le nostre storie: la trattoria degli studenti - Marco Cinque

una tavolata della Trattoria degli Studenti
di Marco Cinque
23 aprile '13
 
La vecchia trattoria del sor’ Domenico, conosciuta anche come da Domenico er faciolaro, era frequentata soprattutto dagli operai che lavoravano presso l’ex Mattatoio, attorno cui nacque il vecchio quartiere popolare di Testaccio.
Situato in via Galvani, proprio a un centinaio di metri dal Mattatoio, questo locale fu rilevato nel dicembre del 1973 da un gruppo di 18 tra ragazze e ragazzi che ne fecero la prima trattoria autogestita di Roma. L’idea era quella di dar vita a una forma di impresa alternativa ed a un modo di lavorare diverso, senza un padrone e senza tutte le alienazioni che caratterizzavano la maggior parte degli impieghi convenzionali.
L’organizzazione del lavoro era abbastanza caotica e si basava su dei turni settimanali a rotazione, suddivisi tra le mansioni di sala e quelle di cucina, dove ciascuno partecipava in modo diversificato: chi dava una disponibilità ampia e chi si accontentava di pochi turni. Ogni tipo di partecipazione era caratterizzata da diversi fattori, come ad esempio una maggiore o minore necessità economica o anche dalla semplice voglia o meno di lavorare.
Il principio era che quanto più si lavorava, tanto più si acquisivano le azioni proprietarie che si sarebbero potute riscattare al momento della liquidazione. All’epoca, negli ambienti della sinistra, si usava anche lavorare semplicemente per fare esperienza e per poter dire “sì, sono benestante, ma ho lavorato tre mesi in fabbrica, due mesi come cameriere, etc., così sono più simile ai proletari”. Ma a differenza loro i proletari veri dovevano pagare l’affitto e tutte le spese necessarie a mantenere la propria autonomia. Lo spirito generale però era straordinario, perché accomunava persone di tutti i diversi stati sociali, economici e culturali in un unico progetto.
Marco ed Elena in cucina                    
Anche la “clientela”, perciò, si rifletteva in questo spirito. I pranzi erano frequentati soprattutto da operai, impiegati, insegnanti e militari di leva. I pomeriggi invece erano dedicati alle bevute e alle partite di scopa e briscola, dove gli abitanti del quartiere, i vecchi testaccini DOC, erano tenuti a bada da due anziane signore, Irma e Emilia, adottate per la loro verace simpatia ma anche per apprenderne le arti culinarie popolari e le ricette tradizionali. A cena invece si poteva vedere di tutto: studenti, artisti, intellettuali; insomma un ambiente molto eterogeneo dove nessuno doveva sentirsi fuori posto.
Tra i tavoli poteva capitare di vedere il poeta Dario Bellezza o Alberto Moravia, ma anche uno sconosciuto Roberto Benigni che spesso usufruiva del “menù economico”, fatto apposta per chi era a corto di quattrini. Ricordo che il primo menù economico, deciso come ogni altra cosa in assemblea, aveva un prezzo davvero popolare: 1200 lire per un primo piatto, un secondo, un contorno e perfino un quartino di vino.
La domenica era spesso dedicata alle assemblee, dove le discussioni e le decisioni avevano sempre un taglio politico e culturale. In quel contesto venivano discussi anche i ruoli e le modalità dei rapporti. Il gruppo delle donne era numericamente predominante e per gli uomini quella fu un’ottima opportunità di confronto e arricchimento.
Durante il primo anno di lavoro fu molto difficile riuscire a raggranellare uno stipendio, ci si pagava pochissimo perché quasi tutto il denaro era investito per ripagare le cambiali dell’acquisto, ma di certo nessuno moriva di fame.
 
Questo particolarissimo locale, effettivamente, non era mai stato “battezzato” con un nome e non aveva alcuna insegna, ma era conosciuto soprattutto come la “trattoria degli studenti”. Ben presto divenne un importante punto di ritrovo della capitale, dove si organizzavano non solo delle belle mangiate, ma anche eventi, concerti e mostre. Tra le varie, ricordo una mostra davvero curiosa, dove vennero esposte le tovaglie di carta disegnate e illustrate dalla clientela in attesa delle portate.
Poi c’erano i cosiddetti “venerdì speciali”, dove ci si sbizzarriva in menù internazionali con ricette di ogni parte del mondo. Talvolta i risultati non erano proprio eccezionali e spesso gli ingredienti base, comunque tutti di ottima qualità, erano per lo più approssimativi a quelli originali. Ricordo una coppia di ragazze orientali che, molto incuriosite, ordinarono del riso fritto indonesiano. Alla vista delle portate le loro espressioni risultarono alquanto meravigliate. Poi, all’assaggio, esclamarono: “questo no è liso flitto ndonesiano, ma lo stesso molto buono, glazie”.
In fondo alla sala più grande c’era un vecchio pianoforte a coda e spesso, dopo le cene, si spostavano i tavoli per creare spazio e si iniziava a suonare, cantare e ballare.
Il gruppo originario dei 18, nel corso degli anni, subì molti cambiamenti con persone che entravano e uscivano in continuazione. C’era persino chi lavorava per un paio di settimane o un mese e poi spariva. Ho più volte provato a tenere il conto, cercando di ricordare tutti coloro che hanno partecipato a questo strampalato e meraviglioso progetto, ma credo che la cosa sia quasi impossibile.
Dopo qualche anno, una parte consistente del gruppo che voleva dare una sostanza più professionale e meno improvvisata al lavoro svolto, lasciò la trattoria e fondò l’enoteca “Cul de Sac”, a Piazza Pasquino, nei pressi di Piazza Navona, locale tutt’oggi funzionante e divenuto una delle enoteche più conosciute della capitale.
Tutto era iniziato con l’idea di una semplice trattoria autogestita, ma quel luogo si trasformò in un porto di incontri tra diverse umanità, un crocevia di mondi ed esperienze proseguito per diversi anni, fino al 1980. Ma già dal 1978, dalla vicenda del rapimento e dell’omicidio di Aldo Moro, il clima sociale e culturale era profondamente cambiato e di certo influì sul declino di un progetto così speciale e indelebile nella memoria di chi ha avuto la fortuna di parteciparvi.