La nostra storia: Disuguaglianze sociale - Tino Di Cicco

di Tino Di Cicco
27 novembre '13
Lo aveva già intuito Seneca, e lo aveva poi ribadito Simone Weil “ nessuno è infelice se non in rapporto agli altri” (S. Weil, Quaderni, vol.IV, pag. 294).
Ma se fino ad oggi poteva essere solo una intuizione, una trentennale ricerca di Wilkinson e Pickett ha ampiamente documentato la correttezza di quella convinzione.
Con il libro “la misura dell'anima” i due ricercatori hanno dimostrato che “i problemi nelle società benestanti non sono causati da un livello di ricchezza troppo basso (o troppo alto), bensì da una disparità troppo pronunciata dei tenori di vita materiali dei membri della società”(pag. 37).
La loro ricerca ha chiarito che il benessere dell'individuo non è determinato dal “tenore di vita medio, quanto dal fatto di trovarsi in una situazione migliore o peggiore di quella di altri” (pag. 27); in altre parole, l'aspetto importante è il posto occupato nella scala sociale, non la ricchezza o il potere disponibili.
Quello che finora non era stato sufficientemente evidenziato, è che un eccessivo divario economico tra i membri di una comunità non solo alimenta disagi sociali, ma anche in ambiti sanitari: “i problemi sanitari e sociali tendono a verificarsi con minor frequenza nei Paesi più inclini all'uguaglianza” (pag.31).
Fra i quali eccelle il Giappone assieme ai Paesi scandinavi; mentre gli Usa si trovano sul versante opposto, cioè tra i Paesi con il massimo delle disuguaglianze.
In Europa sono la gran Bretagna, l'Italia e il Portogallo i Paesi con il massimo divario del reddito tra i cittadini.
 
Gli effetti negativi dell'eccessivo divario sociale si manifestano in moltissimi ambiti; dalla fiducia reciproca (“la fiducia non può attecchire in un mondo di disuguaglianza” pag. 68 ), alla condizione femminile (“la condizione femminile è decisamente peggiore negli stati afflitti da maggiori disparità economiche”pag. 71); nella mobilità sociale e anche in ambiti difficilmente prevedibili come il rendimento scolastico:” se un Paese desidera migliorare il rendimento scolastico medio dei suoi alunni, deve necessariamente attenuare le disparità economiche” (pag. 42).
Addirittura “la disuguaglianza è associata a una minore speranza di vita, a tassi di mortalità infantile più elevati, a una minore altezza media, a un peggiore stato di salute...a un basso peso alla nascita, e alla depressione” (pag.91).
E quello che per alcuni può sembrare strano, “vivere in una società con minori disparità socioeconomiche è vantaggioso per tutti, non soltanto per i poveri” (pag.94).
Qui ci sarebbe uno spazio immenso per la politica, se la politica fosse ancora fame di giustizia e passione per il bene comune.
Occorre attenuare le diseguaglianze, perché non è la quantità di denaro disponibile che migliora la vita, ma la consapevolezza che l'altro ci somiglia.
Se l'altro guadagna 1.000 volte noi (e nessuno, proprio nessuno, vale mille volte un altro uomo), sarà difficile stabilire una comunione tra le persone. E questo determinerà una conflittualità in cui perdiamo tutti.
Perché la vita non è solo un'occasione per arricchirsi (l'occidente non conosce altro valore che la valuta), ma anche per condividere amicizia, giustizia, bellezza, solidarietà, amore...
Tutte esigenze che vengono umiliate in una società dagli alti tassi di disuguaglianza tra le persone.
Dove la scala delle gerarchie è troppo forte, aumenta “la diffidenza, le malattie, l'insicurezza sociale, la violenza e altri fattori di stress”(pag.110).
 
La disuguaglianza eccessiva è “violenza strutturale”, e non è un caso che “i tassi di omicidio sono correlati alla disuguaglianza dei redditi” ( pag.141).
Per realizzare una società in cui tutti ci guadagnino, è necessario passare dall'attuale situazione, ad una “proprietà democratica delle imprese” (pag.254), e realizzare così una società che vede trasformare l'impresa da “oggetto di possesso, a …....comunità che lavora” (pag.256). Occorre “conferire la proprietà democratica delle imprese ai dipendenti” (pag. 255). Anche perché “l'Organizzazione mondiale del lavoro non ha riscontrato prove tangibili di una relazione tra la retribuzione degli alti dirigenti e i risultati aziendali” (pag. 249).
Occorre valorizzare la partecipazione, la cooperazione, la mutualità, la democrazia nelle imprese.
L'uguaglianza tra i cittadini non è solo una questione etica o politica, perché “i benefici di una minore sperequazione dei redditi si ripartiscono in maniera più o meno proporzionale sull'intera popolazione”(pag.192).
“Sarebbe perciò ora di lasciarci alle spalle un mondo in cui la massimizzazione dei guadagni personali è considerata un obiettivo encomiabile nella vita”(pag.259).
Sarebbe ora di pensare che l'uomo non dovrebbe vivere solo per servire l'economia; sarebbe ora che l'economia incominci a servire l'uomo.
 
Amara considerazione conclusiva: in Giappone c'è la disuguaglianza minima tra i redditi dei cittadini, eppure in Giappone c'è l'imperatore.
In Svezia le disuguaglianze sono basse, ma leggermente superiori a quelle giapponesi; eppure in Svezia c'è la monarchia.
In Italia le differenze tra i redditi sono molto più pronunciate , eppure da noi c'è la Repubblica.
Forse la Repubblica tutela i cittadini meno della monarchia e dell'impero ?

 

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