le nostre storie: La perdita del limite di Tino Di Cicco

20 febbraio '13
Niente come la perdita del limite caratterizza la modernità.
Niente come la consapevolezza del limite ha caratterizzato l'epoca dei grandi tragici Greci.
A quel tempo erano insuperabili i limiti entro i quali poteva svolgersi la vita: a limitare gli uomini c'erano gli dei, insensibili e anche ostili ai desideri dell'uomo. Al di là degli dei c'era il Fato: avverso non solo agli uomini, ma anche agli stessi dei. Ancora più in là c'era la morte a limitare ogni speranza dell'uomo.Poi con il cristianesimo Dio fu sempre meno il nostro limite, e sempre più il nostro complice, e cominciò così ad attenuarsi la consapevolezza della nostra irrilevanza.
L'alleanza con il Dio dei cieli ha illuso la nostra infantile voglia di onnipotenza, fino a farci credere che noi fossimo veramente un valore per l'universo.
Ma anche se era un nostro sodale, il Dio cristiano conservava ancora traccia dei nostri limiti: era suo, infatti, il governo del cielo e della terra; suo il discrimine tra il bene e il male; suo il potere sul tempo e sull'eterno.
 
Poi, con la “morte di Dio” ci siamo liberati anche dell'ultimo limite, e oggi l'onnipotenza dell'uomo sembra non avere più confini: tutto dipende dalla nostra volontà, suggerisce una pubblicità pronta a trasformare in business ogni nostra voglia.
Anche per questo, tutto quello che l'uomo ha, è normale, scontato (non produce gioia).
Tutto quello che non ha, diventa colpa e impotenza (produce depressione).
Si salva da questo schema chi è costretto, nonostante tutto, a fare esperienza del proprio limite.
Si salva chi deve confrontarsi con una “malattia incurabile”; chi deve subire la dolorosa impotenza di un handicap; chi viene spinto ai margini da una sventura; chi deve conoscere l'amore non riamato.
 
In queste condizioni è possibile liberarsi dalla presunzione di un soggetto tutto concentrato a soddisfare la propria volontà, e passare ad un altro livello di conoscenza: ”Ogni ricerca di un piacere è ricerca di un paradiso artificiale, di uno stato più intenso, di un'ebbrezza, di un accrescimento. Ma esso non ci dà niente, se non l'esperienza della sua vanità. Soltanto la contemplazione dei nostri limiti e della nostra miseria ci pone a un livello superiore” (S. Weil Quaderni vol. II 161).
Ma il passaggio ad un superiore livello di conoscenza è possibile solo se “a contatto con il limite – sappiamo – non mentire, e reggere senza speranza” (S.Weil, Quaderni vol. II 43).
L'uomo, infatti, è capace di inventarsi tutto, pur di non ammettere il proprio limite; è capace di qualunque menzogna, anche credersi “Figlio di Dio”, pur di sentirsi al centro dell'universo.
 
In realtà il limite non limita l'uomo; limita solo il nostro infantilismo, la nostra presunzione:
Il passaggio al trascendente avviene quando le facoltà umane - intelligenza, volontà, amore umano, - cozzano contro un limite, e l'essere umano resta sulla soglia, al di là della quale non può fare un passo, e questo senza lasciarsene distogliere, senza sapere ciò che desidera e teso nell'anima.
E' uno stato di estrema umiliazione. Impossibile a chi non è capace di accettare l'umiliazione”. S. Weil Quaderni vol. IV 363).
 
Ma l'esperienza del limite non è una scelta. Ed è possibile solo a chi è stato “contagiato” dalla consapevolezza di qualcosa che è al di là del limite. Chi “sente” il limite, vive già qualcosa che è oltre il limite; è aperto ad altro (il limite è visibile solo da chi non è limitato dal limite).
E solo perché è in qualche modo consapevole d'altro, vede il limite (vediamo, per esempio, il tempo come limite, perché abbiamo una qualche consapevolezza dell' ”eterno”. Se non avessimo questa consapevolezza, saremmo come le piante e gli animali, non conosceremmo il tempo).
Il limite è esperienza d'altro; altro che gli uomini finora hanno chiamato “divino”, “spirito”, ideale. Qualcosa che ci annulla e ci realizza; qualcosa che ci fa accettare tutto, e tutto ringraziare.
Perché solo chi ha conosciuto l'inferno, potrà poi vivere il paradiso; solo chi ha visto la morte, amerà tutta la vita; solo chi è stato annichilito dal nulla, potrà commuoversi per le stelle.
Quando un uomo ha toccato il limite, ed ha perciò capito che ogni uomo è niente, un sorriso diventa un regalo non del tutto meritato; un gesto di solidarietà, la prova della giustizia; l'amore, un dono talmente grande da farci quasi vergognare.
Solo allora entreremo nella nostra più vera dimora. E solo allora anche una giornata piovosa, può diventare una giornata stupenda.
Ma non dipende da noi l'accettazione o meno del limite.
 
Dipende dalla sventura o dalla gioia che sapremo reggere vivendo; anche se non dipende da noi quanta sventura o gioia poter reggere vivendo. Non c'entra niente la volontà o la morale. Tutto è stato deciso prima che noi diventassimo noi.
L'uomo è una costruzione fittizia della società; i suoi “valori” sono costruiti quasi tutti dal “peso” delle maggioranze dentro l'individuo.
La ricerca del potere e del prestigio sociale sono la sostanza di ciò che vale nella comunità degli uomini.
Ma c'è stato un tempo (e può tornare ad esserci) in cui gli uomini riuscivano – per fede – a reggere la solitudine: ed allora trovarono gli angeli e il divino.
Se per caso, per grazia, destino, una feritoia ci libererà dalla prigione del sociale, noi potremo tornare a vedere altro. E solo allora potremo dare pane a quella fede che, in altri tempi, non si rassegnava alla fede degli uomini.
 
le nostre storie
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