le nostre storie: diritti dei lavoratori - Andrea Quercioli

di Andrea Quercioli
 
Come ogni giorno lavorativo della settimana, anche quel mercoledì di fine maggio del nuovo decennio, Paolo T. è di fronte al suo tornio nella grossa industria del nord in cui lavora da alcuni anni. Appare tranquillo e abbastanza soddisfatto mentre manovra con perizia il tornio.
 
Forse è tifoso di calcio e pensa al campionato appena conclusosi con la vittoria del Cagliari di fronte a tutte le grandi. O forse pensa alla canzone attualmente prima nella hit parade, vincitrice del Festival di Sanremo a Febbraio, “Chi non lavora non fa l'amore” di Adriano Celentano. Una canzone che in tanti, Paolo T. compreso, hanno preso come un insulto verso tutti quelli come lui che nei mesi precedenti avevano fatto un sacco di ore di sciopero con tutti i problemi connessi di bilanci familiari durante il cosiddetto “autunno caldo”. Nel settore metalmeccanico sono state 184 le ore di astensione volontaria dal lavoro (di cui ben 72 concentrate nel mese di settembre) da settembre a dicembre per avere un salario medio mensile di 120.000 £. (contro le 100.000 del 1969) ma adeguamenti normativi che vanno dalla riduzione dell'orario di lavoro a 40 ore, diritto di assemblea nelle fabbriche, salute nei luoghi di lavoro, abbattimento delle cosiddette gabbie salariali (salari differenziati a seconda della area geografica di appartenenza) ed altro ancora.
Paolo T. è soddisfatto dei risultati, semplicemente perché il suo quotidiano lavorativo è migliorato.
Ed oggi, 20 maggio 1970, migliorerà ulteriormente perché entra in vigore la Legge 300 quella che ha come titolo: “Norme sulla tutela della libertà dei lavoratori, della libertà sindacale e della attività sindacale nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento.”
In pratica lo Statuto dei Lavoratori.
Nell'ordinamento giuridico italiano è finalmente ratificato il primo principio costituzionale, nonché anni di lotte, sfociate in quelle del 1969 per un concetto di lavoro più dignitoso.
Questo, nonostante l'astensione del PCI di allora, ufficialmente contrariato dalla limitazione della applicabilità della Legge alle aziende con più di 15 dipendenti in un Paese dove regnava una piccola industria e un artigianato, e sotto la spinta dell'altro partito “sociale” che è un PSI che sperimenta il governo grazie all'intuizione del centrosinistra di Aldo Moro.
 
La storia dello Statuto dei lavoratori è comunque una storia che viene da lontano e che è trasversale a tutte le parti sociali del Paese di allora.
Sin dal 1952 Giuseppe di Vittorio, il leggendario sindacalista contadino all'epoca presidente della Federazione Sindacale Mondiale ed esponente di punta della CGIL, si pronunciò pubblicamente circa la necessità di una sorta di “legge quadro” in materia di lavoro che riprendesse i principi costituzionali. Più o meno in quel periodo le ACLI associazione pubblicarono a Milano una inchiesta sulla forte discriminazione anche ideologica e religiosa, e lo sfruttamento nelle fabbriche italiane.
L' Italia del dopoguerra infatti, è passata da una economia rurale ad una più industriale e la crisi dei braccianti agricoli e l'emigrazione dal sud libera una forza lavoro straordinaria ed estremamente favorevole per la nascente industria. Sostanzialmente il classico padrone ha mano libera nella gestione del lavoratore, dal momento della assunzione in poi, governando l'impresa con un mix di paternalismo e rigidità.
In certe situazioni si registrano sviluppi imprevedibili. Ad esempio è tipico il caso dell'Emilia Romagna, ma anche di Toscana, Umbria e Lombardia, dove i licenziamenti per motivi ideologici e sindacali sostenuti dal repressivo Governo Scelba danno vita al modello emiliano da cui nasce la nuova figura del “padrone rosso”, il consolidamento dell'istituto cooperativo e la nascita di un vincente associazionismo come, ad esempio, la CNA.
 
 
Ma la norma è che si lavora, come dice il padrone, e basta.
E se provi a protestare o licenziato o bastonato in piazza.
Ma l'operaio inizia ad alzare la cresta, complice anche un sindacato che ha nei partiti un riferimento forte e che lo sa usare.
Le rivendicazioni delle piazze entrano in Parlamento insieme ai socialisti dell'epoca e il Parlamento inizia a legiferare prendendo atto delle nuove realtà.
Con Legge del 30 giugno 1965 prende vita il Testo unico in materia di infortuni e malattie professionali, seguito a ruota dalla legge del 21 luglio che istituiva la pensione sociale. Quasi esattamente un anno dopo con legge n.604 del 15 luglio 1966 si regolano i licenziamenti.
Dal dicembre 1968 al agosto 1969, come ministro del lavoro e della previdenza sociale c'è un certo Giacomo Brodolini.
Chi è questo signore ? Un ex partigiano, socialista, laureato in lettere ed ex vicepresidente della CGIL quando a capo c'era Di Vittorio. Questo signore è colui che si batte, con successo, per la previdenza sociale, l'abolizione delle gabbie salariali e ottiene l'istituzione di una commissione nazionale per redigere una bozza di statuto dei diritti dei lavoratori con a capo un docente universitario: Gino Giugni. A lui viene attribuita la paternità dello Statuto (e per questo motivo nel 1983 venne gambizzato dalle BR) anche se Giugni dirà sempre di avere seguito le indicazioni di Brodolini, morto qualche mese dopo l'istituzione della commissione.
Dal 20 Maggio 1970 quindi Paolo T. e con lui tutte le persone che lavorano in Aziende con più di 15 dipendenti hanno la libertà di opinione sui luoghi di lavoro così come recita il primo dei 13 articoli della prima parte della Legge, prima parte intitolata “della libertà e dignità del lavoratore” e dove si parla, tra l'altro, di controllo a distanza, di tutela della salute e di divieto di indagine su opinioni personali ed altro ancora. Seguono poi altri 4 articoli sulla libertà sindacale, nove sulla attività sindacale e altri ancora per un totale di 41 articoli, firmati dal Presidente della Repubblica di allora, Giuseppe Saragat, e da Mariano Rumor, Carlo Donat-Cattin e il guardasigilli Reale.
Nella pratica Paolo T. vede entrare nella fabbrica il sindacato, legittimato interlocutore tra le sue esigenze di lavoratore e quelle del padrone, e un affermarsi di una nuova branca di Diritto che è quello del lavoro e che sempre più importanza avrà negli anni a venire.
Ad oltre quaranta anni di distanza, lo Statuto dei lavoratori è periodicamente sotto attacco da chi lo vede sempre più un ostacolo produttivo tanto da introdurre pesanti modifiche a qualcuno degli articoli più importanti (l’art. 18 sui licenziamenti) con il pretesto di una loro presunta rigidità.
Chissà se il pensionato Paolo T. legge i giornali dove qualcuno scrive che non è la mancanza di una efficace legge anticorruzione o di una politica del lavoro l’ostacolo ad una crescita economica, ma una Legge che viene da lontano e che parla di dignità del lavoro ?

 

Note di approfondimento:
 

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