le nostre storie: Solo chi tocca - Tino Di Cicco

di Tino Di Cicco
23 giugno '14
 
Solo chi prova con tutto se stesso la propria radicale impotenza, la propria immutabile fragilità, l'irrilevanza di tutto quello che possiamo essere, può conoscere la “realtà”.
Gli altri, quelli esclusi dall'esperienza della contraddizione, del limite, del dolore, non possono che restare animali chiusi nella corazza dell'orgoglio e dell'arroganza.
E sono costretti a credere che miliardi di anni fa, l'universo si sarebbe messo in moto solo per garantire l'ultimo modello di smartphone ai nostri desideri.
L'uomo “moderno” è quasi solo così: nello specchio delle proprie brame vede solo il proprio io, come se l'io fosse veramente qualcosa.
Non sanno che “persona” era solo la maschera che copriva un'illusione. E noi moderni, maturi, razionali, a quell'illusione dedichiamo tutto quel poco tempo che è la nostra vita.
Ma come è stato possibile precipitare dalla nobilissima consapevolezza dei grandi tragici greci, alla “moderna” esaltazione del soggetto ?
Come è stato possibile piegare l'idea di intelligenza, di giustizia e di amore, al servizio di uno scopo così poco nobile come il benessere dell'uomo ?
La radice ebraico-cristiana ha contribuito molto.
Mai i greci avrebbero pensato che gli dei dell'Olimpo potessero essere al servizio delle ambizioni materiali o spirituali degli uomini.
Lo Yhwh degli ebrei è, invece, del tutto subordinato alle pretese territoriali e materiali di una piccola e arrogante tribù mediorientale.
Jeowa “è vivo e lotta assieme a noi”, profetizzava il Vecchio Testamento; e quest'alleanza tra una delle tribù degli uomini, e l'assoluto celeste, è il più grande tradimento mai realizzato contro la “verità”.
Eppure di questo tracotante sentimento noi siamo molto fieri; con esso noi dovremmo scrivere le nostre Costituzioni.
Dimentichiamo che il pane non è la verità dello stomaco; e la rappresentazione di una realtà più facilmente metabolizzabile dalle nostre paure, non è la verità della vita.
Naturalmente l'io si sente più sicuro se sa che nell'alto dei cieli c'è un Dio Onnipotente che giudica il bene e il male in sintonia con la sua morale e con i suoi valori sociali.
Ma se il pane non è la “verità” dello stomaco, ma solo un suo bisogno, neanche la credenza in un Dio a guardia della nostra salute e del nostro conto in banca può essere confuso con la verità.
I nostri bisogni non sono la “verità”; non lo saranno mai se siamo onesti; se riusciamo a resistere alla menzogna originaria – quella che presume che il Dio dei cieli si è alleato con noi, perché il niente che siamo diventasse qualcosa.
La differenza tra il “bene” e il “male” la fa sempre il distacco: un Dio che serve l'uomo è un servo (anche se è Onnipotente). Un dio che ignora l'uomo conosce il divino.
Anche un uomo distaccato da sé, dalla sua volontà, dalla sua natura, può essere un dio. E mai “dimenticanza” fu più dannosa per la gioia dell'uomo.
Ma adesso noi abbiamo nella nostra carne e nella nostra anima duemila anni di storia, durante i quali abbiamo giocato al riparo di un Dio Onnipotente ; un Dio che ci somiglia nelle parole, nei pensieri e nelle azioni.
Così è stato difficile cercare la verità, se la verità era un piatto di lenticchie già pronto.
Senza la sofferta ricerca individuale della “verità”, agli uomini non restava che illudersi sul libero arbitrio e affidarsi al suo legittimo erede: il PIL .
Così abbiamo perso per sempre il sentimento della nostra fragilità, della nostra precarietà, della nostra tragica irrilevanza.
E senza questo sentimento era inevitabile diventare quello che siamo diventati.