le nostre storie: "l'apparato" di Tino Di Cicco

di Tino Di Cicco
27 febbraio '13
 
L'apparato già scaldava le nomine. Tutto era pronto per il festino. I sondaggi snobbati quando dicevano altro, questa volta erano tenuti in grande considerazione.
Poi c'erano state le primarie; tutto era chiaro, logico, moralmente legittimato: aveva vinto chi doveva vincere (burocrazia dixit) per il bene del Paese-apparato.
Non capiva (e non capirà mai) l'apparato, che se le regole per le primarie sono decise per escludere la partecipazione, allora è quasi inevitabile che qualcuno dell'apparato possa celebrare i suoi trionfi.
Non capiva (e non capirà mai) l'apparato che fuori la burocrazia del partito, dei suoi interessi, dei suoi “valori”, c'è tanta, tantissima realtà.
Realtà che può essere esclusa dalla primarie, ma non è ancora possibile escluderla dal voto.
E quando vota, sceglie persone, passioni, valori diversi da quelli codificati dall'apparato.
Dopo la “morte di Dio”, e la rinuncia papale, l'apparato crede di essere rimasto l'unico detentore della verità.
L'apparato studia, lavora, pensa, solo in funzione dei propri interessi (un certo Karl Marx lo sapeva benissimo).
Il mondo fuori, quello delle persone normali, quelle che studiano ma non trovano lavoro, o quando lo trovano non hanno né diritti, né stipendio per vivere; quelle che saranno precarie “finché morte non li separi” dal lavoro ; quelle che non sono abili alla lotta per la sopravvivenza a suon di raccomandazioni; quelle che quando stremate dal lavoro andranno in pensione a 4/500 € al mese saranno onorate di sapere che avranno contribuito a pagare i contributi figurativi di qualche boiardo di Stato per aiutarlo ad ottenere fino a 90.000 € al mese di pensione, questo mondo qui è considerato dagli apparati solo un epifenomeno del suo mondo.
Questo mondo, pensano le burocrazie, può anche parlare, pensare, ragionare, ma la verità la conosciamo solo noi.
Eppure un tempo i burocrati erano persone normali; forse si erano avvicinate all'”idea” per aiutarla a partorire una realtà migliore, ma che poi, nelle more, hanno pensato fosse più redditizio aiutare se stessi.
L'apparato si considera il legittimo interprete della società (e forse anche del mondo). Vive , ragiona, s'indigna con la logica del “chi è dentro è dentro, e chi è fuori è fuori”.
Ma poi qualche volta il fuori non si rassegna, entra nei talk show e ridicolizza i burocrati del bene.
 
Cari amici dell'apparato (di tutti gli apparati) respirate anche un poco d'aria fuori dei vostri uffici. Fatevi una passeggiata nei boschi in primavera alla ricerca di asparagi; guardatevi “viva la libertà” per recuperare la vostra umanità.
Oppure, se avete tempo, guardatevi la sera la stella più lontana nel cielo: potreste capire il mondo, più di quanto pensate di capire dentro i Comitati Centrali o di periferia.
 

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