le nostre storie: la contraddizione - Tino Di Cicco

 
di Tino Di Cicco
Quanta diversità riesci a tollerare senza viverla come minaccia alla tua identità ?
Quanta contraddizione puoi sop-portare senza perdere fiducia nella tua fede ?
Segnali, sono i confini tra il “materiale” e lo “spirituale” in te.
Perché sei tu a dare corpo al “materiale”; è il distacco da te a dare “spirito” allo spirituale. E la capacità di reggere o meno le contraddizioni, misura l'uno e l'altro.
Più divergenze l'uomo porta dentro sé, più coincide con la realtà; e questa coincidenza non produce un risultato morale, ma genera la gioia.
Perché sentimento della realtà e quello della gioia, sono la stessa cosa: “la gioia è il sentimento della realtà” (S. Weil, Quaderni , vol. II pag. 204).
Nella Grecia del periodo d'oro, Dioniso era il nome del dio capace di portare in sé il massimo del contraddittorio. Dolorosa e gioiosa era la fedeltà a quel dio; e intensa la vita.
Allora Filolao poteva dire “la più bella armonia, massimo di separazione e di unità” (S. Weil, Quaderni, vol. III, pag. 409)
Ma noi abbiamo perso la consapevolezza della complessità, contraddittorietà, tragicità del reale, per arrenderci ad una lettura semplificata del mondo. Quella che ci ha fatto occultare il mistero e l'assurdo della nostra ex-sistenza, per poter diventare diligenti e operosi manovali del PIL.
Non conosciamo più quel più alto livello di esistenza che in altre epoche gli uomini chiamarono “spirituale” e “divino”.
E non lo conosciamo più anche perché non siamo più in grado di reggere quello che ci contraddice. Ma senza questa esperienza, siamo orfani della principale possibilità per sperimentare la sfera del “divino”: ” la contraddizione, l'impossibilità, è il segno del soprannaturale” (S.Weil, Quaderni, vol. IV pag. 155). Oppure “ciò che chiamiamo mondo sono i significati che noi leggiamo; dunque qualcosa che non è reale. Ma esso ci afferra come dal di fuori; dunque è reale. Perché voler risolvere questa contraddizione, quando il compito più alto del pensiero, su questa terra, è quello di definire e contemplare le contraddizioni insolubili che, come dice Platone, tirano verso l'alto”? (S. Weil Quaderni, vol. IV pag. 409).
E non siamo più in grado di reggere la contraddizione, perché la contraddizione contra-d-dice esclusivamente il nostro “io”; un “io” “in-tronato” dall'Occidente sull'altare del massimo valore.
Siamo legati all'io, come un tempo l'uomo era legato al Dio, e non possiamo tollerare alcuna minaccia che contraddice il nostro “io”. Ogni esperienza che limita il nostro “io” ci sembra solo dolore; ma “tutto ciò che spinge con violenza... a guardare in faccia la contraddizione, è un rimedio alla menzogna, rimedio sempre doloroso” (S.Weil, Quaderni, vol. I pag. 339).
Noi evitiamo la consapevolezza della contraddizione, perché “sappiamo” che quasi sempre essa apre le porte alla follia e all'emarginazione, come hanno dovuto sperimentare Nietzsche, Holderlin e Simone Weil.
Ma forse la loro “follia” è più la prova della nostra estraneità alla “verità”, che la testimonianza del loro fallimento.
Nella Grecia di Sofocle, tutto il popolo ateniese – fino a 40.000 persone – partecipava religiosamente al rito della tragedia. Il tragico (che era fondamentalmente consapevolezza della solitudine e impotenza dell'uomo nell'universo; consapevolezza delle enormi forze che lo contra-d-dicevano), era “cultura popolare”, e le relazioni tra gli uomini erano mediate da quella consapevolezza.
Nella modernità c'è la presunzione che il tragico, il limite e il contraddittorio, appartengano al passato; quando ancora non c'era la tecnologia ad accendere i nostri computer. E chi nella modernità è costretto – per onestà – ad esplorare la realtà che ci contra-d-dice, dovrà necessariamente subire l'emarginazione e la follia.
Eppure dovremmo sapere che solo accettando tutta la realtà, anche quella che dolorosamente ci contraddice, noi possiamo evadere dal carcere della nostra piccola identità.
C'è chi pensa che accettare quello che limita la nostra identità, quello che addolora la nostra volontà, sia testimonianza di rassegnazione e impotenza. Pensano sia solo una debole sottomissione al fatalismo.
Non sanno che accettare il Fato, la contraddizione, il tragico, comporta il massimo confronto con la realtà; comporta un lavoro quotidiano contro la finzione dell'io; e un esercizio costante di attenzione; tutte esperienze inconciliabili con l'idea di debolezza, rassegnazione e passività.
E' vero che liberandoci dell'io e della identità da esso generata, tendono ad azzerarsi anche le pretese della nostra volontà; ma questa “rinuncia” a competere nel mercato degli uomini, nasce da un bisogno di fedeltà a qualcosa di grande che noi sappiamo di essere e non essere; nasce dal bisogno di testimoniare la realtà dell'invisibile; è generata da una tensione costante per far esistere tra noi anche l'amore che non c'è.