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Assoc. Medica Disturbi di Relazione

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SUL PACIFISMO
 
America 11 Settembre 2001, terrorismo, minuti di silenzio per le vittime, risposta armata, Afghanistan, pacifismo, manifestazioni, Iraq, guerra illegittima, guerra legittima, l' ONU, l'UE, l'arroganza americana, i liberatori americani, l'intervento italiano, i si , i no, bandiere per la pace, integralismo, strategia del terrore… Spagna 11 Marzo 2004.
Cerchiamo di ricapitolare: negli ultimi tre anni un susseguirsi incalzante di avvenimenti ci ha imposto una riflessione e una presa di posizione verso quello che appare come un delirio contagioso, un' escaletion di violenza e di sangue che si snoda in una serie, apparentemente infinita, di attacchi deliranti e risposte insufficienti ed inefficaci.
Scrivo all'interno di una rivista di chiara ispirazione pacifista e io stessa mi dichiaro tale, tuttavia non riesco più a riconoscermi in quel pacifismo a tutti i costi e a qualunque prezzo che spesso vedo delinearsi davanti a me, colgo quindi l'occasione per esprimere alcuni dubbi e considerazioni che mi accompagnano da diversi mesi.
•  Non credo che il terrorismo islamico sia la
risposta di un popolo stanco alle vessazioni politiche ed economiche americane; pur ritenendo tali vessazioni reali ed ignobili, mi allineo con Giovanni Sartori che, sul Corriere della Sera, sottolinea come molte popolazioni islamiche da secoli accettino abusi e violenze dai loro stessi governanti e, pur tuttavia sembrino non essersi mai risollevate da una condizione di torpore e annichilimento che impedisce loro qualunque rivolta e autonomia. L'unico reale motivo che sostiene un odio tanto radicato contro l'occidente è l'integralismo religioso e la manipolazione con cui pochi leader inneggiano intere generazioni al martirio.
Questo non allevia la responsabilità occidentale e americana di una politica estera ai limiti dell'imperialismo tuttavia impone una considerazione obbiettiva che non sia guidata esclusivamente da sentimenti antiamericani.
•  Quali siano le motivazioni del terrorismo
islamico non credo nella possibilità di dialogo con chi parla con le bombe. Qui siamo oltre il dialogo come continua Sartori “…Vorrei allora che i pacifisti spiegassero qual è il negoziato tra un ammazzando e chi cerca di ammazzarlo. Vorrei che spiegassero come intendono fermare chi ha già dimostrato di voler distruggere con qualsiasi mezzo quanti più nemici (occidentali) possibili. E vorrei anche capire quale sia la mediazione , l'incontro a mezza strada, tra noi e un Bin Laden…”. Come non fu possibile con un Hitler, il
dialogo non è possibile con chi professa e applica una strategia di sterminio. Qualunque concessione fatta a seguito di un attentato ad un gruppo terrorista non farebbe che confermare l'utilità di tale strategia e incoraggiarne l'applicazione.
•  Il 12 Febbraio 2003 Piero Ostellino scriveva
Sul Corriere “Contrariamente a quanto predica l'utopia pacifista, l'alternativa alla guerra all'Iraq non è la pace ma la politica….Se Saddam disarmerà o prenderà la via dell'esilio non sarà perché milioni di persone hanno marciato contro la guerra…Ma perché il dittatore avrà fatto i conti, in termini di costi e benefici, delle proprie scelte sotto la pressione della diplomazia senza divisioni, di quella armata, della pluralità degli interessi nazionali nel mondo.” Partendo da questo presupposto credo che si debba muovere una critica feroce contro la politica estera americana che, una volta di più, vede ritorcersi contro le scempiaggini passate e decide di commetterne altre: pensare di poter contrastare la potenza russa prezzolando un Bin Laden in Afghanistan (come ci ricorda Zucconi) significa andare a cercarsi rogne; pensare di sostituire i tiranni dei paesi scomodi con altri tiranni amici è un limite intollerabile per una diplomazia, un bumerang che prima o poi ti si ritorce contro con imprevedibile violenza; combattere il terrorismo, per sua natura nato per infilarsi nelle maglie deboli di qualunque nazione invadendo l'Iraq e tentando di imporsi agli occhi del mondo, non solo occidentale ma anche islamico, quale stato liberatore e moralmente superiore è un ennesimo atto di miopia. Una critica altrettanto feroce andrebbe mossa nei confronti dell'Europa le cui divisioni impediscono una qualsiasi azione diplomatica degna di nota; la perdita del potere dell' ONU credo sia dovuto anche a questo ed è uno dei fenomeni più inquietanti della guerra in Iraq che si può considerare un inaudito precedente alla legittimazione di un intervento bellico preventivo. E su questo manca un intervento del movimento pacifista che sia concreto e costante nel tempo, fondato non solo su utopie ed emotività ma su analisi storiche e politiche, su precise e insistenti richieste di una diplomazia che diventi davvero internazionale.
La guerra in Iraq c'è ormai stata, non ha senso ora come ora lasciare un paese in balia di se stesso e del terrorismo dilagante, ha senso invece rilegittimare l'ONU quale organo predisposto alla diplomazia internazionale e caldeggiarne l'intervento.
•  Il pacifismo nasce in occidente e soltanto
in paesi democratici dove è possibile la libertà di pensiero e parola, dove non incorri nella galera o nell'eliminazione perché dici ciò che pensi; in Iraq, in Afghanistan questo concetto non esiste, che ci piaccia o no questo può essere frutto solo e soltanto di un governo democratico. L'unica eccezione in questo senso rimane l'India anche se il pacifismo proposto da Gandhi era quanto mai lontano dal nostro, impegnando i suoi militanti in una filosofia di vita più che in un movimento politico e comunque persino un Gandhi sosteneva l'uso della forza laddove non ci fosse la possibilità di una controffensiva pacifica (come nel caso del nazismo)
Con tutte le pecche ed i limiti che la democrazia ha, ancora non abbiamo trovato un'altra forma di governo altrettanto efficace per la salvaguardia dei diritti umani. Una critica mossa di frequente alla democrazia occidentale è quella di offrire una finta libertà dove le tutele che si hanno sono per lo più fittizie e atte ad essere manipolate da governi millantatori che agiscono esclusivamente nell'interesse personale e in difesa del potere più che della giustizia; tutto questo è, in molti casi, senz'altro vero, tuttavia in un paese democratico chi sta al potere non può permettersi di commettere apertamente qualunque abuso, deve in ogni caso aggirare un diritto costituito e riconosciuto che pone chiunque lo ignori nell'illegalità. Credo che questo sia un distinguo fondamentale rispetto a quei paesi governati da tiranni, autarchi e dittatori di varia natura che possono, alla luce del sole, perpetrare qualunque infamia nella più totale tranquillità e impunità: in una democrazia chi abusa è comunque costretto a coprire l'abuso, a nascondere un atto riconosciuto come illegale.
Il diritto è ben lontano dal risolvere qualunque ingiustizia ma è il primo e indispensabile passo.
Provo dunque una grande rabbia nel vedere perdere quella che credo essere una grande occasione per il movimento pacifista: non limitarsi a criticare le istituzioni dei paesi dove comunque vengono tollerati, e spesso coccolati, ma riconoscere e opporsi a quei governi la cui violenza non consentirebbe neppure la loro esistenza; oltre che un'anima passionaria ed emotiva occorre al pacifismo un anima razionale e operativa capace di documentazione, di analisi politica, di proposte oltre che risposte e soprattutto di capacità di interazione e diplomazia con le istituzioni.
na delle ultime bordate del nostro presidente del consiglio era rivolta contro i quotidiani, noiosi, difficili da leggere e interpretare, superati, faziosi e scontati…il nostro ne sconsiglia vivamente la lettura. E ci credo! qualunque allenamento al pensiero, all'analisi e alla logica rischia di produrre menti poco avvezze ad essere buggerate: meglio dunque avere a che fare con persone che prediligano soluzioni facili ed immediate, che si lascino trasportare dall'entusiasmo e dall'emozione ma siano razionalmente immature e dunque operativamente innocue.
Ho avuto la sensazione in questi ultimi anni di muovermi in un cicaleccio vano di opinioni, contrastanti ma comunque predisposte a manipolare i fatti interpretandoli in chiave moralista col fine di giustificare un'azione inventando un principio: da un lato abbiamo l'America, colpita a morte nel fisico e nell'orgoglio, guidata e mal consigliata da un Bush che parte all'attacco eleggendo, di giorno in giorno, un nuovo colpevole, giustificandone l'aggressione mischiando ragioni reali a ragioni esclusivamente opportunistiche; per contro abbiamo un movimento pacifista che decide di alzare la testa dopo aver passato anni senza aver pronunciato parola contro un Saddam o contro un'agghiacciante tirannia talebana e si scaglia violentemente e pressoché esclusivamente contro gli arroganti usurpatori americani.
Sembra mancare in tutto questo un progetto che possa dirsi a lungo termine, un piano che non sia dettato dall' immediata necessità di dare risposte…intanto, a distanza di tre anni il terrorismo continua a colpire inesorabile e non sembra aver subito contraccolpi di rilievo.

Arianna Carena

 

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