le nostre storie: Angeli di Tino Di Cicco

Gli angeli
di Tino Di Cicco
16 settembre '13
 
Gli uomini sono costretti dal loro carattere ad abbaiare l'uno contro l'altro: come i cani. Pensano di realizzarsi con la forza delle mandibole e la violenza dei canini.
Ma quando qualcuno è toccato dalla consapevolezza che il carattere degli uomini non è deciso dalla volontà degli uomini, piano piano ci si libera dal bisogno di gareggiare con gli uomini, per aprirsi alla purezza.
“Puro è ciò che è sottratto alla forza” III 142; e si rinuncia alla forza non per debolezza, ma per aver scoperto un tesoro che la forza non ci potrà mai dare.
E' impossibile spiegare ad una pianta o ad una pietra la tenerezza dell'amore; è ancora più difficile spiegare ad un uomo corrotto dalla razionalità della forza, la bellezza dell'attesa, della pazienza , dell'accettazione.
“Il falso Dio muta la sofferenza in violenza, il vero Dio muta la violenza in sofferenza” III 207. Quando si scopre l'ordito entro il quale è prigioniero l'uomo, non si giudica più nessuno; non per moralità o per timore, ma per aver capito che nessuno è responsabile del carattere che ha.
Noi siamo stati calati nella nostra natura come dentro un vestito che non abbiamo scelto noi. E se noi non abbiamo scelto il nostro vestito, neanche gli altri hanno scelto il loro.
Noi dobbiamo agli uomini la nostra attenzione, non il nostro giudizio.
San Francesco nasce da questa consapevolezza, ed anche Gesù di Nazareth; lo ha intuito Simone Weil e Holderlin; i mistici dell'Islam e quelli devoti a Buddha. Lo sanno i maestri zen e gli induisti.
Lo sanno tutti gli uomini schiacciati senza colpa da una colpa nata per loro molto prima di loro.
Noi accusiamo gli altri quando non sappiamo come gestire un dolore: “ soffro, qualcuno deve essere colpevole” (F. Nietzsche), e la menzogna accreditata come verità ci semplifica la vita.
Ma neanche la menzogna è “colpa” del mentitore, se la sua vera “colpa” è quella di non essere in grado di reggere un diverso peso di verità.
Solo “la pazienza ci aiuta a non trasformare la sofferenza in un crimine” III 361; ma per essere “agiti” da questa pazienza, occorre aver conosciuto l'amore trascendente, quel sentimento che accende gli uomini per quello che non c'è, e li rende gioiosi per tutto quello che c'è.
Noi siamo animali da peso, siamo oppressi dalla gravità, e misuriamo il nostro valore con la forza e la violenza; gli angeli indicano un altro percorso: più leggero, più “debole”, quasi inutile, e perciò più puro: “il bene assolutamente puro deve essere reale e inefficace” III 89
Dovremmo saper convivere con la leggerezza degli angeli, ma questa leggerezza sembra essere un peso insopportabile per gli uomini. Si diventa leggeri per troppa profondità, per aver vissuto intensamente la nostra tragica condizione, e per essersi così liberati della paura della morte.
Ma normalmente gli uomini hanno timore a seguire questo doloroso percorso; si fermano perciò prima, e la paura della morte li condiziona pesantemente. Li condiziona illudendoli di essere qualcosa, qualcuno; di avere un “peso” nella società e nell'universo, e restano così prigionieri della gravità.
L'angelo è silenzio molto più che parole; tristezza senza più rancore; gioia al di là del piacere; l'angelo ignora la forza, conosce solo l'amore.
Noi invece pensiamo che utilizzare la forza sia la prova del nostro carattere, del nostro valore, mentre “la purezza assoluta consiste nell'assenza di qualsiasi contatto con la forza” (III 195)
L'uomo è insicuro, per questo cerca di occupare l'esistente; l'angelo ha fede nell'invisibile, per questo può rinunciare anche a se stesso.
Ogni persona che rinuncia sentirsi il centro di gravità del mondo è un angelo; perché la persona può rinunciare alla sua falsa onnipotenza, solo se è stata toccata dalla consapevolezza che il vero bene è trascendente. E cercando, inseguendo, amando il trascendente, possono spuntare anche a noi, senza merito alcuno, le ali.
 
Nell'angelo arrivano tutte le contraddizioni, ma non si contraddicono più; arriva tutta la violenza degli uomini, ma non ferisce più nessuno :” a quelli che in nessun caso farebbero del male, non è possibile farne “ IV 86
Più l'uomo si percepisce come il centro dell'universo, più è costretto a vivere come male ogni cosa che limita questa idolatrica presunzione. Più l'uomo si avvicina alla consapevolezza della sua irrilevanza, della sua nullità, più crescono le ali per l'angelo. E quando l'angelo è toccato da quelle interferenze che gli uomini chiamano “male”, lui non capisce e non soffre: “per poter essere perfettamente giusti, si deve poter subire l'ingiustizia senza ricevere alcun male” III 364
Gli angeli non hanno patria, sono solitari, si muovono in silenzio, aprono ad altri mondi con la loro sola presenza.
Segnano sentieri ignorati da tutti, e che pure sarebbero la salvezza per tutti.
Sono discreti, miti come la luna; ma gli uomini si voltano solo ai rumori , per questo dicono che gli angeli non esistono.
Noi non abbiamo più consapevolezza che “il reale è trascendente”, per questo non vediamo più gli angeli; gli angeli non hanno né “volontà”, né “carattere”, né “identità”, per questo non soffrono il male.
Hanno troppo pudore gli angeli per rendersi visibili; troppa discrezione per farsi udibili, troppo puro è il loro amore per manifestarsi tra gli uomini.
L'angelo è un pensiero in volo verso dio; un dio che non ha bisogno dell'adulazione degli uomini per sapersi dio.
Chi per fortuna riesce a “sentire” l'angelo, continuerà a vedere il male, ma non potrà giudicare il mal-fattore diversamente da come giudicherebbe sé. Vedrà con più cuore la bellezza del creato, perché non sarà più assillato dalla presunzione di esserne il signore.
L'angelo ci rende miti, pazienti, umili; perché le armi degli uomini consentono di vincere sugli uomini, ma gli angeli cercano dio.

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