le nostre storie: "Volontà o Passione ?" di Tino Di Cicco

di Tino Di Cicco 21 gennaio '13
La volontà ci fa sentire “attivi”; la passione “passivi”. E noi pensiamo che essere attivi sia bene, essere passivi, male.
In realtà noi possiamo realizzarci solo nella passione; mai assecondando la nostra volontà, le nostre piccole “ragioni”.
 
Da Gesù a San Francesco, Da Simone Weil a Holderlin, da Antigone a don Chisciotte, da Rumi a Van Gogh, è sempre la passione a realizzarsi (e realizzarci).
Noi sappiamo che è così, intuendo che la passione non è la rinuncia alla “ragione”, ma la sua realizzazione in un ambito più puro.
E' vero che ci sono “passioni” che non sanno attraversare la ragione, ma queste vanno considerate solamente “istinti”. Mentre la passione nobile e pura si nutre di ragione, non ne ha paura, anche se non cede alle ragioni della ragione.
Noi siamo natura, e se il papavero si realizza “naturalmente” di rosso a primavera, la nostra natura ha bisogno di realizzarsi nel bene.
Sappiamo anche che il vero bene non è nella nostra disponibilità: possiamo comprare (quasi) tutto, ma non il trascendente. E come ci ricordano Platone, Gesù e Simone Weil, il vero bene non è di questo mondo: è trascendente (reale, ma – oppure perciò - trascendente).
Noi possiamo essere “attivi” solo dentro un mondo “a misura d'uomo”; un mondo dove non deve entrare la consapevolezza che noi siamo non solo materia e bisogni, ma anche nobiltà e “divino”. Dentro un mondo così impoverito è la nostra volontà a decidere.
Ma quando la “scintilla trascendente” che noi siamo e non siamo può farci naufragare nel sentimento del tutto, allora non possiamo che diventare “passivi”; non possiamo che subire l'esperienza del “divino” (“io mi sforzo di condurre il divino che è in me al divino che è nell'universo”, sono le ultime parole di Plotino).
Ma la modernità ha come privato l'uomo di nobili passioni, ed ha elevato a suo eroe Stachanov.
Siamo passati da una paideia che educava a capire chi siamo (ed educandoci ci realizzava nella gioia) ad una informazione che ci reclama servi dell'economia. E l'uomo, da intimo degli dei, è diventato un dettaglio del PIL (non si dice più “uomini” oppure lavoratori, ma : “capitale umano”).
Come è possibile appassionarsi per l'economia? Come può l'uomo sacrificare tutta la sua esistenza per testimoniare il “valore” della finanza internazionale?
Noi viviamo una volta sola; non abbiamo una vita di riserva da utilizzare quando saremo finalmente entrati nel Paradiso-della-Merce. Se noi rinunciamo – adesso – a realizzarci nel bene, rinunceremo per sempre. E questa rinuncia non è da condannare moralisticamente, ma è solo da com-patire, perché priva l'uomo dell'unica occasione che aveva.
E il fatto che le maggioranze si realizzino facendo la fila ai saldi invernali, non significa proprio niente. Mai le maggioranze hanno indicato una via per la salvezza (la salvezza, qui, naturalmente), ma si sono sempre accodate.
 
Se Gesù di Nazareth avesse aspettato il consenso della maggioranza, dove sarebbero le “radici cristiane dell'Europa”? Se Antigone avesse dovuto rispettare solo la legge degli uomini, sarebbe arrivata fino a noi la sua testimonianza ? Se Vincent Van Gogh si fosse arreso a fornicare con il mercato, saprebbe commuoverci ancora ?
Fin quando si tratta di volere i “valori”, siamo prigionieri della logica, del tempo, dell'uomo; ma quando una passione più grande di noi “umilia” la nostra volontà e ci obbliga a fare esperienza d'altro, allora è possibile intuire qualcosa; e allora non possiamo che ringraziare.
 
 
 

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