La nostra storia: Morire in carcere - Marco Cinque

di Marco Cinque
27 novembre '13
Ogni due giorni una persona muore tra le mura di una cella in un qualche carcere italiano. Si muore per suicidio, per mancanza di assistenza sanitaria, per cause violente, per ragioni ignote o da accertare. Dal 2000 al 2013, infatti, sono 2228 i detenuti, donne e uomini, che hanno perso la vita in prigione. Cioè, mediamente, ci sono più di 170 decessi ogni anno.
Di queste morti sappiamo tutti sia nomi che cognomi dei principali responsabili, vale a dire di coloro che si sono succeduti ai vertici dei governi in questi anni, dei loro ministri, fino a quelli che hanno gestito, a volte inadeguatamente, altre volte colpevolmente, gli istituti penitenziari di questo Paese.
Credo sia ragionevole e lecito denunciare per violazione dei diritti umani tutti coloro che si sono resi, in diversa misura, responsabili di tante morti, sia per l’entità del numero dei decessi che per l’inquietante regolarità con cui questi si sono consumati e si continuano tuttora a consumare dietro le sbarre.
Sono colpevoli coloro che sapevano ma non hanno legiferato o lo hanno fatto male, coloro che conoscevano ma hanno insabbiato, coloro che vedevano ma hanno taciuto o, nel migliore dei casi, hanno consapevolmente ignorato questa tragedia indegna di un Paese che si reputa civile e democratico.
E cosa diremmo noi, se ogni due giorni perdesse la vita uno studente in una scuola o un paziente in un ospedale o una qualunque altra persona in un luogo del quale lo Stato è direttamente responsabile? Per questo siamo colpevoli anche noi, singoli cittadini e cittadine, perché non ci indigniamo, non ci opponiamo, non protestiamo, insomma non facciamo abbastanza e in misura adeguata a questa tragedia che ci tocca tutti, sia come singoli che come comunità.
Non già dai suoi palazzi scintillanti “si misura il grado di civilizzazione di una società - ammoniva Fedor Dostoevskij - ma dalle sue prigioni”. E, parafrasando Quasimodo, dopo tanti anni di conquiste culturali, sociali e civili, di noi purtroppo possiamo ancora dire: “sei ancora quello della pietra e della fionda uomo del mio tempo”…
Ma, attenzione, le responsabilità non si limitano solo agli autori, diretti o indiretti, del degrado inaccettabile del sistema carcerario di questo Paese, ma anche alle prospettive nefaste che qualunque detenuto deve subire una volta scontata la pena e rimesso in libertà. Se in questa presunta libertà si privano gli ex prigionieri delle risorse necessarie (casa, lavoro, istruzione, etc.) per realizzare una vita normale o quantomeno dignitosa, significa che si condannano irrimediabilmente queste persone a restare ai margini della società, nei sottoscala più oscuri della collettività, ingoiati negli abissi di una società kamikaze che, pezzo dopo pezzo, sta perdendo l’interezza della sua propria umanità.
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