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Donne dell'altro mondo
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Lettera a Samuel Kivuitu, presidente della
Commissione elettorale del Kenya
di Shailja Patel

Mr. Kivuitu, non ci conosciamo e penso che non ci conosceremo mai. Ma, come tutti i keniani, mi ricorderò di lei per il resto dei miei giorni. Forse il senso di nausea che provo solo a sentire il suo nome si attenuerà. Ma l'amarezza e il dolore no.
Lei aveva un mandato, Mr. Kivuitu. Era incaricato di condurre elezioni libere, eque e trasparenti. Lei e la sua commissione avete avuto cinque anni per prepararle. Avete avuto a disposizione enormi risorse, grandi professionalità e supporto tecnologico, oltre all'esperienza e ai consigli dei suoi colleghi – leader ed esperti di governo, di diritti umani, di procedure elettorali e di legge costituzionale. Lei ha avuto la fiducia di 37 milioni di keniani.
Credevamo che sarebbe andata bene. Il 27 dicembre, il 65% di keniani, record assoluto, si sono alzati alle 4 del mattino per andare a votare. Sono rimasti in fila anche dieci ore di seguito, sotto il sole, senza cibo, acqua e servizi igienici. Quando sono arrivati i risultati abbiamo esultato tutti al vedere che i ministri con più potere perdevano voti e sarebbero stati cacciati. E che gli elettori della Rift Valley non hanno votato i tre figli di Daniel Arap Moi, il despota che ha saccheggiato il Kenya per 24 anni. Il Paese si è espresso con il voto, in massa, contro l'avidità scellerata, la corruzione, gli abusi contro i diritti umani, la spietata emarginazione dei poveri che ha caratterizzato il governo di Kibaki.
Ma Kibaki non se ne sarebbe andato. Quando è stato chiaro che lei avrebbe annunciato un conteggio dei voti che non corrispondeva a quello confermato nelle circoscrizioni, al Kenyatta International Conference Centre, dove si comunicavano i risultati, c'è stato un blackout improvviso. Sono entrati centinaia di uomini del General Service Unit per cacciare tutti i giornalisti e tutte le telecamere eccetto quelli della Kenya Broadcasting Corporation, canale fedele al governo.
Un quarto d'ora più tardi, attoniti l'abbiamo vista sullo schermo che annunciava la vittoria di Kibaki. Mezz'ora dopo, abbiamo visto, increduli e pieni di rabbia, che lei consegnava il verdetto a Kibaki sulle verdi aiuole della State House. E là, con grande stupore, abbiamo visto il presidente della Corte suprema. Con tanto di toga, era pronto a ufficializzare al più presto il giuramento.
Lei ci ha tradito. Forse non sapremo mai quando e perché ha deciso di agire in questo modo. Gira voce che abbiano minacciato di uccidere tutta la sua famiglia se non avesse dichiarato Kibaki vincitore delle elezioni. Quando ho appreso questo, mi sono augurata che fosse vero.
Almeno potrei capire perché lei ha scelto di condurre il nostro Paese alla guerra civile.
Adesso non credo più a quelle voci. Da quando l'ho vista in tv, con l'aria tormentata e confusa, parlare in modo contraddittorio, non ci credo più. Ha detto, tra le altre cose, che non si è dimesso perché “non voleva che il Paese la considerasse un vigliacco”, ma “non può affermare con certezza che abbia vinto Kibaki”. E poi ha aggiunto “quelli che lo circondano non sono degni di esistere”. L'operatore ha dimostrato un certo spirito perché con la camera ha inquadrato più volte la parete alle sue spalle, su cui era scritto “Gesù, aiutami”.
Il Kenya Chapter of the International Commission of Jurists (organismo di alti magistrati) ha ritirato il premio di Giurista dell'anno che le aveva conferito, la Law Society of Kenya l'ha depennata dalla lista d'onore. Sarei curiosa di sapere che cosa la preoccupa in questi giorni.
Le capita mai di pensare ai 300mila keniani rimasti senza casa, alle loro vite? Alle migliaia di persone ancora chiusi nei commissariati, nelle chiese o in qualsiasi altro rifugio disponibile? Senza cibo, acqua, servizi igienici, coperte? Ai campi pronti per il raccolto, rasati a zero? Ai granai pieni di grano che marcisce perché nessuno se ne occupa? Ai residenti degli slum di Nairobi, Kibera, Mathare, Huruma, Dandora, accerchiati dai paramilitari e dalla polizia? Non possono uscire e non possono usufruire di alcuna assistenza medica o soccorso, solo perché hanno la colpa di essere keniani poveri.
Immagino che non sia ancora andato al Jamhuri Park. Ma sono certa che avrà visto le riprese televisive dei poveri americani, ammucchiati come polli da allevamento negli stadi, quando il ciclone Katrina colpì la Louisiana. Provi a immaginarsi lo stesso a Nairobi, Mr. Kivuitu. 75mila keniani racchiusi in un improvvisato campo per rifugiati. Il nostro ciclone Kivuitu-Kibaki si è scatenato con il fuoco invece che con l'inondazione. Si è servito dei militari invece che degli argini sfondati. Ma la causa è stata la stessa: il vergognoso, immenso disprezzo di una piccola classe dominante per il resto della popolazione. Oltre il 60% dei nostri rifugiati sono bambini. L'effetto collaterale della sua decisione.
E adesso, Mr. Kivuitu, cerchi di immaginarsi il dolore. Un dolore così tagliente, così lacerante, che smembra la massa muscolare del suo cuore. Una violenza così terribile che trita tutti i suoi organi interni, ne fa confluire i resti nei suoi reni fino a farla pisciare rosso. Moltiplichi questa sensazione per ogni keniano che ha visto uccidere un suo caro la scorsa settimana. Per ogni genitore il cui figlio, ucciso dalla polizia, giace negli obitori di Nairobi, Kisumu, Eldoret. Per chiunque sia scappato in lacrime da una casa in fiamme o da una chiesa, sentendo le urla di chi era rimasto indietro. Per ogni donna o ragazza, sottoposta a violenza di gruppo.
Dorme bene in questi giorni, Mr. Kivuitu? Io no. Ho degli incubi. Mi sveglio di soprassalto con il batticuore, gli occhi mi si inumidiscono in silenzio, mentre mi tornano in mente alcune cose:
/Ricordate come ci siamo sentiti nel 2002? Non succederà più/. (Mutoni Wanyeki, Kenya Human Rights Commission, la sera del 30 dicembre 2007, dopo che Kibaki aveva prestato giuramento illegalmente).
Qui è stato compiuto un crimine che non può essere perdonato. Qui scorre un dolore che non può essere espresso dal pianto/. (John Steinbeck, scrittore americano, in /Furore/).
Haki iwe ngao na mlinzi… kila siku tuwe na shukrani/ (Che la giustizia sia il nostro scudo e il nostro baluardo… e ogni giorno sia alimentata dalla nostra riconoscenza, versi dell'inno nazionale keniano)
In questi giorni terribili, mentre il nostro Paese brucia e si disintegra, cerco di riprendere il sonno, anche se breve, ripetendo il mio mantra: il coraggio. Il coraggio viene. Il coraggio viene coltivandolo. Il coraggio viene coltivandolo con un'abitudine. Il coraggio viene coltivandolo con l'abitudine a non permettere. Il coraggio viene coltivandolo con l'abitudine a non permettere alla paura di guidare le nostre azioni/. (Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la pace, Birmania).
Mi sveglio con una sensazione di tristezza insopportabile. /Ti prego, fa che non sia vero…/
/ /Nel frattempo, l'uomo che ha nominato presidente se ne sta chiuso nella State House, circondato da una schiera di uomini di potere e una frotta di ministri e parlamentari venduti e servi che si affannano per avere un posto. Alimentano la tensione con ogni mezzo, in modo da rendersi importanti e necessari. Il fumo continua a salire dall'infuocata Rift Valley, dalla città sventrata di Kisumu, gli slum di Nairobi e di Mombasa. La Croce Rossa allerta su un'imminente epidemia di colera a Nyanza e nel Kenya occidentale, che da giorni sono senza elettricità e senza acqua. I container si accatastano nel porto di Mombasa dato che le navi, che non possono scaricare nulla, ripartono con lo stesso carico. Uganda, Rwanda, Burundi, Sudan del sud, tutti dipendono dal carburante e dalle derrate alimentari che passano dal Kenya.
Un regime repressivo spiega le sue tante forme di oppressione contro il dissenso legittimo. Chi sapeva che la nostra polizia avesse così tanti cavalli, agili, muscolosi e perfettamente addestrati a sterminare chi protesta? Chi si immaginava che in una città sempre afflitta da siccità, ci fossero idranti potentissimi per scacciare i keniani dalle strade?
Io sono tra i più fortunati. Non solo sono ancora viva e mi posso muovere; non solo posso mangiare, ho una casa, un mezzo di trasporto e l'amore dei miei cari; ho il privilegio di lavorare. Lo faccio insieme ai più bravi, i più coraggiosi, i più retti e i più determinati keniani della mia generazione. Contribuisco come posso a organizzare e a mobilitare, ci basiamo su tutto quello che sappiamo e che siamo in grado di fare per salvare il nostro Paese. Sono stupefatta da quanta meravigliosa intelligenza, preparazione, competenza e capacità emerga alle nostre riunioni. Dalla capacità di andare oltre le tragedie personali – famiglie ancora ostaggio in zone di guerra, amici uccisi, case piene di parenti sfollati – e di riuscire a pensare alla situazione generale in cerca di una soluzione. Ascolto avvocati, economisti, attivisti, operatori umanitari, esperti di conflitti, di diritti umani, di governance, di zone disastrate. Sono keniani di ogni etnia e con le competenze più diverse, e penso:
E' questo per cui abbiamo vissuto finora? Per trovarci di fronte a una catastrofe causata da un gruppo di vecchi che hanno già preso tutto quello che potevano, e che non rinunciano al loro potere finché possono?
Anche lei conosce queste persone, Mr. Kivuitu. Quelli che hanno valori, principi, coraggio e preparazione, i keniani che resistono.
Gli idealisti che hanno creduto alle parole che cantavamo da piccoli a scuola, su come costruire il nostro Paese. Alcuni hanno lavorato con lei, anche durante le elezioni. Alcuni la consideravano un amico. Non ha neanche la scusa che Kibaki e i suoi potrebbero avere – di vivere in un mondo troppo distante da quello di tutti noi e quindi non sono in gradi di capire la realtà dei keniani. Lei sa quanti decenni di lotte, di spargimenti di sangue, di fede e di sofferenza ci sono voluti per creare questa bella e fragilissima creatura che chiamiamo “democrazia”. Quindi può immaginare come ci sentiamo.
Non ci concediamo pause, vogliamo cogliere ogni istante di questa folle distruzione del nostro Paese perpetrata in sette giorni.
Piangiamo, ma solo in privato. Almeno, io di certo. In pubblico, partecipiamo facendo dell'ironia, del sarcasmo e dandoci da fare.
Con pazienza, fermezza, resistenza e generosità. Focalizzando tutte le nostre energie verso sfide che ci fanno accapponare la pelle.
Raccontiamo storie che non escono sui giornali: un generale in pensione che nella Rift Valley ha accolto nella sua fattoria 200 famiglie di sfollati; i medici musulmani che si prestano gratuitamente per assistere chiunque sia ferito in scontri politici. Sfidiamo di continuo, con sempre meno forza, i media internazionali che interpretano i fatti come “lotta tribale” o “conflitto etnico”, per un pubblico che conosce l'Africa solo attraverso Hollywood.
Avrei voluto che pensasse a queste persone quando ha deciso di tradirle. Mi auguro che lei si ispiri al loro coraggio, alla loro integrità, alla loro onestà, visto che tutto questo le è venuto meno.
Vorrei che lei riuscisse a entrare nelle loro vite, nei sogni di 37 milioni di keniani.
Ma, come forse avrà capito, Mr. Kivuitu, questa non è una lettera per lei. E' il tentativo di esprimere a parole ciò che non può essere detto. Di piangere per ciò che è troppo tragico per essere pianto. Un timido tentativo di andare oltre lo strazio che spezza il cuore. Uno stupido tentativo di comunicare ciò che può solo essere vissuto, istante per istante. E' un grido di angoscia e di rabbia. Questa è una lettera d'amore per un Paese. E' un lungo, sommesso canto funebre per il mio Paese.
Shailja Patel
Se volete mettervi in contatto con lei, questo è il suo indirizzo e-mail: shailja@shailja.com .
Fatelo, è lei a chiederlo.
Sunday, January 20, 2008
Kivuitu letter
An Open Letter to Samuel Kivuitu, Chair of the Electoral Commission of Kenya
Mr. Kivuitu,


We've never met. It's unlikely we ever will. But, like every other Kenyan, I will remember you for the rest of my life. The nausea I feel at the mention of your name may recede. The bitterness and grief will not.

You had a mandate, Mr. Kivuitu. To deliver a free, fair and transparent election to the people of Kenya. You and your commission had 5 years to prepare. You had a tremendous pool of resources, skills, technical support, to draw on, including the experience and advice of your peers in the field - leaders and experts in governance, human rights, electoral process and constitutional law. You had the trust of 37 million Kenyans.

We believed it was going to happen. On December 27th, a record 65% of registered Kenyan voters rose as early as 4am to vote. Stood in lines for up to 10 hours, in the sun, without food, drink, toilet facilities. As the results came in, we cheered when minister after powerful minister lost their parliamentary seats. When the voters of Rift Valley categorically rejected the three sons of Daniel Arap Moi, the despot who looted Kenya for 24 years. The country spoke through the ballot, en masse, against the mindblowing greed, corruption, human rights abuses, callous dismissal of Kenya's poor, that have characterised the Kibaki administration.

But Kibaki wasn't going to go. When it became clear that you were announcing vote tallies that differed from those counted and confirmed in the constituencies, there was a sudden power blackout at the Kenyatta International Conference Centre, where the returns were being announced. Hundreds of GSU (General Service Unit) paramilitaries suddenly marched in. Ejected all media except the government mouthpiece Kenya Broadcasting Corporation.

Fifteen minutes later, we watched, dumbfounded, as you declared Kibaki the winner. 30 minutes later, we watched in sickened disbelief and outrage, as you handed the announcement to Kibaki on the lawns of State House. Where the Chief Justice, strangely enough, had already arrived. Was waiting, fully robed, to hurriedly swear him in.

You betrayed us. Perhaps we'll never know when, or why, you made that decision. One rumor claims you were threatened with the execution of your entire family if you did not name Kibaki as presidential victor. When I heard it, I hoped it was true. Because at least then I could understand why you chose instead to plunge our country into civil war.

I don't believe that rumor any more. Not since you appeared on TV, looking tormented, sounding confused, contradicting yourself. Saying, among other things, that you did not resign because you "did not want the country to call me a coward", but you "cannot state with certainty that Kibaki won the election". Following that with the baffling statement "there are those around him [Kibaki] who should never have been born." The camera operator had a sense of irony - the camera shifted several times to the scroll on your wall that read: "Help Me, Jesus."

As the Kenya Chapter of the International Commission of Jurists rescinds the Jurist of the Year award they bestowed on you, as the Law Society of Kenya strikes you from their Roll of Honour and disbars you, I wonder what goes through your mind these days.

Do you think of the 300,000 Kenyans displaced from their homes, their lives? Of the thousands still trapped in police stations, churches, any refuge they can find, across the country? Without food, water, toilets, blankets? Of fields ready for harvest, razed to the ground? Of granaries filled with rotting grain, because no one can get to them? Of the Nairobi slum residents of Kibera, Mathare, Huruma, Dandora, ringed by GSU and police, denied exit, or access to medical treatment and emergency relief, for the crime of being poor in Kenya?

I bet you haven't made it to Jamhuri Park yet. But I'm sure you saw the news pictures of poor Americans, packed like battery chickens into their stadiums, when Hurricane Katrina hit Louisiana. Imagine that here in Nairobi, Mr. Kivuitu. 75,000 Kenyans, crammed into a giant makeshift refugee camp. Our own Hurricane Kivuitu-Kibaki, driven by fire, rather than floods. By organized militia rather than crumbling levees. But the same root cause - the deep, colossal contempt of a tiny ruling class for the rest of humanity. Over 60% of our internal refugees are children. The human collateral damage of your decision.

And now, imagine grief, Mr. Kivuitu. Grief so fierce, so deep, it shreds the muscle fibres of your heart. Violation so terrible, it grinds down the very organs of your body, forces the remnants through your kidneys, for you to piss out in red water. Multiply that feeling by every Kenyan who has watched a loved one slashed to death in the past week. Every parent whose child lies, killed by police bullets, in the mortuaries of Nairobi, Kisumu, Eldoret. Everyone who has run sobbing from a burning home or church, hearing the screams of those left behind. Every woman, girl, gang-raped.

Do you sleep well these days, Mr. Kivuitu? I don't. I have nightmares. I wake with my heart pounding, slow tears trickling from the corners of my eyes, random phrases running through my head:

Remember how we felt in 2002? It's all gone.
(Muthoni Wanyeki, ED of Kenya Human Rights Commission, on the night of December 30th, 2007, after Kibaki was illegally sworn in as president).

There is a crime here that goes beyond recrimination. There is a sorrow here that weeping cannot symbolise.
(John Steinbeck, American writer, on the betrayal of internally displaced Americans, in The Grapes of Wrath)

Haki iwe ngao na mlinzi....kila siku tuwe na shukrani
("Justice be our shield and defender....every day filled with thanksgiving" Lines from Kenya's national anthem)

I soothe myself back to patchy sleep with my mantra in these days, as our country burns and disintegrates around us:

Courage.
Courage comes.
Courage comes from cultivating.
Courage comes from cultivating the habit.
Courage comes from cultivating the habit of refusing.
Courage comes from cultivating the habit of refusing to let fear dictate one's actions.

(Aung San Suu Kyi, Burmese Nobel Peace Prize winner).

I wake with a sense of unbearable sadness. Please let it not be true.....

Meanwhile, the man you named President cowers in the State House, surrounded by a cabal of rapacious power brokers, and a bevy of sycophantic unseated Ministers and MPs, who jostle for position and succession. Who fuel the fires by any means they can, to keep themselves important, powerful, necessary. The smoke continues to rise from the torched swathes of Rift Valley, the gutted city of Kisumu, the slums of Nairobi and Mombasa. The Red Cross warns of an imminent cholera epidemic in Nyanza and Western Kenya, deprived for days now of electricity and water. Containers pile up at the Port of Mombasa, as ships, unable to unload cargo, leave still loaded. Uganda, Rwanda, Burundi, Southern Sudan, the DRC, all dependent on Kenyan transit for fuel and vital supplies, grind to a halt.

A repressive regime rolls out its panoply of oppression against legitimate dissent. Who knew our police force had so many sleek, muscled, excellently-trained horses, to mow down protestors? Who guessed that in a city of perennial water shortages, we had high-powered water cannons to terrorize Kenyans off the streets?

I am among the most fortunate of the fortunate. Not only am I still whole, alive, healthy, mobile; not only do I have food, shelter, transport, the safety of those I love; I have the gift of work. I have the privilege to be in the company of the most brilliant, principled, brave, resilient Kenyans of my generation. To contribute whatever I can as we organize, analyse, strategize, mobilize, draw on everything we know and can do, to save our country. I marvel at the sheer collective volume of trained intelligence, of skill, expertise, experience, in our meetings. At the ability to rise above personal tragedy - families still hostage in war zones, friends killed, homes overflowing with displaced relatives - to focus on the larger picture and envisage a solution.

I listen to lawyers, social scientists, economists, youth activists, humanitarians; experts on conflict, human rights, governance, disaster relief; to Kenyans across every sector and ethnicity, and I think:

Is this what we have trained all our lives for? To confront this epic catastrophe, caused by a group of old men who have already sucked everything they possibly can out of Kenya, yet will cling until they die to their absolute power?

You know these people too, Mr. Kivuitu. The principled, brave, resilient, brilliant Kenyans. The idealists who took seriously the words we sang as schoolchildren, about building the nation. Some of them worked closely with you, right through the election. Some called you friend. You don't even have the excuse that Kibaki, or his henchmen, might offer - that of inhabiting a world so removed from ours that they cannot fathom the reality of ordinary Kenyans. You know of the decades of struggle, bloodshed, faith and suffering that went into creating this fragile beautiful thing we called the "democratic space in Kenya." So you can imagine the ways in which we engage with the unimaginable. We coin new similes:

lie low like a 16A (the electoral tally form returned by each constituency, many of which were altered or missing in the final count)

We joke about the Kivuitu effect - which turns internationalists, pan-Africanists, fervent advocates for the dissolution of borders, into nationalists who cry at the first verse of the national anthem:

Ee Mungu nguvu yetu
Ilete baraka kwetu
Haki iwe ngao na mlinzi
Natukae na undugu
Amani na uhuru
Raha tupate na ustawi.

O God of all creation
Bless this our land and nation
Justice be our shield and defender
May we dwell in unity
Peace and liberty
Plenty be found within our borders.

Rarely do we allow ourselves pauses, to absorb the enormity of our country shattered, in 7 days. We cry, I think, in private. At least I do. In public, we mourn through irony, persistent humor, and action. Through the exercise of patience, stamina, fortitude, generosity, that humble me to witness. Through the fierce relentless focus of our best energies towards challenges of stomach-churning magnitude.

We tell the stories that aren't making it into the press. The retired general in Rift Valley sheltering 200 displaced families on his farm. The Muslim Medical Professionals offering free treatment to anyone injured in political protest. We challenge, over and over again, with increasing weariness, the international media coverage that presents this as "tribal warfare", "ethnic conflict", for an audience that visualises Africa through Hollywood: Hotel Rwanda, The Last King of Scotland, Blood Diamond.

I wish you'd thought of those people, when you made the choice to betray them. I wish you'd drawn on their courage, their integrity, their clarity, when your own failed you. I wish you'd had the imagination to enter into the lives, the dreams, of 37 million Kenyans.

But, as you've probably guessed by now, Mr. Kivuitu, this isn't really a letter to you at all. This is an attempt to put words to what cannot be expressed in words. To mourn what is too immense to mourn. A clumsy groping for something beyond the word 'heartbreak'. A futile attempt to communicate what can only be lived, moment by moment. This is a howl of anguish and rage. This is a love letter to a nation. This is a long low keening for my country.

Shailja Patel
posted by shailja at 10:00 AM for yours letters to Shailja: shailja@shailja.com

Shailja Patel is an Asian African poet and spoken-word theater artist. She is currently creating a one-woman show, Migritude, which has received a Creation Fund Award from the National Performance Network.
Excerpts from Migritude have aired on National Public Radio in the US, and the BBC in the UK and Africa. Work-in-progress performances of Migritude created a media furore in Nairobi, and played to packed houses and multiple curtain calls at the International Women Art Festival in Vienna. Shailja has featured at New York's Lincoln Center, and festivals and venues across North America, Europe, and East Africa.
Shailja has delivered keynote addresses at Yale and Brown Universities, and performed for crowds of over 50,000 at global anti-war rallies. Her work appears in numerous journals, anthologies and CDs, and is exhibited online by the International Museum of Women. It has been translated into several languages, and used in colleges, high schools and workshops from South Africa to India to Japan. Awards include an Outwrite Poetry Prize and a Voices Of Our Nations Poetry Scholarship. >>> www.shailja.com

 
 
 
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