le nostre storie: Accettare tutto - Tino Di Cicco

 
di Tino Di Cicco
5 maggio '14
 
Accettare tutto. Accettare anche noi stessi che tutto non sappiamo proprio come accettare.
Accettare tutto perché è solo il nostro particolare punto di vista a generare il metro che ci fa giudicare alcune cose buone e altre cattive. E tra il nostro punto di vista e l'assoluto c'è di mezzo la nostra volontà.
La distinzione tra bene e male è creata da noi, dai nostri bisogni, dai nostri “istinti vitali”, dalla presunzione di essere animali speciali, protetti a vista da un Dio Onnipotente dall'alto dei cieli.
Se non ci fossero i nostri bisogni, non ci sarebbe né bene né male. Non ci sarebbe nessuna “morale” a discriminare tra gli uomini.
Accettare tutto perché nessuno è responsabile di essere quello che è: “dall'urna rotante cade il nostro numero” dice Paul Celan, e noi che siamo uno di questi numeri caduti dall'urna rotante, e che per vivere abbiamo ricevuto questo carattere, questo luogo, questo tempo, senza essere stati minimamente consultati prima di “venire al mondo”, cadiamo dentro la “persona” che siamo, la maschera che ci rappresenta, come se avessimo deciso proprio noi di essere così come siamo.
Accettare tutto non per mostrarci buoni, non perché vogliamo guadagnare un paradiso-che-non-c'è, ma perché abbiamo capito che nessuno è responsabile di quello che è. E solo chi più profondamente ha dovuto pensare la nostra condizione, può dire con Milarepa: “avendo meditato la dolcezza e la pietà, ho dimenticato la differenza tra me e gli altri”.
 
C'è un animale dentro noi, che come tutti gli animali vuole cibo, sesso, sonno. Che vuole inoltre potere e prestigio sociale. E da questi bisogni vengono generati quei “valori” che tanto esaltano gli uomini. “Valori” che dovrebbero testimoniare la nostra nobiltà, e che quasi sempre rappresentano invece solo le condizioni per alimentare la vita; niente di più.
Se abbiamo la fortuna di provare dentro noi qualcosa che vive al di là di quell'animale che pure siamo, allora è possibile iniziare a capire che la caverna che ci imprigiona (Platone) non è una caverna, ma la nostra volontà, il nostro io.
Solo uscendo dall'io-caverna possiamo liberare la realtà dal nostro molto interessato punto di vista. Ma per uscire dalla caverna occorre qualcosa, qualcuno che ci obblighi a farlo. La nostra volontà non lo farà mai di sua volontà: essa può vivere e illudere la nostra esistenza solo nella caverna dell'io. Fuori è la sua fine.
Accettare tutto non significa assolvere tutti; significa riconoscere che nessuno è quello che è per sua scelta; ma se qualcuno, essendo quello che è, impedisce la vita ad altri uomini, è necessario isolarlo dalla comunità. La legge deve essere il punto di riferimento dei nostri comportamenti, non la nostra rancorosa “moralità”.
Una cosa è allontanare dalla comunità chi impedisce che la comunità possa esistere, altra cosa è pensare che qualcuno liberamente si procuri un carattere ostile alla società, e quindi meriti il nostro disprezzo e la nostra maledizione.
Se la legge deve garantire la pacifica convivenza, e quindi deve escludere dalla comunità i responsabili di comportamenti dannosi per la comunità, l'amore ha bisogno di accettare tutti:
i figli della terra sono tutto amore
come la Madre, e accolgono tutto “ (holderlin)
perché l'amore sa che nessuno è responsabile del proprio carattere, dei propri limiti, delle proprie menomazioni: è il destino, non la nostra volontà, ad aver deciso così come siamo.
L'amore sa che tutti vorremmo sempre e solo il bene, ma c'è una diversità “naturale” che ci impedisce di essere animati tutti dallo stesso bene; e sono i nostri interessi particolari, quelli generati dal nostro carattere, a dare alimento alla diversità. Meno siamo legati a noi stessi, più conosceremo il vero bene.
Non siamo tutti uguali, questo è il presupposto tragico della nostra condizione; lo sapevano i Greci, per questo hanno potuto generare la purezza del pensiero “tragico”. A questa naturale diversità, a questa “ingiustizia”, loro seppero non trovare nessun “Dio” per “sanarla”; non dovettero fingere nessuna spiegazione “divina” per sopportarla.
Venne poi il cristianesimo e non seppe più accettare la diversità; considerò gli uomini tutti uguali; per un motivo nobilissimo, ma falso.
Da allora gli uomini sono condizionati dall'idea di un “libero arbitrio” che sostiene la loro volontà: è un presupposto illusorio, eppure sulla base di questa illusione gli uomini costruiscono la loro “realtà”.
Da allora si pensa che “basta volerlo” e tutto è possibile per l'uomo.
Così chi ha avuto in sorte un carattere “cattivo” è diventato anche “colpevole”; mentre chi in questa vita ha avuto più fortuna, dicono abbia poi diritto anche al Paradiso.