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Assoc. Medica Disturbi di Relazione

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11/10/2006   ore 14.36   
Rifugiati   
AL VIA IN BURUNDI IL RIMPATRIO DI RIFUGIATI CONGOLESI ORGANIZZATO DALL'UNHCR 
 


GINEVRA\ aise\ - Partirà dal campo profughi di Gasorwe, in Burundi settentrionale, il primo convoglio organizzato dall'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr) per il rimpatrio di rifugiati congolesi dal Burundi. Il viaggio di sei giorni dovrebbe terminare a Uvira, una città di confine nella provincia del Kivu, in Congo meridionale.
Il rimpatrio, organizzato dall'Unhcr, è cominciato nell'ottobre del 2004, prima dalla Repubblica Centrafricana e successivamente dalla Repubblica del Congo, dalla Tanzania e dal Sudan. L'avvio del rimpatrio organizzato dal Burundi segna l'apertura del quinto corridoio verso la Repubblica Democratica del Congo (RDC). Tutte le persone che ritornano con il convoglio provengono dalle pianure di Rusizi. I rimpatriati dovrebbero passare la notte in un centro di transito allestito dall'Unhcr a Uvira. Verranno trasportati dall'Agenzia nelle loro case. Le pianure di Rusizi si trovano a circa 90 chilometri da Uvira. Dopo il loro arrivo, i rifugiati riceveranno un pacco contenente beni di prima necessità, tra cui materiali per la casa, teli di plastica, coperte e una razione di cibo per tre mesi. Questa assistenza si prefigge di soddisfare i bisogni immediati dei rimpatriati mentre questi si attivano per la ricostruzione.
Dal mese di luglio, più di mille rifugiati congolesi in Burundi si sono registrati per il rimpatrio volontario. La partenza di un secondo convoglio dal Burundi è prevista per il 17 ottobre, appena prima di una breve interruzione, dal 21 ottobre al 6 novembre, di tutte le operazioni di rimpatrio dell'Unhcr verso la Repubblica Democratica del Congo, dovuta alla seconda tornata di elezioni presidenziali che si terranno in quel paese il 29 ottobre. Si tratta di una misura precauzionale, già praticata dall'Agenzia nel corso della prima tornata di elezioni presidenziali. Se le condizioni lo permetteranno, i convogli dovrebbero riprendere subito dopo.
I rifugiati congolesi in Burundi sono per la maggior parte fuggiti dalla provincia del Kivu meridionale in Repubblica Democratica del Congo, per lo più dalla città di Uvira. Altri provengono da province più lontane come Katanga e Maniema. La maggior parte di questi sono fuggiti nel 1988 durante il conflitto tra il governo e le forze ribelli. Da allora, alcuni piccoli gruppi sono sporadicamente arrivati in Burundi, lasciandosi alle spalle condizioni di insicurezza e instabilità di lungo termine nella Repubblica Democratica del Congo.
Tra i 24.500 rifugiati congolesi che si stima risiedano in Burundi, circa 11mila vivono nei campi profughi di Gasorwe e Gihinga, mentre i rimanenti sono disseminati nelle aree urbane. Complessivamente, ci sono ancora più di 420mila rifugiati congolesi che vivono in diversi paesi di asilo.

http://www.agenziaaise.it/gestionedb/03-News.asp?Web=Giorno&Modo=12&IDArc=35090 http://unimondo.oneworld.net/article/view/140714/1/

 

R.d. Congo: ancora 11mila bambini nelle mani dei gruppi armati
Amnesty International (sezione italiana)
mercoledì, 11 ottobre, 2006

A due anni di distanza dall'avvio del programma governativo nazionale di smobilitazione e reintegrazione nella vita civile, un rapporto di Amnesty International sulla Repubblica democratica del Congo (Rdc) richiama l'attenzione sulla situazione di 11mila bambine e bambini ancora attivi nei gruppi armati o dei quali non si ha più alcuna notizia. L'organizzazione per i diritti umani denuncia che il cosiddetto “programma Ddr” (disarmament, demobilization and reintegration, disarmo, smobilitazione e reintegrazione) non sta dando una risposta soddisfacente alle necessità di protezione e sostegno dei minori. Secondo il rapporto, della maggior parte delle bambine catturate dai gruppi armati non si hanno notizie: potrebbero essere state abbandonate o identificate in modo non corretto come “persone alle dipendenze” di combattenti adulti. Ad oggi, il governo della Rdc non ha adottato alcuna misura per rintracciarle e dar loro assistenza. “In alcune zone del paese, le bambine costituiscono meno del 2 per cento del totale dei minori rilasciati dai gruppi armati e registrati nel ‘programma Ddr', nonostante esse costituissero circa il 40 per cento dei bambini arruolati dalle forze armate e dai gruppi armati” – denuncia Amnesty International. Nel corso di una missione nella Rdc, molte fonti hanno riferito ai ricercatori dell'organizzazione che i comandanti e i combattenti adulti non si sentono obbligati a rilasciare le bambine soldato, poiché le considerano come una loro proprietà sessuale. Questa discriminazione è perpetuata da alcuni funzionari statali che descrivono, senza porsi problemi, queste bambine come “persone alle dipendenze” dei combattenti adulti, anziché come persone aventi diritto a beneficiare del “programma Ddr”. Alcune bambine sentono di non avere alternativa se non rimanere con un gruppo armato, poiché se provassero a scappare verrebbero torturate o uccise. Molti bambini incontrati dai ricercatori di Amnesty International hanno ammesso, rassegnati, che nonostante gli orrori della vita militare, potrebbero essere costretti a rientrare nei gruppi armati perché è l'unico modo per sopravvivere. Alcuni gruppi armati sono ancora pronti a riprendere il conflitto in caso di fallimento dell'attuale processo di pace e, da questo punto di vista, ritengono che rilasciare le bambine e i bambini soldato indebolirebbe la loro forza militare. “Il governo non solo non è riuscito ad affrancare migliaia di bambini e bambine soldato, ma non è in grado neanche di impedire nuovi arruolamenti, persino di minori che erano stati smobilitati e che erano tornati alle loro famiglie” – accusa Amnesty International. Amnesty International sollecita il nuovo governo della Rdc e la comunità internazionale a dare massima priorità agli investimenti nel sistema educativo statale e a realizzare nel modo più rapido possibile il diritto umano all'educazione primaria gratuita. Attualmente, solo il 29 per cento dei bambini della Rdc termina il ciclo della scuola primaria; circa 4,7 milioni di bambini in età scolare, tra cui 2,5 milioni di bambine, restano fuori dal sistema scolastico. Almeno 6 milioni di adolescenti non ricevono alcun tipo di educazione formale. La mancanza di opportunità educative contribuisce fortemente all'insicurezza sociale ed economica dei bambini congolesi, uno dei fattori determinanti del diffuso arruolamento e dell'impiego delle bambine e dei bambini soldato nella Rdc. Dopo le presidenziali di luglio, nella Repubblica democratica del Congo adesso tutti gli occhi sono puntati sul secondo turno elettorale che vedrà contrapposti al ballottaggio del 29 ottobre il presidente uscente, Joseph Kabila e il principale sfidante, Jean-Pierre Bemba. [GB] cfr: http://www.amnesty.it/pressroom/comunicati/CS111-2006.html

 

AFRICA/CONGO RD - “Bene le elezioni ma non scordatevi le crisi umanitarie che ancora affliggono il Paese” dice il Vescovo di Kilwa-Kasenga nel Katanga
Kinshasa (Agenzia Fides)- “Al di là del processo elettorale che domina l'attualità della Repubblica Democratica del Congo vi sono delle crisi umanitarie che non si possono nascondere” afferma Mons. Fulgence Muteba, Vescovo di Kilwa-Kasenga, nella parte centro - meridionale del Katanga, nel sud della RDC, in un documento nel quale si fa il punto della situazione dell'area. Secondo il Vescovo è finalmente cessata la violenza che imperversava nella regione ma questa ha lasciato segni profondi nella popolazione. “La febbre elettorale non deve farci dimenticare le sfide umanitarie lasciate dai postumi delle violenze nella regione” scrive Mons. Muteba.
Il Vescovo elogia il lavoro della Caritas locale, delle organizzazioni umanitarie e della MONUC (Missione delle Nazioni Unite nella Repubblica Democratica del Congo) a favore degli sfollati del cosiddetto “triangolo della morte”, l'area più segnata dalla presenza di milizie armate. Mons. Muteba critica, però, la Commissione Nazionale per il Disarmo e il Reinserimento degli ex combattenti (CONADER): “invischiata in una burocrazia caratterizzata dalla trascuratezza, la Commissione ha dimostrato tutta la sua inefficacia”. Il Vescovo a questo proposito riporta fatti specifici: “Spesso non solo ha abbandonato gli ex combattenti in condizioni disumane, ma ha anche dato prova di un notevole dilettantismo nella risoluzione dei conflitti. La sua presenza sul terreno si è dimostrata insignificante ed i suoi metodi di lavoro zoppicanti”.
Il conflitto nel centro sud del Katanga, che è stato per anni ignorato, vedeva affrontarsi le milizie Mai-Mai, alcuni guerriglieri ex appartenenti al RCD (Unione Congolese per la Democrazia, il principale gruppo ribelle dell'est del Congo, che ha firmato gli accordi di pace del 2003) ed ex militari dell'esercito congolese (vedi Fides 23 novembre 2005, 9 gennaio 2006 e 17 febbraio 2006). Secondo un rapporto del gennaio 2006 dell'International Crisis Group, in Katanga si è creata un'amministrazione statale e militare parallela il cui scopo è quello di proteggere gli interessi di alcuni amministratori corrotti. A farne le spese è la popolazione civile che è violentata e taglieggiata da tutti i gruppi armati che agiscono nella regione.
Per questo motivo Mons. Muteba denuncia “il silenzio che per troppo tempo ha avvolto il conflitto e l'impunità della quale godono coloro che hanno violato i diritti umani. I signori della guerra che sono usciti dalla foresta non sono stati ancora portati di fronte alla giustizia”. Il Vescovo afferma anche che “alcuni combattenti hanno persino beneficiato della politica di disarmo, ricevendo qualche dollaro” per aver consegnato le loro armi. “Peggio ancora” continua Mons. Muteba “dopo aver beneficiato di questo denaro, sono andati a incontrare le loro vittime ammassate nei campi profughi, esibendo i beni che hanno acquisito. Il ritorno di questi criminali, con la loro arroganza, ha provocato choc e indignazione collettiva tra gli sfollati”.
Se per il momento le violenze sono finite, molti temono che gli uomini di Gédéon, il principale signore della guerra locale che si è arreso alle forze dell'ONU (vedi Fides 22 giugno 2006), abbiano armi nascoste e siano pronti a riprendere i combattimenti. Una minaccia, secondo il Vescovo, che non potrà essere evitata finché non verranno meno le condizioni di impunità che proteggono coloro che si sono macchiati dei crimini contro i civili.
Le condizioni della popolazione, nel frattempo, non sono migliorate. Mons. Muteba descrive così la vita degli sfollati ritornati nei loro villaggi di origine: “I villaggi riconquistati assomigliano a nuovi campi per sfollati. La fame miete ancora molte vittime. Bisogna ricostruire i villaggi e tutte le infrastrutture, sistemare le coltivazioni, riprendere l'allevamento, riconciliare la popolazione. In breve bisogna ricostruire tutto, soprattutto l'uomo. Ma a quale prezzo e con che cosa?”(L.M.) (Agenzia Fides 10/10/2006)

http://www.fides.org/aree/news/newsdet.php?idnews=10642&lan=ita

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