturiti frutti abbondanti e vari: molto di quanto ho compreso o creato nel tempo si è fuso con la mia attività, non solo nella scrittura, ma soprattutto nel mio lavoro con le persone. Mi sembra che questi vari elementi siano confluiti nel compito di aiutare la trasformazione individuale e di militare verso una trasformazione dell'educazione patriarcale in un'educazione intesa a formare persone con "i tre cervelli in armonia".
Non riuscivo a immaginare come sarebbe stato entrare nel World Wide Web, e ora che il momento si avvicina, mi sento molto soddisfatto di questa imminente nascita sociale planetaria. Credo che la circolazione delle mie idee costituirá un fatto positivo, e forse sono troppo ottimista, ma trovo difficile pensare che non verranno accolte con interesse. Suppongo e spero che questo sito possa rivelarsi un catalizzatore per accelerare il processo, già in atto, di cambiamento dell'educazione.
Questo sito vuole costituire un punto di riferimento per le persone interessate al mio lavoro. Qui potranno esplorare l'intero ventaglio degli ambiti dei quali mi sono occupato, disporre di una selezione di miei scritti (alcuni dei quali generalmente non piú disponibili da tempo) e trovare il modo per approfondire il mio lavoro passato e conoscere quello presente.
Dopo aver compilato una lista delle mie diverse specialità e dei miei campi di interesse, ho notato tra loro una certa simmetria che poteva essere comunicata mediante l'immagine di un uccello, con le due ali, la testa e la coda. Così ho chiesto alla mia grande amica Jaclyne Scardova di disegnarne uno: è la fenice che costituisce la barra di navigazione. Sulle piume di fuoco dell'ala sinistra sono raggruppati gli argomenti inerenti alla spiritualità, mentre l'ala destra rappresenta gli aspetti della psicologia e della psicoterapia. Alla testa corrispondono gli scritti dell'ambito della critica sociale e della visione di una società sana, mentre la coda fa riferimento agli impegni pratici:
1.le mie idee sulla trasformazione dell'educazione;
2.la mia descrizione del programma SAT;
3.una sezione sull'applicazione del SAT all'educazione nella forma di un "curriculum per l'umanizzazione" che possa servire da supplemento al percorso accademico.
Mi scuso con i miei lettori per il fatto di non rendermi disponibile a rispondere a eventuali domande o commenti, il che non significa che io non sia interessato a riceverne; ma sarebbe incompatibile con la mia vita, in questo momento, dedicare il tempo necessario a questo tipo di corrispondenza più di quanto già non faccia. Mi dispiace anche di non poter offrire una scelta in più lingue di tutto il materiale disponibile, per ora. Spero che questo potrà concretizzarsi con l'interessamento di vari amici in diversi Paesi, e li ringrazio sin d'ora.
Ho parlato dell'aiuto che mi è stato dato da Martin Cohen e Jaclyne Scardova, ma devo aggiungere che il sito è stato completamente ridisegnato dal mio amico Robert Bragg, l'attuale webmaster, che ha acquisito le competenze informatiche necessarie e ha coordinato i contributi dei vari traduttori, editori e altri volontari per renderlo come lo vedete ora.
Autobiografia
Sono nato il 24 novembre del 1932. Sono cresciuto in un ambiente musicale, ho frequentato la scuola a Valparaíso e poi a Santiago e mi sono laureato in Medicina nel 1959. Ho iniziato lo studio del pianoforte da bambino, in seguito ho studiato composizione, ma ho smesso di comporre dopo l’iscrizione all’Università, periodo in cui ho anche seguito quella che si è rivelata una sorta di università non ufficiale. In quegli anni è stata molto importante l'influenza del poeta e scultore visionario Tótila Albert, del poeta David Rosenman Taum e del filosofo polacco Bogumil Jasinowski.
Dopo la laurea sono stato assunto dalla Facoltà di Medicina dell'Università del Cile nel pionieristico Centro Studi di Antropologia Medica (CEAM), fondato da Franz Hoffman nel 1960, e nel frattempo ho sono stato tirocinante in Psichiatria presso la Clinica Psichiatrica dell'Università, allora sotto la direzione di Ignacio Matte-Blanco e ho intrapreso un'analisi didattica presso l'Istituto Cileno di Psicoanalisi.
Dopo un periodo dedicato alla ricerca sugli effetti disumanizzanti dell'educazione medica tradizionale, ho effettuato un breve viaggio negli Stati Uniti con un incarico assegnatomi dall'Università del Cile per esplorare il campo dell'apprendimento percettivo. Qui ho conosciuto il lavoro del dottor Samuel Renshaw e di Hoyt L. Sherman, entrambi interessati alla percezione dell'intero e docenti presso la Ohio State University di Columbus.
Poco dopo ho ottenuto una borsa di studio Fulbright per uno studio sui valori a Harvard, dove mi sono diviso fra il Centro Studi sulla Personalità (il cui staff era formato principalmente dagli eredi intellettuali di Henry Murray ed era all'epoca diretto da David McClelland) e la Emerson Hall, presso il Dipartimento per le relazioni sociali, dove ho partecipato al Seminario di Psicologia sociale tenuto da Gordon Allport e ho studiato con Tillich. Alla fine dell'anno accademico ho trascorso un periodo con Raymond Cattell all'Università dell'Illinois e sono diventato socio del dottor Cattell nel suo istituto privato, l'IPAT, Institute of Personality and Ability Testing (Istituto per il test della personalità e dell'abilità).
Più tardi, grazie a un invito a partecipare alle attività del Centro per la ricerca dell'affermazione della personalità (anche questo un'enclave della cultura di Murray) per apprenderne l'attività, sono approdato a Berkeley, me ne sono innamorato e ho avuto l'occasione di immergermi nell'atmosfera della cosiddetta “controcultura”.
Una borsa di studio della Fondazione Guggenheim mi ha dato la possibilità di tornare a Berkeley, dopo un anno trascorso all'Università in Cile, per dedicare un anno e mezzo ai miei studi sui valori e, soprattutto, per crescere e imparare presso l'Istituto per la valutazione e la ricerca sulla personalità (IPAR), dove sono stato accolto come ricercatore associato con impagabili privilegi, fra i quali l'accesso ai computer e alla biblioteca.
Ben presto ho avuto l'opportunità di diventare l'amico più caro di Carlos Castaneda, nonché apprendista di Fritz Perls e di entrare a far parte della prima comunità di Esalen. Ho anche frequentato alcuni seminari di consapevolezza sensoriale con Charlotte Selver e ho partecipato agli incontri pionieristici di terapia psichedelica di gruppo di Leo Zeff, con cadenza bimestrale, ai quali ho contribuito con l'utilizzo di armalina, MDA e ibogaina.
Questo è stato il background che ha preceduto il lavoro intrapreso al mio ritorno nel 1967 in Cile, dove ho cercato di creare un programma che comprendesse alcune delle discipline che Esalen promuoveva, ma non integrava. Si trattava di un programma "Esalen in Cile", citato all'epoca nel catalogo di Esalen: un unico gruppo stabile di studenti che avrebbero avuto accesso a un curriculum integrativo.
Al ritorno in Cile ho anche condotto una ricerca in psicofarmacologia come associato di Shulgin e Sargent, e ho iniziato la mia indagine sulla terapia psichedelica individuale e di gruppo. Inoltre, in quello stesso periodo ho compiuto due brevi viaggi per partecipare a due conferenze pionieristiche: la conferenza sull'LSD in California nel 1967 (dove ho presentato la mia ricerca sulla psicoterapia con uso di ibogaina) e la conferenza sponsorizzata dal Karolinska Institute con il titolo "Ricerca etnofarmacologica delle droghe psicoattive".
Dopo un periodo di lavoro presso il Centro de Estudios de Antropología Médica della Facoltà di Medicina dell'Università del Cile e presso l'Insituto de Psicología Aplicada, sono tornato a Berkeley da immigrato e all'IPAR, dove ho proseguito la mia attività come ricercatore associato e ho iniziato a tenere seminari presso l'Esalen Institute (dove ero considerato un "ospite associato") e in seguito sono diventato, insieme a Jack Downing e Robert Hall, uno dei tre successori di Fritz Perls quando si è trasferito in Canada. Inoltre mi sono recato varie volte a Los Angeles, dove sono andato a trovare Jim Simkin, dal quale ho ricevuto ulteriori insegnamenti e supervisione.
Nel 1969 ho avuto il privilegio di diventare consulente dell'Education Policy Research Center creato da Willis Harman al SRI. Il mio compito era produrre una relazione su quali aspetti fossero applicabili all'educazione nell'ambito delle tecniche psicologiche e spirituali in voga. La mia relazione è stata pubblicata come monografia del SRI intitolata The Unfoldment of Man. In seguito è diventata il mio primo libro, "The One Quest". In quello stesso periodo ho trascritto alcune esperienze di terapia psichedelica (più tardi pubblicate con il titolo di "The Healing Journey"), ho accettato l'invito del dottor Robert Ornstein a scrivere a due mani un libro sulla meditazione, e l'invito della dottoressa Ravenna Helson a intraprendere un'analisi qualitativa delle differenze tra i libri che rappresentavano i fattori "matriarcali" e "patriarcali" da lei scoperti, prima nella sua ricerca sui matematici e poi nelle opere di autori di racconti per bambini. Questo studio è confluito nel mio libro "The Divine Child and the Hero", pubblicato tempo dopo.
La morte per incidente del mio unico figlio, alla vigilia di Pasqua del 1970, ha posto fine a una fase della mia vita. La fase successiva è cominciata con un pellegrinaggio sotto la guida di un maestro spirituale, Oscar Ichazo e con un ritiro spirituale culminato in un "pellegrinaggio nel pellegrinaggio", un periodo di isolamento nel deserto vicino ad Arica, nel nordovest del Cile, che si è rivelato per me il vero inizio della mia esperienza spirituale, della vita contemplativa e della mia guida interiore.
Lasciata Arica alla fine del 1970, dopo circa sei mesi ho cominciato a insegnare a un gruppo di persone tra cui mia madre, alcuni ex studenti di Gestalt e vari amici. Questo gruppo cileno mi ha dato l’esperienza e la fiducia necessarie per avviare il mio lavoro successivo a Berkeley, all’inizio di settembre del 1971. È partito come una sorta di improvvisazione, ma è diventato un vero e proprio programma che ha dato vita all’associazione senza scopo di lucro chiamata SAT Institute. Mi sono dedicato a delinearne il processo e a operare la supervisione delle attività condotte dai miei studenti e da una serie di insegnanti ospiti, quali Zalman Schachter, Dhiravamsa, Ch'u Fang Chu, Sri Harish Johari and Bob Hoffman.
Nel 1979 sono stato visiting professor al Campus della U.C. di Santa Cruz per due semestri e poi al California Institute of Asian Studies (ora CIIS), e ho cominciato a tenere workshop in Europa, perfezionando così vari aspetti di quel mosaico di approcci che è il programma SAT: terapia della Gestalt e con la relativa supervisione, applicazione dell’Enneagramma alla personalità, meditazione interpersonale, musica come risorsa terapeutica e come estensione della meditazione, introspezione guidata e processi di comunicazione. Ne ho rimesso insieme i pezzi in compagnia di nuovi collaboratori nel 1987, quando il SAT è rinato in Spagna sotto il nome di “SAT in Babia”, un programma per lo sviluppo personale e professionale. Da allora, il programma si è esteso in Italia, Brasile e Messico con grande successo, e ho diviso la mia agenda annuale tra queste attività all’estero e la scrittura, a casa mia a Berkeley.
Dalla fine degli anni Ottanta ho revisionato e completato uno dei miei primi libri sulla terapia della Gestalt e pubblicato due testi nuovi in materia; ho pubblicato tre libri sull’Enneagramma e "The End of Patriarchy", un testo sull’interpretazione dei problemi sociali come espressione di una “svalorizzazione” del nutrimento e dell’istinto e sulla loro soluzione nello sviluppo armonico del nostro potenziale "con tre cervelli". Ho pubblicato anche un nuovo libro sulla meditazione, "La via del silenzio e la via delle parole", e "Songs of Enlightenment", sull’interpretazione dei grandi testi dell’Occidente come espressione del viaggio interiore e delle variazioni sul "racconto dell’eroe".
Dalla fine degli anni Novanta ho partecipato a molte conferenze sul tema dell’educazione e cercato di influenzare la trasformazione del sistema educativo in diverse nazioni, partendo dalla convinzione che non c'è cosa più auspicabile in termini di evoluzione sociale, di un avanzamento collettivo della saggezza, della compassione e della libertà a livello individuale. Il mio libro "Cambiare l'educazione per cambiare il mondo", pubblicato in Spagna nel 2007, intende appunto stimolare gli sforzi degli insegnanti tra i diplomati SAT che cominciano a essere coinvolti nel progetto SAT-educazione, che offre allo staff delle scuole e agli studenti nelle scuole di formazione un "curriculum supplementare" di auto-conoscenza, di cura e guarigione della relazione e di cultura spirituale.
SAT Educazione
Per tutta la vita ho ricevuto da parte del mondo dell'educazione numerosi inviti che mi hanno stimolato favorevolmente verso una maggiore comprensione e hanno favorito lo sviluppo del mio lavoro. In primo luogo, ho avuto il privilegio di essere consulente del Center for Education Policy Research dello Stanford Research Institute, guidato dal dottor Willis Harman, che mi chiese di presentare una ricerca sui contributi del "movimento del potenziale umano" che potevano essere d'aiuto al mondo dell'educazione del futuro (ricerca pubblicata con il titolo The Unfolding of Man nella Encyclopedia of World Problems and Resources e poi divenuta il mio primo libro, "The One Quest").
Un nuovo stimolo fu l'invito a partecipare come relatore all'ultimo incontro della "Mandala Conference", promossa dalla Association for Holistic Health and Education a Santa Barbara. Dalla rielaborazione del mio intervento è scaturito "The Education of the Whole Person for a Unified World", testo che in seguito è diventato uno dei capitoli del libro "The End of Patriarchy", e che di recente ho inserito in "Cambiare l'educazione per cambiare il mondo".
Un terzo e ancor più significativo stimolo è stato quello di aver partecipato alla seconda edizione della Conferenza sulla Educazione per il Terzo Millennio, svoltasi a Catamarca, nel nord dell'Argentina, nel 2000. In quella occasione mi sono reso pienamente conto del potenziale del mio lavoro, e ho potuto constatare che l'approccio da me sviluppato per l'educazione esperienziale degli psicoterapeuti era qualcosa di applicabile con vantaggi ancora maggiori all'educazione degli insegnanti.
Quando ho condiviso con i miei collaboratori il mio punto di vista sul SAT come un mezzo per la trasformazione della educazione, essi hanno suggerito di organizzare un incontro con coloro che, fra i nostri allievi, fanno gli insegnanti. Questo ha portato a un convegno svoltosi in Spagna nel 2002, al quale hanno partecipato circa 300 di noi, evento durante il quale abbiamo verificato la possibilità di unire i nostri sforzi in vista di quell'obiettivo comune. Ne sono seguite altre riunioni a intervalli di un anno, l'ultima delle quali si è svolta a Barcellona sotto gli auspici della Universidad Autónoma. Il suo successo è stato di sicuro la condizione per cui il SAT è diventato un metodo accreditato di formazione degli insegnanti in Catalogna. Da allora il SAT è stato accreditato anche in Italia, e per la prima volta è stato proposto coma parte del curriculum universitario. Mi auguro che in futuro altre scuole di educazione siano interessate a sperimentarlo nei loro curriculum scolastici.
Nel frattempo sono sorte in diversi paesi numerose organizzazioni finalizzate alla promozione dei programmi SAT, e in Spagna si è costituita una Fondazione. Qui di seguito ne trovate nominativi e indirizzi.
SAT
Agli inizi degli anni '70, l'insegnamento di Claudio si è concretizzato in una associazione senza scopo di lucro, l'Istituto SAT, dove SAT sta non solo per "Seekers After Truth", ovvero cercatori di verità, ma anche per la parola sanscrita che indica l'Essere e, tramite il simbolismo fonetico, all'antropologia trinitaria che pervade il suo programma e la sua visione della psiche: la visione "trinitaria" fa riferimento alle forze affermative, negative e neutralizzanti di Gurdjieff e alle tre "persone interiori" di Tótila Albert: padre, madre e bambino.
Come già descritto in altre sezioni, il SAT si è proposto come un'impresa psico–spirituale che abbraccia sia l'aspetto contemplativo, sia quello terapeutico. La pratica della meditazione inizia con un addestramento alla consapevolezza (cioè attenzione all'esperienza in atto nel presente), procede con la concentrazione e la quiete interiore e poi all'esplorazione della mente, dove l'enfasi è data alla comprensione non verbale della coscienza stessa. L'aspetto terapeutico del programma consiste in un processo guidato attraverso il quale i partecipanti vengono introdotti a un ricco insieme di approcci che comprendono la psicologia degli enneatipi, una rielaborazione dei ricordi, dei sentimenti e dei modi di relazionarsi dell'infanzia che opera una profonda trasformazione, e la terapia Gestalt. (Fin dall'inizio dei programmi SAT in Europa, hanno fatto parte dello staff per la supervisione terapeutica alcuni dei più famosi terapeuti Gestalt del mondo.)
Altri aspetti del programma terapeutico sono una originale pratica psicoterapeutica, una nuova forma di teatro terapeutico, il prendere dimestichezza con la spontaneità e la resa attraverso il movimento, la consapevolezza sensoriale (sia nello stato di quiete che in movimento), e un processo che implica la regressione alle esperienze prenatali (ispirato al Rebirthing, alla respirazione olotropica di Grof e alla "visione tri-una" del sé) che molto spesso lascia un permanente effetto favorevole nella mente e nella vita dei partecipanti. Sebbene siano principalmente esperienziali, i laboratori che costituiscono il SAT vengono presentati all'interno di un contesto che non prescinde dalla necessaria comprensione della personalità, della trasformazione e della meditazione, e in parte sono mediati anche dagli insegnamenti presenti in alcuni racconti.
I programmi SAT hanno riscosso un grande successo in molte parti del mondo e hanno inciso notevolmente nelle comunità di Gestalt in Spagna e in Italia. Questo approccio ha anche avuto un ampio seguito in Brasile, dove la psicoterapia non è molto diffusa, dato che la gente cerca aiuto principalmente nelle chiese o presso gli sciamani. Recentemente, i programmi hanno raggiunto anche l'Australia e la Germania. Tuttavia, il fatto più importante è che il SAT sta cominciando a farsi strada nel mondo dell'educazione. Per saperne di più, andate su SAT-educazione.
Un curriculum di auto-conoscenza, ri-educazione interpersonale
e crescita spirituale
La domanda che spesso ci facciamo è: cosa, quali materie, dobbiamo insegnare? Quando la conversazione si fa più profonda continuiamo a chiederci: Quali metodi e quali tecniche sono necessari per un buon insegnamento? Quando poi la domanda si fa ancora più profonda, eccezionalmente arriviamo a chiederci il perché: con quale proposito e perché insegniamo? Però rare volte ci interroghiamo su chi insegna: come può la qualità del mio essere determinare la maniera in cui mi relaziono con gli studenti, la mia materia, i miei colleghi, il mio mondo? G. Leonard
In questo momento della mia vita avverto che ho qualcosa di importante da condividere con gli educatori. Infatti mi sento come chi, senza saperlo, ha lavorato per molti anni all’elaborazione di qualcosa che all’improvviso appare come un’invenzione socialmente utile, in un modo differente da quello che aveva immaginato.
Mi spiego meglio: lavorando nella formazione di terapeuti, ho gradualmente perfezionato un programma molto efficace di sviluppo umano che potrebbe ben colmare la lacuna che, sfortunatamente, affligge tanto la formazione dei docenti nel campo dell’auto-conoscenza, delle relazioni umane e della vita spirituale.
Seguendo ora l’esempio di alcuni che hanno parlato prima di me, come il dottor Janis Rozé Fernando Flores, per dare un contesto alle idee che intendo esprimere, racconterò la storia del lavoro che sto svolgendo: è cominciato come un lavoro psicologico e spirituale con ricercatori, poi si è orientato alla formazione di terapeuti e intuisco che possa raggiungere, ora, la sua massima utilità come complemento all’attuale formazione degli insegnanti.
La storia ha inizio nel momento in cui mi capitò di andare per la prima volta in California e conobbi l’Istituto Esalen. Ero allora un giovane psichiatra che lavorava in un nuovo dipartimento della Scuola di Medicina dell’Università del Cile, il Centro degli Studi di Antropologia Medica, destinato a mitigare il noto processo di disumanizzazione che l’educazione medica tradizionale causa agli studenti.
Ma più che altro ero un ricercatore – cosa che mi ha caratterizzato per la maggior parte della vita.
Oggi, l’Istituto Esalen è abbastanza conosciuto nel mondo per la sua straordinaria storia, intimamente legata a quella di Fritz Perls, e per la sua influenza su numerosissimi centri terapeutici in diverse parti del mondo. Ai suoi inizi, negli anni sessanta, si proponeva di realizzare l’idea di Aldous Huxley di insegnare “le umanità non verbali”, un progetto che richiedeva la raccolta di contributi diversi allo sviluppo umano, che in quel periodo erano sorti indipendentemente: le diverse discipline orientate verso la coscienza del corpo, i lavori di gruppo orientati verso la coscienza emozionale, le applicazioni dell’arte alla conoscenza di sé, ecc.
Ad Esalen, inoltre, conobbi persone che furono importanti nella mia vita, come Perls e Simkin, Alan Watts e Joseph Campbell, e lo stimolo di questo nucleo innovativo costituì anche l’elemento determinante nel farmi concepire l’idea di creare una scuola che – a differenza di Esalen, dove ci si dedicava ad attività brevi – offrisse un vero e proprio curriculum, un insieme di discipline complementari che gli studenti potessero integrare in una sintesi originale.
Tutto ciò cominciò al mio rientro in Cile, dopo l’esperienza di Esalen e, sebbene l’attività che sviluppai non arrivò ad avere un nome locale – il catalogo di Esalen faceva riferimento ad essa con l’espressione “Esalen in Cile” – e in vista del mio ulteriore ritorno negli Stati Uniti, questo lavoro rappresentò sia la forma iniziale di quello che dovetti in seguito realizzare, al ritorno negli Stati Uniti, sia la base esperienziale del libro che scrissi in quel periodo, La única búsqueda, sulla metodologia comparata e gli aspetti soggiacenti a molti percorsi spirituali e terapeutici.
Tornato negli USA, l’Istituto Esalen non solo mi invitò come gestaltista ma mi diede anche la libertà di proseguire le mie iniziative sperimentali. Fu allora che sentii più vivamente convergere nel mio lavoro le influenze ricevute come ricercatore e quelle ricevute in campo professionale.
Assunse speciale rilievo nel mio lavoro la combinazione della terapia con la meditazione. Una novità a quei tempi, soprattutto perché non si trattava di una semplice giustapposizione di meditazione e psicoterapia, ma di un lavoro di integrazione fra le due, con esercizi interpersonali attraverso i quali si potesse portare l’attitudine meditativa a situazioni di comunicazione verbale.
Ma tutto questo fu interrotto, per più di un anno, da un’esperienza che posso descrivere come il principale pellegrinaggio della mia vita, quando lasciai la mia casa, il mio lavoro e i miei piani per il futuro, per andare a unirmi a un maestro spirituale allora sconosciuto, nel quale riconobbi un legame con la misteriosa e lontana tradizione spirituale che tanta influenza aveva esercitato su di me, nell’adolescenza, attraverso Gurdjieff.
Ciò che era cominciato come un progetto personale si trasformò invece in una nuova scuola. Dopo aver chiesto a Oscar Ichazo (questo è il suo nome) se si potesse estendere un simile invito ad alcuni amici (inizialmente John Lilly, Ram Das, Stanley Keleman e John Bleibtreu), il progetto destò un insospettato interesse in altri, e mi ritrovai in viaggio verso l’oasi di Azapa, presso Arica, nell’estremo nord del Cile, insieme a più di 40 compagni, molti dei quali dell’ambiente di Esalen.
Dire che l’esperienza ebbe su di me un profondo impatto spirituale sarebbe poco, dato che rappresentò infatti una vera nascita ad un livello di coscienza prima sconosciuto, e l’inizio di un cammino di trasformazione profonda senza possibilità di ritorno.
Naturalmente questo ebbe ripercussioni sul mio lavoro posteriore, per il quale tutto quello che era successo fino ad allora mi sembrò una semplice preparazione.
Durante alcuni anni, il lavoro si concentrò in un gruppo di circa 60 persone, a Berkeley, e prese la forma di una continua improvvisazione più che della realizzazione di un programma elaborato in precedenza. Col passare del tempo, tuttavia, cominciò a cristallizzarsi un vero e proprio programma, e per la sua realizzazione ebbi la fortuna di contare sulla collaborazione di maestri straordinari come il rabbino Zalman Schachter, Dhiravamsa, il tantrico Harish Johari e Ch’u Fang Chu – discepolo dell’ultimo patriarca taoista – che in quel periodo era arrivato in California da Taiwan.
Sorse così, ancora, una nuova scuola e, quando fu necessario darle un nome per la costituzione di un’associazione educativa senza fini di lucro, la chiamai SAT con una triplice allusione: alla parola sanscrita che significa “Essere e Verità”, alle iniziali di seekers after truth (“cercatori della verità”) e, attraverso il simbolismo fonetico, a una visione tripartita della mente e delle cose, che percorre il cristianesimo esoterico trasmesso da Gurdjieff e Ichazo e caratterizza la mia propria comprensione della vita psichica.
Come il mio lavoro in Cile risultò essere la forma iniziale di ciò che si realizzò successivamente negli Stati Uniti, il mio lavoro ai tempi del programma SAT nordamericano risultò essere la forma embrionale di quello che avrei realizzato, una quindicina di anni dopo, in Europa.
Ebbe inizio con l’invito a tenere un corso estivo orientato alla “formazione personale e professionale” di psicoterapeuti e fu strutturato in tre sessioni, una per anno, della durata di un mese ciascuna. Col tempo, però, il formato del corso si ridusse progressivamente e la sua forma attuale prevede tre moduli di dieci giorni.
Il modo in cui un programma di tre mesi si è trasformato in uno così compatto in nessuna maniera avrebbe potuto essere prevista in forma teorica; solo l’evoluzione della pratica, nel tempo, permette la lenta espressione della creatività nel corso di un processo emergente.
Attraverso l’evoluzione di questi corsi – più pratici ed esperienziali che teorici – nell’arco di una quindicina d’anni ha preso forma compiuta quello che spero possa servire come fermento trasformatore nel mondo dell’educazione, dopo aver aiutato un gran numero di terapeuti in diversi paesi.
Desidero ora parlare un po’ del contenuto del curriculum prevalentemente esperienziale che, realizzato con l’aiuto di collaboratori di talento e raffinato progressivamente negli anni, sta ottenendo risultati molto soddisfacenti.
La struttura fondamentale – che è l’idea per la quale ho sempre lavorato – è costituita dall’unione della meditazione con la terapia, che non è una cosa così innovativa nel nostro tempo, come quando la introdussi ad Esalen, più di trenta anni fa.
A differenza di quello che dicono molte scuole spirituali, che considerano la terapia irrilevante, e di ciò che sostengono le scuole terapeutiche, che considerano la spiritualità come illusione o evasione dalla realtà, “oppio dei popoli”, io penso che l’ambito interpersonale della mente e l’ambito transpersonale o spirituale non siano che due aspetti di un fenomeno unico. E la cura o rieducazione emozionale – che altro non è che il ristabilimento della nostra capacità d’amare – non è separabile dalla realizzazione spirituale né eludibile nel Grande Viaggio dell’anima.
La combinazione della meditazione, il vecchio cammino contemplativo, con la psicoterapia – lo “yoga interpersonale” che costituisce il principale contributo della nostra cultura al cammino della realizzazione – è particolarmente potente. Quando parlo di meditazione, mi riferisco ad una realtà non solo molto grande ma anche sfaccettata, perché la meditazione riunisce in sé molti elementi esaltati in misura diversa nelle differenti culture.
La mia maniera di insegnarla, come si vedrà, prevede una modalità integrativa, anche se mette in rilievo il contributo del buddhismo.
Parlare di meditazione, nel senso più ampio della parola, coincide praticamente con parlare di spiritualità, dato che le differenti tecniche di meditazione conosciute costituiscono i principali esercizi spirituali dell’umanità.
Ma quando si parla di spirito e di spiritualità, a volte, si ha un’idea molto vaga o frammentaria di cosa siano, e una conoscenza ampia della meditazione può essere il modo migliore per colmare questa lacuna nella nostra educazione, perché la dimensione spirituale della vita, come la meditazione, ha molte facce, e ogni suo aspetto costituisce una via d’accesso a quella profondità della mente alla quale qualche volta si allude semplicemente come “coscienza superiore”.
Quando nel mondo occidentale si afferma che è importante la coscienza spirituale, ciò che approssimativamente si vuole dire è che è importante il sentimento del divino o un orientamento verso il divino.
Tuttavia, a causa della confusione tra il vissuto del divino e l’ideologia, o mera credenza, oltre che della progressiva secolarizzazione delle credenze, si può dire che l’ideale spirituale, così concepito, ha perso attualità e che le forme tradizionali di preghiera sono considerate da molti un residuo superstizioso del passato.
Per questo mi pare importante riscattare l’aspetto dell’esperienza del divino, che non dipende da nessuna ideologia, né da una visione teista delle cose; la sua essenza è il senso del sacro, che si coltiva attraverso un tipo di meditazione in cui si dirige l’attenzione verso quei contenuti simbolici che hanno come oggetto l’evocazione di un valore supremo. Il quale non affonda le radici esattamente nell’ambito degli oggetti o delle qualità e tuttavia può essere proiettato sopra immagini, suoni, colori e persino concetti, come l’io, il niente, la coscienza suprema o il divino.
Ma per quanto la capacità sacralizzante sia intrinseca alla maturità spirituale e per quanto sia desiderabile “coltivare l’incantesimo del mondo”, non dobbiamo confondere il sentimento del sacro, e tanto meno l’intuizione di una divinità trascendente, con la spiritualità, poiché essi costituiscono solo alcuni dei suoi aspetti o manifestazioni.
Ugualmente rilevante per la coscienza superiore è l’apprendimento relazionato ad una forma di meditazione in cui, apparentemente, la persona fa il contrario di quanto accade nell’evocazione del sacro, poiché non presta attenzione ai contenuti simbolici ma ai dati sensoriali, e invece di generare un’esperienza del misterioso valore supremo che avvolge il mondo delle cose, senza, però, appartenervi, concentra il suo impegno verso una percezione semplice e pura del “qui ed ora”, come è tipico del buddhismo Theravada.
In entrambi i casi, la meditazione indica una relazione con l’orientamento dell’attenzione. Questa può rivolgersi verso i «dati immediati della coscienza», di cui parlava Bergson («ciò che tocco, ciò che vedo, ciò che ascolto, le emozioni, le sensazioni corporali del momento»), il cui insieme possiamo considerare la superficie della coscienza – è veramente importante che possiamo recuperare la capacità di contatto con l’immediatezza che avevamo una volta, da bambini, e che forse abbiamo perso, stando troppo immersi nel nostro mondo simbolico – o piuttosto verso la profondità della mente, che è sede delle esperienze dell’essere, dell’io e del divino.
Dato che questa profondità della mente non è accessibile alla coscienza ordinaria, tuttavia, si evoca – o si invoca, a volte – associando il tipo di meditazione già citato alla concentrazione su materiale simbolico, che serve allo sviluppo dell’immaginazione creativa e all’evocazione di significati, e il cui frutto caratteristico è l’esperienza della sacralità.
Questi due aspetti della meditazione costituiscono aspetti complementari della vita in generale ed è utile osservare come si facciano particolarmente presenti nella psicoterapia, senza che questo significhi che sono più rilevanti per la terapia che per l’educazione.
Sappiamo bene come un aspetto importante della terapia sia precisamente il recupero della capacità di “presenza” o di stare nel “qui ed ora”, come tanto spesso si dice, dai tempi di Fritz Perls.
Oggi si ricorda Perls come il creatore di un metodo terapeutico ma non si sa fino a che punto sia stato una persona di statura profetica, per l’influenza che esercitò sulla società del suo tempo. Si potrebbe dire che fu il profeta del “qui ed ora”, che attraverso il suo impatto personale fece sentire a coloro che lo avvicinavano che vi era «un cammino dello stare presenti», una via di sviluppo personale che passa per la capacità di porsi nell’attitudine per cui il passato non esiste più e il futuro non esiste ancora (non pensiamo, per ora, tanto a fondo da cominciare a dubitare anche del presente).
Se adottiamo l’atteggiamento di prendere il presente come l’unica realtà esistente, ciò porta a un approfondimento dell’esperienza del momento, meno remota e allo stesso tempo più ricca di quanto siamo abituati a credere. E allora ci si accorgerà di aver perduto in buona misura sia la capacità di prendere contatto con l’esperienza del momento, sia di accettarla o confessarla.
Quante volte, nel corso di una conversazione, ci siamo sentiti annoiati, a disagio, scontenti di quello che succedeva, senza sapere come uscire dalla situazione? La soluzione spesso può essere dire semplicemente: «in questo momento non mi piace ciò che sta succedendo» o «non so cosa stia succedendo, ma qualcosa non mi piace». Questa sola libertà di parlare, partendo dall’esperienza del momento, per quanto vaga, può cambiare la direzione della conversazione.
Ma parlare di ciò che succede nell’attimo presente non sembra faccia parte dei modelli della vita sociale, e se cominciamo a farlo troviamo molte difficoltà.
È proprio la presa di contatto con il presente, insieme alla comunicazione dell’esperienza presente, ciò che, quando ha cominciato ad entrarvi, ha cambiato lo spirito delle terapie contemporanee.
Precedentemente, la psicanalisi aveva invitato molto alla riflessione sul passato, su ciò che era successo nell’infanzia, alla ricerca dell’origine dei problemi psicologici.
Già con Reich si cominciò ad osservare maggiormente ciò che succede nel presente, e Perls fu colui che pose ancora di più l’accento su questo punto, arrivando a proporre che «basta lavorare sul presente, per recuperare la capacità e il diritto di sentire ciò che si sente, a sapere ciò che si sente, a sapere ciò che si pensa, a sapere ciò che si sta facendo, a rendersi conto dell’ovvio».
Essendo così importante il recupero della capacità di esperienza, possiamo dire che la patologia si alimenta grazie alla perdita della capacità di sapere ciò che sentiamo, e ciò che chiamiamo inconscio consiste nel non aver diritto di sapere ciò che succede in noi – che, a sua volta, può significare divenire complici di una menzogna sociale.
Ma, come nella meditazione non sempre si dirige l’attenzione verso l’esperienza del momento, anche nel mondo della terapia, che si serve del linguaggio, non è importante solo il semplice recupero del presente. È importante anche il recupero della dimensione magica della vita. E quando si parla del transpersonale in psicoterapia, in grande misura esso ha a che vedere con il recupero di ciò che ci portano le concezioni religiose del mondo – disdegnate dallo scientismo della psicologia nascente.
Gli insegnamenti spirituali, i miti e i racconti di fate, però, devono essere considerati come le dita che indicano la luna e non devono essere confusi con la luna stessa. Si ricorre ai simboli per andare oltre i simboli, al centro della mente stessa, per evocare qualcosa che trascende i contenuti specifici della mente e che possiamo concepire come la coscienza stessa l’essenza divina della mente e la fonte del sacro.
Ho affermato che lo sviluppo spirituale ha molti aspetti e che per la sua realizzazione è tanto rilevante coltivare il sentimento religioso come coltivare l’attenzione per la realtà immediata – che così poco spirituale appare da una prospettiva cristiana tradizionale.
Altra via di accesso alla maturità spirituale, che introduciamo nel secondo modulo del programma, dopo aver cominciato con la Vipassana, è ciò che è rappresentato da una forma di meditazione nella quale si cerca di fermare la mente per trascenderla. Questo si ottiene con la concentrazione.
Gli insegnamenti tradizionali di culture diverse ci dicono che, solo quando si calma, la mente può riflettere qualcosa che sta oltre essa. Dobbiamo inibire la nostra mente passionale e le voci interiori che vengono dall’ego, inibire i nostri bisogni nevrotici e imparare così a lasciare il pensiero in un pacifico silenzio.
Ma se la meditazione è saper star quieti, è anche vero il contrario o meglio ciò che è complementare: lasciare fluire la mente. Ci sono varie complementarietà nella mente, e la meditazione si può spiegare solo in forma paradossale. È come tenere un piede in ogni aspetto del paradosso per sporgere la testa in un’altra dimensione.
Così come costituiscono una polarità le pratiche nelle quali si dirige l’attenzione verso la superficie della mente o, in modo alternato, verso la sua misteriosa profondità, attraverso rappresentazioni simboliche, nello stesso modo accade coltivando la quiete e quell’aspetto della meditazione che consiste in un’educazione alla spontaneità interiore, lasciando che la mente vada dove vuole e allentando il suo controllo volontario limitante.
Naturalmente il paradosso è tale che, quando uno allenta il controllo dei propri processi mentali, è probabile che questi si calmino. Ed è vero anche il contrario: se uno sa realmente starsene quieto, succede qualcosa di simile a ciò che sperimenta chi va in barca, quando smette di remare: l’acqua lo trasporta. E se uno si lascia portare, le correnti più sottili e profonde del proprio essere cominciano a farsi sentire.
Come quando gli alunni si zittiscono in aula si può sentire ciò che dice il professore, questo succede anche dentro di noi: se si mettono a tacere le voci piccole, può farsi udire una voce che sta ad un altro livello. E viceversa: quando si manifesta la nostra mente profonda, è più facile stare in silenzio.
Questo può portare ad un momento solenne nel nostro sviluppo: quando si esprime in noi un nuovo livello di vita, comincia a morire ciò che allora ci appare come banale o triviale.
Questi due aspetti della meditazione, quiete e spontaneità, hanno a che vedere con l’azione, e le loro rispettive istruzioni possono paragonarsi alle luci rossa e verde del semaforo, col loro significato di fermarsi o andare avanti.
Naturalmente tanto la quiete quanto la spontaneità sono aspetti della vita che meritano di essere apprezzati e coltivati, oltre ad essere componenti della psicoterapia.
Si può dire che molte delle teorie della psicoterapia, formulate dai fondatori delle scuole tradizionali, girano intorno a certe idee, più o meno certe, ma non arrivano a fornire una spiegazione universale. Se cerchiamo una teoria della psicoterapia che le abbraccia tutte, transistemica, certamente uno dei principi generali che troviamo è precisamente il coltivare la spontaneità profonda, il lasciarsi portare.
Sia che si tratti dello psicodramma di Moreno, che invitava esplicitamente a coltivare la spontaneità, o dell’associazione libera della psicanalisi o dei gruppi di incontro, ovviamente è questo ciò che entra in gioco: destrutturare, perché, rompendo le forme più superficiali del pensiero e della comunicazione, si manifestino le strutture più profonde e possano così affiorare le verità meno ovvie.
Questo è particolarmente evidente nel caso della Gestalt, che è un’importante manifestazione dello spirito dionisiaco nel mondo contemporaneo, di quello spirito che implica la fede nello spontaneità e in ciò che è naturale, e che Nietzsche proclamò come unica salvezza possibile della nostra cultura occidentale – tanto devitalizzata e disumanizzata, per effetto di un millenario autoritarismo religioso e della sua “morale da schiavi”.
Oltre a comprendere una notevole componente gestaltica, il programma SAT include due elementi che si prestano specificamente per l’educazione alla spontaneità: un insieme di esercizi psicologici basati sulla libera associazione di idee – che ho descritto nel mio libro La via del silenzio e la via delle parole – e una disciplina nuova, sorta dalla danza: il “movimento autentico”, insegnato per la prima volta da Mary Whitehouse.
Così come ho messo in relazione il “fermati” e il “continua” della meditazione e ho descritto una polarità tra gli atteggiamenti interiori di dirigere l’attenzione verso la profondità sacra della mente o verso i suoi contenuti concreti, possiamo anche comprendere la dimensione affettiva della mente – non meno rilevante per la meditazione – in termini di complementarietà.
Molte forme di meditazione hanno come assunto di base il distacco: fare un passo indietro, non identificandosi con ciò che succede, con i sentimenti o i desideri. Si potrebbe dire: ci stiamo prendendo troppo sul serio, siamo troppo immersi nel nostro dolore o nelle nostre preferenze, nelle nostre opinioni e soprattutto nelle nostre cicatrici, nel rimuginare cioè ciò che talvolta ci è capitato, e che ancora incombe su di noi come un’ombra o un fantasma, separandoci dal presente.
Ciò che gli orientali hanno chiamato karma non è altro che il peso del passato sul presente, che non deve necessariamente riferirsi ad altre vite.
Visto l’attaccamento che caratterizza il nostro stato abituale – più intenso quando ci sono turbamenti emotivi – dobbiamo fare quel passo indietro, che ci può condurre all’humour o alla semplice serenità.
Naturalmente questo “atteggiamento filosofico”, caratteristico della saggezza, può essere raggiunto col tempo attraverso l’esperienza della vita, ma è parte intrinseca di certe pratiche di meditazione, il cui frutto è ciò che ho proposto di chiamare “indifferenza cosmica”.
Per quanto sia un ideale della vita arrivare ad un atteggiamento amorevole, non sono incompatibili l’amore e il distacco, anzi, non solo non sono opposti, ma addirittura costituiscono una misteriosa complementarietà: è più facile arrivare all’amore se siamo capaci di distacco, perché uno non può donarsi, se è troppo attaccato a ciò che è o a ciò che ha. Ed è anche difficile raggiungere il distacco senza un atteggiamento generoso, senza entusiasmo, amore per la vita, amore verso gli altri, amore per qualcosa.
È come la complementarietà della vita e della morte, che appaiono così intrecciate in certe opere letterarie.
Se la terapia ha più a che vedere con il polo dell’amore, la meditazione tende di più al distacco. È comunque certo che, tanto nella teoria della terapia come nella teoria della meditazione, dobbiamo considerare entrambi gli aspetti e comprendere la loro complementarietà.
Ma quanto è lontana dalla nostra pratica educativa l’idea che il silenzio mentale o la non identificazione con le passioni, il distacco, possano costituire capacità fondamentali dell’essere umano, e coltivarle una importante via verso la coscienza spirituale! E quanto siamo ancora più lontani dal prendere sul serio questa capacità di affidarci alle sollecitazioni o voci sottili del nostro mondo interno, la capacità di abbandonarsi, di sintonia con la profondità della vita, di accordo con il tutto!
Oggi, a malapena, si propone di combinare l’istruzione con un’“educazione ai valori”; ma questo nella pratica si traduce solo, nel migliore dei casi, in una sottolineatura di certi valori.
Capacità come quelle che qui propongo, quali aspetti essenziali della vita spirituale, richiedono tuttavia molto di più che entusiasmo e retorica: si coltivano attraverso una pratica trasformatrice e richiedono la presenza di istruttori, che attraverso la disciplina corrispondente siano arrivati ad incarnarle.
Altrettanto può dirsi di quell’aspetto della meditazione che si orienta verso lo sviluppo della capacità sacralizzante, che pare essere diventata irrilevante nel nostro mondo postmoderno disincantato.
Ma allora i geni religiosi dell’umanità sono stati dei sognatori, quando ci hanno raccomandato l’amore verso Dio come il più importante dei comandamenti?
Suppongo piuttosto che il deterioramento collettivo della coscienza sia effetto del nostro spirito eccessivamente mercantile, al quale non conviene che si invochino valori che possano competere con i guadagni.
Ma ora lascio il tema della meditazione per passare alla considerazione dell’elemento terapeutico in questo curriculum di sviluppo umano che sto proponendo come complemento all’attuale formazione degli educatori. Nel presentarlo come un curriculum (supplementare) di “auto-conoscenza, rieducazione interpersonale e crescita spirituale” ho già implicitamente fatto allusione all’aspetto terapeutico, attraverso due atti intimamente connessi: la conoscenza di sé o insight e la promozione di un cambiamento volontario nelle relazioni umane. Così, anche se ho detto che nel programma SAT si combinano meditazione e psicoterapia, è più preciso dire che in esso si combinano la meditazione, l’auto-conoscenza e il risanamento delle relazioni.
Comincio con la spiegazione di ciò che si riferisce all’auto-conoscenza, che costituisce l’obiettivo delle cosiddette psicoterapie di insight o “psicoterapia profonda”.
L’auto-conoscenza è stata da sempre riconosciuta come una via di trasformazione. Dichiariamo una certa venerazione collettiva al “conosci te stesso”, che associamo alla figura e alla missione di Socrate e all’oracolo di Delfi; ma in questo siamo socialmente ipocriti perché, se ne fossimo convinti, l’auto-conoscenza avrebbe un posto fondamentale nella nostra pratica educativa.
Coloro che soffrono psicologicamente, cioè coloro che non possono ignorare il proprio malessere emotivo, hanno scoperto che hanno bisogno di autoconoscenza, per correggere la disfunzione del loro stato; e nella società la necessità di cura ha alimentato lo sviluppo del nuovo cammino di trasformazione che è la psicoterapia moderna.
Mentre le scuole spirituali tradizionali hanno perseguito il superamento dell’ego attraverso la pratica della condotta virtuosa e della contemplazione spirituale, per la psicoterapia, il superamento dei condizionamenti infantili avviene, principalmente, attraverso la comprensione di se stessi.
E benché si possa ritenere che la psicoterapia non ha portato tanta luce nel mondo come le grandi religioni, con i loro santi e i loro profeti, non si può negare il suo apporto formidabile e talvolta indispensabile per il nostro tempo.
L’impresa di percorrere il cammino dell’auto-conoscenza comprende diversi aspetti:
1. La presa di contatto con la propria esperienza nel “qui e ora”, che implica non solo la capacità di accettazione e il riconoscimento della propria esperienza, che si coltiva nella pratica della meditazione (specificamente con la tecnica della Vipassana) ma anche un’educazione della capacità di essere testimoni di se stessi, di vivere cioè il più coscientemente possibile, invece di andare per la vita “con il pilota automatico”.
2. La retrospezione, cioè la presa di contatto con l’esperienza passata attraverso il ricordo. Questa chiarificazione retrospettiva è stimolata e facilitata, a sua volta, dall’espressione sia attraverso la scrittura sia attraverso la comunicazione orale. Nel nostro programma si pone la scrittura al servizio della comprensione della propria vita, e la comunicazione orale sistematica, attraverso la libera associazione in un contesto meditativo, serve per l’esposizione e l’analisi delle esperienze quotidiane.
3. La comprensione dell’esperienza del momento nel contesto dell’esperienza totale. La comprensione di sé va oltre il sapere ciò che si sente e ciò che si pensa in un momento determinato: ciò che in psicoterapia si chiama insight implica l’organizzazione delle nostre osservazioni su noi stessi in una configurazione coerente, il che significa capire, per esempio, i modelli ripetitivi nella nostra vita di relazione e il rapporto delle nostre esperienze presenti con il passato. Implica anche capire la nostra personalità e come essa condiziona la nostra vita. Il maggiore stimolo per la comprensione di noi stessi ce lo fornisce il dialogo con coloro che, grazie alla loro auto-conoscenza, sono capaci di capire quello che ci succede. Nel programma SAT questo dialogo ha luogo nel contesto di diversi esercizi psicologici interpersonali e in laboratori terapeutici con terapeuti gestaltisti ed altri professionisti.
4. Il chiarimento della comprensione attraverso formulazioni teoriche o mappe di riferimento. Ogni scuola psicologica interpreta le esperienze dell’individuo basandosi su una sua teoria, e quella a cui noi ci appoggiamo non è nessuna di quelle conosciute nel mondo accademico, ma una visione della psiche sviluppata a partire da una ispirazione esoterica dell’Asia centrale.
La mappa psicologica più soddisfacente e chiarificatrice che ho conosciuto fino ad ora non è nessuna di quelle proposte nel mondo della psicologia accademica, ma una che ci è arrivata da una tradizione esoterica asiatica e che ho sviluppato in quella che chiamo la “psicologia degli enneatipi”.
Mi riferisco all’applicazione dell’enneagramma allo studio della personalità, che finora ha trovato poca risonanza nel mondo professionale, forse perché l’abbondante letteratura, prodotta dai divulgatori, lascia tanto a desiderare che l’entusiasmo popolare per questo tema è stato interpretato dagli accademici come segno di mediocrità.
Fu Gurdjieff ad introdurre l’enneagramma in occidente, e chi voglia approfondire il suo pensiero al riguardo può trovare qualcosa in un libro molto interessante di un giornalista russo dell’epoca, Ouspensky, intitolato Frammenti di un insegnamento sconosciuto.
Sebbene Gurdjieff abbia esercitato una delle influenze principali nella mia vita, le applicazioni psicologiche dell’enneagramma le appresi da un boliviano, che ho già ricordato a proposito del mio anno di pellegrinaggio ad Arica: Oscar Ichazo, che, sotto il nome di “protoanalisi”, presentò dinanzi all’ordine degli psicologi del Cile, nel 1969, un insieme di nozioni nelle quali si può riconoscere la continuità con una tradizione cristiana molto antica, della quale è eco la dottrina dei peccati capitali. Benché ciò che oggi sopravvive come dogma della chiesa abbia costituito una psicologia pratica ai tempi dei padri del deserto, da molti secoli la conoscenza viva di questa psicologia si è perduta in occidente.
Si può oggi riformulare la dottrina dei peccati capitali, dicendo che, avendo tutti sofferto durante l’infanzia, in maggiore o minore misura, di una frustrazione amorosa, abbiamo sviluppato una modalità specifica per cercare di ottenere quello che ci è mancato. E così, per esempio, sviluppiamo una passione per gli applausi o per la conoscenza o per l’intensità o perché ci vogliano bene, ecc. Insomma ci sono molte strategie per ottenere amore, e non ho visto una mappa migliore, per intendere la varietà di queste strategie, di quella dell’enneagramma, che è coerente, tra l’altro, con quella alla quale si è attenuto Dante nel classificare i peccatori nell’inferno o nel purgatorio.
In alcuni la dinamica fondamentale è l’orgoglio, in altri la dinamica fondamentale è l’invidia, ecc.
Alcuni psicologi si sono interessati esclusivamente all’una o all’altra di queste emozioni fondamentali: Melania Klein mette in risalto l’invidia, Karen Horney fa dell’orgoglio il centro di tutta la comprensione della psiche, Freud mette a fuoco l’angoscia, la paura.
Ma l’enneagramma permette di avere una visione globale dei tipi umani, fino a rendersi conto che non c’è una psicologia, ma ce ne sono nove, ognuna con la sua follia implicita, con le sue idee non funzionali, con i suoi bisogni particolari esagerati.
Passo ora al tema dell’educazione interpersonale che, più di ogni altro aspetto dell’educazione, implica necessariamente il riapprendere, il risanamento delle relazioni e il lavoro diretto al cambiamento del comportamento.
Possiamo dire che, come la comprensione di se stessi, questa rieducazione va ben oltre le formule e le tecniche, costituendo un aspetto potenziale di ogni momento della nostra vita.
Nel curriculum del SAT, una componente particolarmente importante di questo proposito di risanamento è il lavoro rivolto al recupero del vincolo amoroso originario con i genitori.
Ho sviluppato questo lavoro molti anni fa, ispirandomi a ciò che in quel periodo stava realizzando, in forma individuale, un medium nord-americano, Robert Hoffman, che a sua volta raffinò il processo di gruppo da me proposto, dando origine al cosiddetto “processo Hoffman di quadrinità”.
Ricollegandomi al capitolo scritto anni fa ne La agonía del patriarcado su Hoffman e la sua impostazione terapeutica, nel quale richiamavo l’attenzione sul potenziale di questo notevole contributo alla rieducazione della capacità amorosa per un’educazione futura, qui dirò solamente che, sebbene il processo che realizziamo nel programma SAT non sia lo stesso che offrono i rappresentanti dell’Istituto Internazionale Hoffman, le idee fondamentali sono le stesse.
Dato che il vincolo amoroso con il padre e la madre è disturbato nella maggior parte degli individui dall’interferenza di un risentimento, cosciente o incosciente, richiede di essere sanato, e questo, a sua volta, implica la presa di coscienza completa del dolore, così come la catarsi della rabbia repressa. Solo in questo modo si può proporre di arrivare, attraverso la comprensione e la compassione, al perdono e alla benevolenza spontanea.
Tra le relazioni, nella nostra vita, nessuna è normalmente più importante della relazione di coppia, così che anche le relazioni amorose ricevono un’attenzione specifica nel programma SAT, attraverso un corso dedicato all’utilizzazione delle difficoltà nelle relazioni di coppia per il lavoro di crescita personale.
Sono poi prese in considerazione anche altre situazioni interpersonali non risolte, attraverso i laboratori di Gestalt e quelli di psicoterapia integrativa.
Il programma offre sufficienti opportunità di sperimentare e apprendere la terapia gestaltica, tanto che, per l’interesse suscitato, è divenuto un corso di perfezionamento per molti gestaltisti già formati.
L’accento posto su una ben precisa scuola di psicoterapia potrebbe sembrare arbitrario, in un’epoca in cui le scuole di psicoterapia si sono moltiplicate e la Gestalt ha perso l’importanza che aveva una trentina di anni fa. Ma, oltre al fatto che la Gestalt ha costituito una delle mie specializzazioni, credo che la scelta di questa modalità terapeutica (piuttosto che la programmazione neurolinguistica e l’analisi transazionale, per esempio) si giustifica pienamente per la sua universalità, per la valutazione della sua utilità da parte di terapeuti eclettici e, specialmente, per la sua importanza nell’educazione.
Proprio perché la Gestalt è uno strumento molto plastico e allo stesso tempo molto creativo per affrontare la vita emotiva, fu già scelta come il più significativo complemento terapeutico all’istruzione da George Brown, che decenni fa fu decano della Scuola di Educazione dell’Università di California, a Santa Barbara.
Molti anni fa, con l’appoggio della Fondazione Ford, Brown fu l’ideatore di un progetto che si chiamò “Confluent Education” (educazione confluente), nel quale si adottò la Gestalt per la preparazione di insegnanti che avessero, oltre alla capacità di insegnare, quella di gestire ciò che accade umanamente nel qui ed ora, tanto in se stessi che negli alunni, in modo da essere in grado – davanti ad uno che mostra una faccia cattiva, per esempio – di chiedergli cosa gli sta succedendo, senza il timore di non sapere cosa fare con la realtà della sua esperienza.
Questo implica una formazione, messa particolarmente in rilievo nella Gestalt, che permette di affrontare un incontro autentico, di poter aprire una parentesi nel processo di istruzione, quando capita l’occasione, per rispondere alla realtà affettiva e interpersonale del momento.
Desidero sottolineare la grande importanza della terapia Gestalt nel campo educativo, ricordando che, quando Perls insegnava negli USA presso l’Istituto Esalen, molte volte non presentava i suoi laboratori come occasioni di psicoterapia, ma parlava di “educazione all’espressività”, “educazione all’attenzione”, “educazione allo stare presenti”, ecc. È una capacità tanto universale quella che la Gestalt vuole educare che neppure l’apprezziamo debitamente: sapere cosa ci succede ed essere capaci di “stare qui”. È, nondimeno, una cosa così difficile, che solo i ricercatori sperimentati, coloro che hanno già fatto un certo cammino, “ le riconoscono il valore”, sanno cos’è questo coltivare lo stare presenti.
Molte volte io chiedo alla gente nei gruppi con i quali lavoro: “che cerchi?”, “che hai ottenuto?”, “dove stai?”, e verifico che solo i più maturi rispondono che il loro impegno è essere più presenti.
Il laboratorio di psicoterapia integrativa, al quale ho fatto riferimento, è uno degli aspetti più significativi e originali del programma SAT, poiché attraverso di esso i partecipanti acquisiscono rapidamente una capacità di aiuto – che non si basa su conoscenze teoriche bensì sull’esperienza – e la comprensione di capacità umane come quella di ascoltare, capire ciò che viene detto e volere il bene dell’altro.
A parte il beneficio che questo può portare agli altri, l’esercizio terapeutico dei corsisti, attraverso la serie graduata di esercizi terapeutici che includono questo programma pratico, è risultato di notevole beneficio all’interno del gruppo stesso, che si struttura in modo tale che in esso ogni persona riceva terapia da un compagno e la offra ad un altro, in una situazione di supervisione.
Al di là del beneficio terapeutico che questa situazione porta ad ogni membro del gruppo, tuttavia, l’esperienza di questo laboratorio, con le sue sessioni collettive di condivisioni, che promuovono un clima generalizzato di trasparenza, contribuisce significativamente alla formazione di una vera comunità.
Spesso, infatti, si sente dire da coloro che condividono le loro impressioni retrospettive, alla conclusione del programma, che la loro vita non sarà più la stessa dopo essersi sentiti tanto accettati, accolti, compresi o amati dai propri compagni.
Questo aspetto del programma mi pare uno dei miei contributi più innovativi e sorprendenti per la sua efficacia, nonostante che, durante la sua graduale elaborazione, lungi dal sentirmi originale, abbia solo provato a formulare esercizi ispirati agli aspetti più universali della psicoterapia.
Solo quando ho preso coscienza che non esiste – che io sappia – un programma tanto breve ed efficace, si è evidenziata la sua originalità. Essa risiede basicamente nel fatto che si possa apprendere a fare psicoterapia solo con brevissime formulazioni teoriche o tecniche, concretizzando la proposta di Rogers che gli aspetti determinanti nell’attività del terapeuta sono l’empatia, la benevolenza e l’autenticità.
A me pare che la psicoterapia si sia molto complicata e si sia molto mistificata, nel porre in rilievo cose che non sono quelle fondamentali. E penso che i presupposti fondamentali di una buona psicoterapia siano principalmente personali, non tecnici né teorici. Forse il principale è che il terapeuta capisca ciò che succede all’altro; se il terapeuta capisce ciò che succede all’altro, non è necessario nemmeno che lo dica, perché questo ha un effetto quasi magico: l’altro lo sa intuitivamente e si sente capito.
È anche importante che il terapeuta abbia a cuore il bene dell’altro, che sia benevolo. Anche questo si farà sentire, indipendentemente dal fatto che lo esprima con formule tipo “sì, sono con te, ti ascolto” o che non lo esprima.
Forse è più di buon gusto non esprimerlo quando non ce n’è bisogno.
Non è meno importante l’autenticità: si fa terapia con la verità e attraverso un appello alla verità dell’altro.
Ma queste tre cose, l’autenticità, la capacità, cioè, del terapeuta di essere autentico per indurre così l’autenticità dell’altro, la capacità del terapeuta di interessarsi all’altro e la capacità del terapeuta di capire l’altro non si coltivano nelle università. Non si imparano leggendo libri o nei laboratori di tecniche psicologiche: si coltivano attraverso un processo personale, e, pertanto, credo che sia ora di cambiare orientamento.
Ho ricordato alcune influenze che si fanno sentire fortemente nel programma SAT, come Gurdjieff, Ichazo, Perls, Hoffman e Rogers, ma non ho ancora detto che buona parte dell’insegnamento della meditazione, attraverso i diversi moduli del programma, si conforma alle tre tradizioni fondamentali del buddhismo: l’antica tradizione Theravada (rappresentata principalmente dalla Vipassana), il Mahayana (rappresentato dal buddhismo zen) e il Vajrayana o buddhismo tibetano.
È proprio la concezione pedagogica della Scuola Nyingmapa del buddhismo tibetano quella che ispira il programma di meditazione nel suo insieme, dall’inizio con la Vipassana, continuando con lo Shamata o pacificazione della mente, come fondamento dell’indagine esistenziale sull’essenza della coscienza. Solo che, essendo stato discepolo di un maestro altamente creativo, Tarthang Tulku Rimpoche, ho esercitato anche una certa creatività in quello che riguarda altri aspetti della meditazione, come la visualizzazione, la devozione e lo sviluppo della compassione, sostituendo le forme tradizionali con applicazioni innovative di ascolto musicale.
Un’altra componente che si fa sentire durante il programma SAT è la musica nelle sue applicazioni alla meditazione e alla psicoterapia – come naturalmente ci si sarebbe potuti aspettare da uno che è stato musicista prima di diventare medico.
Sarebbe troppo lungo parlare qui di tutte le componenti presenti nel programma SAT, sebbene alcune di esse, che non ho menzionato, siano originali e meriterebbero un libro a parte. Questo è il caso di un laboratorio di psicoterapia che ho progettato, non solo con un proposito di allenamento, ma anche per configurare un sistema di auto-guarigione di gruppo.
Un’altra disciplina che è sorta nello sviluppo dei nostri corsi, frutto della mia iniziativa e della professionalità di alcuni discepoli collaboratori, è stata una forma di teatro terapeutico che integra sia l’elemento gestaltico, sia la psicologia degli enneatipi.
Un’ulteriore componente del programma è stato il lavoro psico-corporeo – la cui essenza è la coscienza del corpo – che si dirige sia alla correzione posturale, sia a rendere fluido il movimento, ed è ricco di implicazioni sia psicologiche che spirituali.
In molti anni di sperimentazione, ho fatto ricorso a elementi molto vari, che vanno dallo yoga al tai-chi fino all’“Eutonia”, mentre, ultimamente, privilegio il metodo di Rio Abierto e il Movimento Autentico.
All’ambito psico-corporeo appartiene anche un lavoro sviluppato da discepoli messicani, Chalakani e Kretzschmar, che combina la tecnica della “rinascita” con la regressione a quegli stadi che Grof ha proposto di chiamare “matrici perinatali”.
Interrompo qui il commento delle principali componenti del programma SAT, commento che, naturalmente, non basta per dare l’idea di come l’insieme di esse costituisca nella sua realizzazione un processo di ricche interazioni e pertanto un sistema vivo che va al di là delle sue parti.
Da un altro punto di vista, avrei potuto definire questo processo come una sorta di “macchina per macinare ego”, un’iniziazione a un cammino di sviluppo spontaneo che giace in noi al di là di ogni ideologia o una scuola viva la cui sostanza sta più nelle persone che insegnano che nel curriculum esplicito.
Alcuni hanno parlato della scuola SAT come di una scuola di amore, di un luogo in cui si impara ad essere più umani e più veri.
Per molti significa una scoperta della dimensione spirituale della vita.
Molti si lasciano alle spalle vecchi modi di sentire e di vedere le cose, e sentono che la loro vita prende un’altra direzione o si modifica.
Costituisce per la maggior parte dei partecipanti l’ingresso in un cammino di trasformazione e, per i più impegnati, un tratto considerevole del cammino.
Un aspetto importante del programma SAT è di natura psico-sociale: il gruppo dei partecipanti si trasforma in un vero gruppo, nel quale ciascuno può mostrarsi com’è, esplorare condotte alternative e scoprire che è accettato e amato al di là dei suoi ruoli abituali.
Il SAT però non è solo un processo in cui la gente si sente accettata e confermata, in esso c’è anche un forte elemento di confronto e direi che sono ben equilibrati l’aspetto nutritivo e la proposta di una “guerra santa contro l’ego”.
Qualche volta ho invitato gruppi di colleghi a condividere che cosa “l’esperienza SAT” aveva rappresentato per loro, ed ha richiamato la mia attenzione l’accento posto sul fatto che per loro era stato un regalo l’esempio di docenti che “lavorano su se stessi”, senza isolarsi in un ruolo professionale.
Quando oggi si riconosce ampiamente che la psicoterapia dipende più dalla relazione che dalla tecnica o dallo stesso insight, in fondo si parla della benevolenza del terapeuta che gli consente di “contenere” i pazienti come i loro genitori non avevano saputo fare. Tuttavia, si riconosce meno il valore terapeutico dell’autenticità, che mi pare un ingrediente fondamentale di questa scuola viva.
Si è ripetutamente osservato che la pratica terapeutica, offerta nel programma SAT, interessa e serve tanto ai terapeuti quanto ai principianti, e che ogni corso è “quasi un miracolo” per le tante cose che accadono e per la grande quantità degli apprendimenti.
Mi pare che sia davvero così, e considero tale esito una conferma sperimentale della convinzione che mi ispira: per aiutare gli altri non abbiamo bisogno di lunghi studi, ma dell’esperienza del proprio viaggio interiore, attraverso l’auto-conoscenza e gli sforzi appropriati, un allenamento pratico-esperienziale significativo, una visione chiara di certe cose fondamentali e la capacità di incontro con il paziente. Per l’importanza di quest’ultima abilità, nella pratica educativa che ho progettato, parliamo a volte di imparare a “curare attraverso la verità”.
Per concludere, aggiungo una considerazione su come il nostro mondo malato e in crisi ha bisogno del sostegno alla trasformazione individuale: una società sana è formata da individui sani e non possiamo aspettarci che il bisogno di auto-realizzazione personale sia soddisfatto completamente dalle vie tradizionali.
È auspicabile una specie di democratizzazione della psicoterapia o, più ampiamente, un’educazione a lavorare spiritualmente e psicologicamente su se stessi e ad aiutarsi gli uni con gli altri per realizzarlo.
Difficilmente possiamo sperare in un mondo migliore senza cambiare la nostra educazione, trasformandola in qualcosa di significativo per lo sviluppo psico-spirituale. Per cambiare l’educazione bisognerebbe introdurre qualcosa di nuovo nella formazione degli educatori.
Ho già parlato di come l’Istituto SAT sia sorto in risposta all’interesse di un gruppo di ricercatori in California durante gli anni Settanta e di come sia rinato, anni dopo, in Europa, in risposta all’interesse di terapeuti.
Molti educatori hanno partecipato ai corsi, ma solo da poco anche le istituzioni cominciano ad interessarsene. Questo mi riempie di allegria, perché mi pare di avere sviluppato qualcosa che – l’apprezzamento degli educatori lo fa sperare – possa essere di grande utilità pubblica. Mi auguro che la mia “invenzione” possa un giorno contribuire a realizzare un mondo più favorevole per coloro che verranno.
Immagino che la maggior parte di quelli che mi ascoltano saranno d’accordo sul fatto che, difficilmente, otterremo un mondo diverso solo con la politica o attraverso il progresso spirituale o terapeutico di individui isolati o attraverso la formazione psico-spirituale di insegnanti che la ricercano individualmente: sarà necessario l’impegno delle università e il finanziamento di programmi rivolti a gruppi di docenti di scuole specifiche affinché arrivino a costituire, con autentico spirito di gruppo, un ambiente favorevole sia all’esercizio delle loro poco valorizzate capacità sia all’espressione e il libero sviluppo degli alunni.
Questo purtroppo ora non succede, perché molti professori che hanno seguito il nostro programma mi dicono che, malgrado il grande beneficio personale ricevuto e le nuove capacità di aiuto acquisite, ciò che hanno appreso e vissuto serve loro poco, quando tornano nei loro ambienti di lavoro.
Benché senza dubbio molti abbiano dimostrato nel corso del lavoro di gruppo una grande capacità terapeutica, arrivando a sviluppare, per formazione o per talento, una notevole capacità di aiuto e di stimolo dello sviluppo degli altri, essi sentono che l’ambiente delle scuole è incompatibile con un’espressione piena dell’umanità e delle loro capacità. Come se il sistema fosse incompatibile con la coscienza.
Ho il sospetto che, benché costituisca un’aberrazione poco presente nella coscienza del grande pubblico, il fallimento dell’educazione sia la maggiore tragedia del nostro tempo.
Si critica giustamente il capitalismo e il sistema militare-industriale ma bisognerebbe responsabilizzare anche il loro complice invisibile: l’inerzia istituzionale dell’establishment educativo.
È una vera tragedia, perché l’educazione, tra tutte le istituzioni umane, è quella a cui spetta il compito di favorire lo sviluppo umano. L’importanza del compito educativo non è da mettere in relazione soltanto con il momento storico, che versa in una situazione di stagnazione, per la pigrizia psicospirituale, ma principalmente perché ciò che produce l’uomo – il suo fiore e il suo frutto – è lo sviluppo della coscienza.
Perché meravigliarsi dunque se il nostro sottosviluppo in materia di umanità si traduce in un’infinità di disturbi e sintomi?
Coloro che hanno letto il mio libro La agonía del patriarcado sanno che, secondo me, la crisi universale che caratterizza il nostro tempo, che si estende dalla finanza all’ecologia e alla qualità della vita, è in fondo una crisi per mancanza di amore e di saggezza, cioè disattenzione allo sviluppo umano.
Gli educatori sembrano nutrire molte buone intenzioni, ma la loro preoccupazione ci nasconde la resistenza dell’istituzione a un cambiamento radicale.
All’inizio della mia carriera sono stato segretario privato del Ministro cileno della Sanità e mi sono reso conto di quanto sia facile smarrirsi in politica, anche con le migliori intenzioni.
Bisogna tener presente che così come esiste una patologia individuale, esiste anche una patologia del sistema, una specie di spirito del sistema o ego sociale dannoso. E, come nel caso dell’ego individuale, la sua distruttività risiede nell’incoscienza.
Come osservava Cicerone (anche se non ricordo le parole esatte): «ogni senatore è un grande uomo, ma il senato nel suo insieme è un idiota». Così, malgrado molti politici abbiano le migliori intenzioni, la politica è una macchina infernale e nemmeno le migliori intenzioni bastano a muovere le montagne.
Forse succede la stessa cosa con l’educazione. Ma l’inerzia istituzionale, che fa dell’educazione un immenso “elefante bianco”, è maggiore e, soprattutto, molto più temibile di quanto si pensa, e il fatto che questa “inerzia burocratica” non sia facilmente visibile la rende ancora solo più potente.
Credo che il pubblico in generale e gli educatori in particolare debbano adottare un atteggiamento rivoluzionario. Non sembra esserci altra scelta.
Spero che la gente, come quella qui presente, possa influire affinché le autorità si decidano a cambiare le cose.
L’educazione è finalizzata allo sviluppo umano. Per quanto si cerchi di utilizzarla anche per altre cose e per quanto l’inerzia del sistema pseudodemocratico delle élites economiche esiga un’educazione finalizzata all’obbedienza meccanica e alla produzione, sono convinto che un’educazione rivolta alla libera realizzazione delle nostre potenzialità evolutive e creative possa essere determinante per la sopravvivenza dell’umanità.
Educazione
Ho denunciato la sterilità distruttiva dell'educazione tradizionale formale (ovvero patriarcale) in un momento in cui avremmo bisogno di vera cultura, comprensione e di un buon cuore al di sopra di ogni altra cosa. Sono convinto che l'educazione costituisca la nostra più grande speranza, poiché ha prodotto la base istituzionale per ciò che finora ha solamente preteso di compiere e che un giorno forse potrà mettere realmente in pratica (aiutare lo sviluppo individuale).
Poiché il nostro più grave e comune problema è il sottosviluppo della coscienza, e il viaggio terapeutico contro la corrente del deterioramento è difficile, dobbiamo insistere sulla prevenzione. Il veicolo ci viene offerto dall'istruzione obbligatoria. Se solo ci rendessimo conto di quanto sia stato distruttivo cercare di educare i giovani come riflesso di ciò che noi siamo, e di quanto siamo ciechi e arroganti riguardo a come e fino a che punto trasmettiamo le nostre piaghe, quando crediamo di trasmettere i nostri valori!
La grande speranza di cambiare l'educazione (meglio presto che mai) dovrà fondarsi sulla terapia e sulla trasformazione degli insegnanti, perché sarebbe ridicolo immaginare che ciò possa avvenire soltanto attraverso una riforma del curriculum scolastico. A questo punto sorge una domanda: abbiamo un metodo efficace e realizzabile mediante il quale sia possibile educare gli insegnanti per offrire loro le esperienze e il training che il mondo accademico non ha mai offerto, e tuttavia indispensabili in vista di un'educazione per l'evoluzione individuale e sociale?
Io ritengo di aver creato questo metodo e di averne dimostrato l'efficacia con soddisfazione mia e dei miei colleghi ed ex studenti. Il lettore interessato potrà trovare le informazioni relative nelle sezioni SAT e SAT-educazione, oltre che nel mio libro "Cambiare l'educazione per cambiare il mondo", scritto originariamente in spagnolo, e pubblicato in portoghese e in italiano. (Qui trovate l'indice, la breve introduzione e un capitolo di campione, dove si descrive il lavoro esperienziale con i gruppi da me sviluppato, e che ritengo sia esattamente ciò che serve all'educazione per la sua trasformazione).
Il punto più importante, forse, è che cerco di convincere la gente che la trasformazione dell'educazione è la nostra speranza più concreta per un cambiamento massiccio della coscienza e potrà costituire la risposta alla nostra crisi attuale.
Claudio Naranjo  
         
Gestalt
Il dott. Naranjo descrive il punto di vista e la pratica di Fritz Perls in modo molto diverso rispetto a quello comunemente adottato oggi negli istituti di Gestalt in America. Per contrasto, il suo lavoro ha ispirato il movimento Gestalt latinoamericano.
A parte le considerazioni teoriche, Naranjo è stato il primo a utilizzare la meditazione come appendice della Gestalt durante i seminari tenuti a Esalen negli anni '60. È stato anche il primo a sviluppare le tecniche di meditazione interpersonale, sia come elemento dal valore intrinseco, sia come sostegno o background per esercizi psicologici specifici. Queste tecniche ora fanno parte del vasto insieme di approcci conosciuto come programma SAT e vengono affrontate nel libro "La via del silenzio e la via delle parole".
Naranjo è stato l'oratore principale al Primo Congresso di Gestalt a Berkeley, nel 1971, al Secondo Congresso della East Coast, al Secondo Congresso Internazionale a Madrid, al Terzo a Città del Messico, al Quarto a Siena e ad altri. Durante l'ultimo Congresso Internazionale, a Napoli, ha aperto e chiuso i lavori insieme a Daniel Bloom, direttore dell'Istituto Gestalt di New York. Ha scritto quattro libri sulla terapia Gestalt, solo il primo dei quali è stato pubblicato in inglese. Nel terzo, "Gestalt de vanguardia", denuncia il tradimento dello spirito e del retaggio di Fritz Perls nella "controrivoluzione" introdotta dai suoi ex collaboratori di New York. La casa editrice La Llave ha pubblicato nell'aprile 2007 il suo ultimo libro sull'argomento, "Por una Gestalt viva".
 

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