le nostre storie: "casualmente" - Tino Di Cicco

23 aprile '13
Casualmente era nato. Casualmente nel ventesimo secolo; in Occidente. Sano, casualmente, e di normale intelligenza.
Anche lui per vivere era stato condizionato dallo stomaco e dal sesso; anche lui aveva dovuto lavorare, dormire, mangiare, respirare; anche lui.
Tutto questo era necessario; erano cose utili per vivere, ma lui sentiva che questo non era ancora il bene. Non credeva che questi fossero i “Valori”; non riusciva a lasciarsi coinvolgere intensamente da queste cose: pensava sempre ad altro.
Intuiva che la sua natura poteva realizzarsi veramente solo quando riusciva a conoscere il bene e ad amare l'esistente.
Aveva letto milioni di libri per capire; aveva visitato tante terre della nostra Terra; aveva interrogato uomini eccellenti per sapere; aveva imparato lingue di altri Paesi per conoscere il pensiero di altri uomini. Ma di tutto quello che vedeva, sentiva, pensava, a lui interessava solo: crescere nel bene e amare l'esistente. Era questa la sua stella polare; era questa la passione che lo dominava.
Aveva dovuto imparare che gli uomini si sentono liberi solo quando possono manifestare il loro carattere; dimenticando che così liberano i loro istinti, non il bene seminato dentro loro.
Aveva dovuto imparare che anche quando parlano del divino, gli uomini pensano quasi sempre ai loro interessi.
Ma lui non si rassegnava a tutto questo: lui sapeva che oltre quello che gli uomini considerano utile, necessario, c'era altro; per questo lui non riusciva a rassegnarsi all'esistente.
Intuiva che dio doveva coincidere con il mondo, e “sapeva” perciò che chiunque era destinato a “provare” dio, non poteva non crescere nel bene e nell'amore di tutto l'esistente: “i figli della terra sono tutto amore/ come la Madre, e accolgono tutto” (F. Holderlin, il Reno)
All'inizio questa fu dolorosa e umiliante passione; poi fu l'occasione per l'esperienza della gioia senza perché. All'inizio fu sventura nei bassifondi del nulla, poi fu la mite folgorazione della bellezza.
Quando il suo tempo stava per finire, si rese conto che questa sua vocazione non era solo sua: era la vocazione di tutti.
Perché tutti abbiamo bisogno di conoscere il bene e amare l'esistente per vivere. Ma ognuno arriva dove può in questo percorso.
Se uno è santo al massimo grado, diventa Francesco di Assisi; se è un cuore nobile può diventare don Chisciotte de la Mancha. Ma nessuno è obbligato a diventare quello che non è: né dallo Stato, né dalla Chiesa.
La legge e la morale sono inevitabili; ma per crescere nel bene e nell'amore non servono a niente; “molto la Necessità opera/ e la cura e il crescere, il più/ può la nascita,/il raggio di luce/ che incontra il nuovo nato (F.Holderlin, il Reno).
Bisogna lodare molto quelli che amano; quelli che utilizzano questo tempo chiamato vita solo per bruciarsi nel fuoco del bene.
E bisogna essere – forse – ancora più amorevoli per quelli che cercano il bene, e trovano sempre altro. Per quelli che cercano amore per essere riamati, e non riescono a trovare la cadenza giusta.
Molti qui cercarono la felicità nel pranzo della domenica, o sperarono nel tempo del Paradiso. Qualcuno, senza merito alcuno, sapeva che la “naturale” tensione dell'uomo alla felicità, si nutre solo di bene e di amore.
E trovò così la vera nobiltà nascosta dentro se stesso: e fu la gioia.