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America Latina_presentazione
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Guarda il filmatoProcesso Podlech: la parola agli esuli - 1
 
NADiRinforma incontra Sergio Lagos, esule cileno, residente a Londra, che ha partecipato tra il pubblico alla seconda udienza del processo intentato contro Podlech, uno degli aguzzini di Pinochet. Il processo si svolge a Roma e prevede la testimonianza dei famigliari delle vittime italo-cilene del feroce regime cileno. Sergio ci porta la sua testimonianza.
Intervista a cura di Hugo Venturelli, nipote di Omar Venturelli, desparécidos nel corso degli anni nei quali imperava il terrore in Cile.

Guarda la seconda parte

 

 

Guarda il filmatoProcesso Podlech: la parola agli esuli – 2
 
NADiRinforma incontra Vladimir, di nazionalità cilena e di etnia Mapucho. Vladimir assiste al processo intentato a Podlech, aguzzino del feroce regime di Pinochet.
“La mia speranza vorrebbe che finalmente il popolo Mapucho e tutto il popolo cileno potessero tentare una sorta di riscatto dopo le inenarrabili sofferenze cui è stato sottoposto negli anni '70, che questo processo aiuti il mio popolo a percepirsi degno di giustizia e che questo sentimento possa rinforzare quella democrazia che sta tentando di mettere radici nel mio Paese”
Intervista a cura di Hugo Venturelli, nipote di Omar Venturelli, desparécidos nel corso degli anni nei quali imperava il terrore in Cile.

Guarda la prima parte

 

 

Guarda il filmatoDesaparecidos: Memoria e Giustizia
 
NADiRinforma: 18 novembre, Sala del Consiglio “Giorgio Fregosi” di Palazzo Valentini, la Presidente del Consiglio provinciale di Roma Giuseppina Maturani ospita l'iniziativa “Desaparecidos: Memoria e Giustizia” promossa dall'Associazione 24 marzo (www.24marzo.it , rivista on-line di informazione sulle iniziative che si svolgono in Italia sui desaparecidos in Argentina).
Proprio il 18 novembre 2009 infatti, avrà luogo a Roma la prima udienza del processo contro l'ex-Procuratore militare cileno Alfonso Podlech accusato dell'omicidio dell'ex-sacerdote Omar Venturelli avvenuto a Temuco nel 1973 e la seconda udienza dibattimentale del processo contro l'Ammiraglio Emilio Massera per gli omicidi di Angela Aieta Gullo e di Giovanni e Susana Pegoraro.
Saranno presenti il Presidente del Consiglio Provinciale di Cosenza Orlandino Greco, il Consigliere regionale dell'Emilia-Romagna Gianluca Borghi, i parenti delle vittime e gli avvocati di parte civile. A tale iniziativa prenderanno parte anche Gabriel Aguilera, compositore, liutaio e chitarrista cileno, Patrizia Rivadeneira, attrice cilena e responsabile Cultura IILA, Carolina di Monte, attrice italo-argentina e figlia di desaparecidos, e gli studenti del Colegio Nacional de Buenos Aires.

 

ALFONSO PODLECH MICHAUD 
Uno sbirro di Pinochet in mezzo a noi
tratto da Mapuche - Associazione d'amicizia con il popolo Mapuche
Il 29 luglio dell'anno scorso, OSCAR ALFONSO PODLECH MICHAUD, ex Procuratore militare di Temuco, é stato arrestato in Spagna su ordine della giustizia italiana e inviato a Roma per essere processato per la responsabilitá che gli concerne nella scomparsa del sacerdote cileno-italiano OMAR VENTURELLI LEONELLI, avvenuta nella cittá di Temuco, nell'ottobre del 1973, poco dopo il colpo di stato in Cile.
Secondo dati ufficiali, la regione dell'Araucanía (che ha per capitale Temuco) é considerata una delle regioni con i tassi di repressione piú elevati del paese. In questa zona, dove mapuche e contadini avevano lottato e ricuperato migliaia di ettari di terreno usurpati dai latifondisti, e dove si concentra la maggior parte delle comunitá mapuche, erano iniziate, fin dall'agosto del 1973, azioni punitive e repressivee contro il movimento contadino. Cosí successe, per esempio, contro i gruppi di Riforma Agraria, che si trovavano nella zona costiera di Cautín, da parte di militari, aviatori e carabinieri, arrestando e torturando decine di contadini, dei quali due sono morti a conseguenza delle torture.
La repressione si é approfondita e si rese piú feroce con il colpo di stato di settembre del 1973. É in tale contesto che appare l'avvocato Podlech, offrendo ai militari i suoi servizi, per mettere un poco in ordine il lavoro della Fiscalia Militare di Cautín, e concedere carattere “legale” ai procedimenti che avevano come obbiettivo finale lo sterminio dei dirigenti del movimento sociale e popolare della regione. Tutto ció eseguito nella Fiscalia Militare, installata nel Reggimentó Tucapel, in stretta e diretta collaborazione con i servizi segreti e le diverse armi delle forze armate.
La mattina dell'11 settembre del 1973 Alfonso Podlech, vestendo uniforme militare, si é presentado nel carcere di Temuco e dette l'ordine di liberare inmediatamente gli integranti del gruppo fascista Patria e Libertá, che si trovavano detenuti come colpevoli di attivitá sovversive-terroriste commesse nel governo di Salvador Allende. Il 12 settembre, sempre vestendo uniforme militare e scortato da soldati, si presentó all'Universitá Cattolica di Temuco cercando armi e persone. Il 17 dello stesso mese, si presentó alla Corte di Appello di Temuco, per informare al presidente di tale tribunale che era stato designato Fiscale Militare Ad Hoc e che aveva bisogno dell'appoggio di qualche funzionario giudiziario, per riformare il lavoro della Fiscalia. L'intervista e la risoluzione del tribunale rispettivo si trovano negli atti ufficiali della Corte di Appello.
Oltreché dirigere gli “interrogatori”, incluso usando false fucilazioni, Podlech fu chi organizzó i consigli di guerra, accusando –in qualitá di Fiscale- i detenuti politici di falsi delitti e crimini con i quali venivano condannati, senza diritto all'appello, quasi sempre all'ergastolo. Tali processi erano considerati assolutamenti illegali dalla stessa legislazione cilena.
Il potere di Alfonso Podlech e il suo decisivo ruolo nella violazione dei diritti umani (con rapide fucilazioni e sparizioni forzate) é tutto documentato da scritti e testimonianze di sopravissuti di quei fatti.
L'exprocuratore Podlech sta godendo della piú ampia impunitá, dato che non é mai stato processato né condannato dalla gisutizia cilena, nonostante ci siano molteplici testimonianze che lo dichiarano responsabile di violazione ai diritti umani.
OMAR VENTURELLI LEONELLI, sacerdote cileno-italiano, fu professore di filosofia nell'Universitá Cattolica di Temuco e dedicó la vita alla lotta per i diritti dei contadini e cittadini piú poveri, lottando incessantemente per una societá piú giusta, solidaria e umana.
Grande educatore, fu capace di vincolare il lavoro universitario con la comunitá e seppe guadagnare il rispetto e l'affetto dei suoi studenti. Il suo lavoro dedicato a trasformare la societá cilena e la sua profunda sensibilitá sociale lo portarono a far parte del Movimento Cristiani per il Socialismo, e poi del Movimento di Izquierda (Sinistra) Rivoluzionaria (MIR).
Omar si é sposó con Fresia Cea con la quale ebbe un'unica figlia, Paz. Poco dopo l'11 settembre del 1973, Fresia e la figlia Paz si stabilirono –fino ad oggi- in Italia. Dopo il colpo di stato, Omar Venturelli fu chiamato via bando della Fiscalia Militare di Cautín, a presentarsi nel Reggimento Tucapel di Temuco. Fu insieme al padre e senza averglisi formulato accusa alcuna, fu detenuto nel carcere di Temuco, dove ripetutamente fu interrogato e torturato.
Il 3 ottobre del 1973, trovandosi detenuto nel carcere di Temuco, la Fiscalia Militare gli emise un ordine di libertad, azione usata piú volte per nascondere la posteriore scomparsa dei detenuti. Da quel giorno, Omar Venturelli é un detenido desaparecido e fino ad oggi la famiglia e i suoi compagni non hanno smesso di cercare i suoi resti.
In ricordo del suo lavoro e dedicazione, nell'Universitá Cattolica di Temuco, la Facoltá di Educazione ha dato il nome di Omar Venturelli alla sala del Consiglio.
Comitato Giudizio e Castigo a Podlech-Chile
Organizzazione integrata da:
Ultimo aggiornamento Domenica 01 Marzo 2009 15:00
 
Rinviato a giudizio Alfonso Podlech il torturatore di Temuco
Di  Annalisa  (del 22/07/2009 , in  Cile/Chile
Ieri si è tenuta a Roma l'udienza preliminare
per il rinvio a giudizio di Podlech, il gendarme cileno braccio destro di Pinochet
accusato di atrocità e massacri quando era gerente del carcere di Temuco.

Al termine dell'udienza la giudice ha deciso per il rinvio a giudizio.
Il processo (per i reati di strage, sequestro a scopo di estorsione e omicidio plurimo aggravato)
inizierà nel novembre prossimo.

Una volta tanto, incredibilmente, la giustizia italiana sembra aver dato risposta
alle aspirazioni di giustizia delle vittime.

Per quanti non conoscessero i pregressi:
Il pm italiano Capaldo iniziò anni fa l'indagine sul Plan Condor
e i desaparecidos di origine italiana..
Tra  essi l'italo-cileno Omar Venturelli, ucciso da Podlech a Temuco.
In base alle indagini venne emesso ordine di cattura internazionale
anche contro Podlech, che fu fermato l'anno scorso in Spagna
dove si era recato nientepopodimeno che in vacanza  (in Cile gode di assoluta immunità).

La moglie Fresia Cea e la figlia Maria Paz Venturelli si sono costituite parte civile
assieme al comune di Pavullo (paese di origine di Venturelli) e alla regione Emilia Romagna.
 
Parlano le vittime di Alfonso Podlech Michaud
Dittatura, esilio, impunità e giustizia internazionale: parlano le vittime di Alfonso Podlech Michaud.
Incontriamo gli ex prigionieri politici che i primi giorni di dicembre a Roma hanno testimoniato, dinanzi al pubblico ministero Giancarlo Capaldo , contro l'ex procuratore militare di Temuco Alfonso Podlech Michaud , accusato dalla magistratura italiana dell'omicidio e della scomparsa dell' ex sacerdote italiano Omar Venturelli , nell'ottobre del 1973, sotto la dittatura di Pinochet . Alfonso Podlech , contro il quale era stato emesso un mandato di cattura internazionale dalla Procura di Roma, fu arrestato il 27 luglio 2008 all'aeroporto Barajas di Madrid e successivamente estradato in Italia. Carlos Lopez Fuentes , ex prigioniero politico condannato in Consiglio di Guerra dal procuratore militare Podlech a 9 anni di carcere, J eremías Levinao , mapuche , militante del Movimento Contadino Rivoluzionario, che a Temuco ha sofferto carcere e torture e sua figlia Tania  ci raccontano in questa intervista, che sembra pi ù una chiacchierata tra vecchi amici, i giorni precedenti al golpe dell'11 settembre, ma anche quello che avvenne dopo, a Temuco, in quella regione meridionale del Cile chiamata Araucanía, ci spiegano il ruolo che ha avuto Alfonso Podlech Michaud nell'apparato repressivo cileno e ci raccontano del loro esilio in Francia, dove vivono attualmente. Annalisa Melandri – Marted ì scorso ( il 2 dicembre) vi siete incontrati con il Pubblico Ministero Giancarlo Capaldo. Che impressione avete avuto di questo incontro? Carlos López Fuentes  - Personalmente credo che l'incontro con Capaldo sia stato positivo in quanto sono stati aggiunti elementi e testimonianze nuove che non si trovavano negli atti e che possono accelerare la procedura per condurlo a giudizio. Jeremías Levinao – Sicuramente è stato positivo perché nel mio caso ho apportato elementi nuovi su come veniva applicata la tortura durante la dittatura e ho dimostrato che era proprio Podlech che emetteva le condanne ai prigionieri. A.M. – Nel tuo caso, Jeremías, puoi affermare che la repressione in quel periodo fu pi ù crudele contro i prigionieri mapuche a differenza di come si manifestava contro tutti gli altri prigionieri politici? J.L. – Io credo che la repressione sia stata la stessa contro tutti, ma che contro il popolo mapuche fu generalizzata, questo dovuto al fatto che i Mapuche parteciparono in modo diretto alla riforma agraria attuata dal governo di Salvador Allende . La riforma agraria colpì allora il latifondo della zona e una gran parte dei proprietari terrieri dopo il golpe si riappropriarono delle terre che erano state loro espropriate legalmente dal governo di Unità Popolare. Ed è per questo che si ebbe quasi una vendetta da parte dei latifondisti che parteciparono alla repressione. A.M. - Si sono aggiunti quindi elementi nuovi che possono essere utili nel processo contro Podlech e quali sono? C.L.F. - Penso di si, perché ho consegnato anche la testimonianza scritta (notificata al consolato spagnolo a Parigi) della denuncia che ho presentato contro Pinochet al giudice Garzón. La testimonianza presentata con quella denuncia, è la stessa che ho presentato al giudice Capaldo con l'aggiunta di nuovi elementi. Non posso fornire ulteriori dettagli, ma esattamente la stessa testimonianza che ho rilasciato contro Pinochet, con l'aggiunta di nuovi elementi, l'ho fornita contro Podlech . J.L. – Io ho rilasciato una testimonianza contro Pinochet che è stata notificata in Spagna. Nel mio caso ho riportato i dettagli delle torture e il trattamento da me ricevuto durante la detenzione. A.M. – Avete conosciuto Omar Venturelli in carcere o lo conoscevate gi à prima della sua detenzione? C.L.F. - Io personalmente non lo conoscevo. Quando sono stato arrestato lui era già un desaparecido . E' scomparso il 4 ottobre 1973 ed io sono stato arrestato alla fine di novembre dello stesso anno. Quando qualcuno arrivava in carcere gli si avvicinavano immediatamente molti compagni già detenuti e gli davano informazioni su quello che c'era da fare ma soprattutto sulle persone arrestate e che erano scomparse. Le informazioni venivano date per proteggerti e nello stesso tempo perché tu fossi cosciente del pericolo che correvi anche stando in prigione. Non era vero che, perché eravamo in carcere, potevamo avere la sicurezza di aver salva la vita. Eravamo nelle mani della Procura Militare diretta dal Sig. Podlech  e gli ordini che venivano da lì erano: torturare, uccidere o far sparire. I prigionieri politici arrestati lì si erano resi conto infatti che i compagni che arrivavano in carcere, come accadde per esempio nel caso di Venturelli, a volte scomparivano in un secondo momento. Podlech firmava l'ordine di scarcerazione, le persone uscivano dal carcere ed erano attese fuori da un altro gruppo appartenente alle forze di repressione che se li portavano via. Tutto questo però era coordinato dalla Procura Militare che era operativa nel Reggimento Tucapel di Temuco e che lavorava insieme alle altre unità (Forza Aerea, Carabinieri e civili). AM. – Che ricordi avete dell'11 settembre a Temuco? Carlos tu sei stato arrestato nel novembre del 1973, fino a quel momento eri libero? C.L.J. - No, io ero in clandestinità. L'11 settembre avvenne il colpo di stato e iniziò la pubblicazione dei bandi. I bandi erano i comunicati delle nuove autorità militari della zona che con questi invitavano le persone a presentarsi alla procura o al Reggimento Tucapel. Le autorità dicevano che ciò era necessario soltanto per controllare il domicilio delle persone i cui nomi erano apparsi nei bandi. Molte persone sono scomparse dopo che si sono presentate volontariamente al Reggimento Tucapel, come è avvenuto per esempio al compagno Venturelli e a molti altri. Chi poteva immaginare che il fatto di essere stati chiamati attraverso i bandi militari avrebbe significato: pericolo di morte? A.M. – Quindi gi à dall'11 settembre i militari erano in possesso dei nomi di tutti quelli che poi vennero uccisi, arrestati o che scomparvero... C.L.F. - Si, chiaro. Se controlliamo le liste delle persone che si presentarono al Reggimento Tucapel, vediamo che in queste liste ci sono i nomi di dirigenti sindacali, di dirigenti contadini, di professori universitari di sinistra, di funzionari del Servizio Sanitario Nazionale, che erano di sinistra… A.M. - Si dice che Podlech fin dall'11 settembre si trovasse nel carcere di Temuco firmando gli ordini di scarcerazione dei militanti appartenenti al gruppo di estrema destra Patria e Libert à che erano stati arrestati per delitti commessi contro il governo di Unità Popolare. Quale fu, prima e dopo del golpe, il ruolo di Patria e Libert à ? C.L.F. - Patria e Libertà fu un movimento di estrema destra che nacque in Cile immediatamente dopo che Salvador Allende fu eletto democraticamente presidente della Repubblica. Il dottor Salvador Allende fu eletto il 4 settembre 1970, cinque giorni dopo il movimento Patria e Libertà era già stato creato e il suo obiettivo immediato fu quello di boicottare e distruggere il governo di Allende per mezzo di un colpo di stato. Patria e Libertà si dissolse due o tre giorni dopo il golpe quando la sua missione era ormai conclusa. Tuttavia, va fatto notare che molti dei suoi membri poi si integrarono nell'apparato repressivo. La loro missione fu quella di boicottare il governo di Allende con tutti i mezzi possibili: attentati, distruzioni di ponti e ferrovie, omicidi dei dirigenti sindacali, mercato nero... A.M. - E tu, Jerem í as quando sei stato arrestato? J.L. – Io sono stato arrestato nel giugno del 1974. A.M. – E l' 11 settembre ti trovavi anche tu in clandestinit à ? J.L. – Si, anche io mi trovavo in clandestinità a Temuco. A.M. – Che ricordi hai di allora? J.L. – Nelle zone rurali i contadini si erano organizzati per lavorare la terra in cooperative agricole e insediamenti. Queste organizzazioni erano assistite da enti statali: la Corporazione per la Riforma Agraria (CORA) e l'Istituto per lo Sviluppo Agrario (INDAP). Siccome esistevano liste di contadini appartenenti alle cooperative, i militari se ne impossessarono e iniziarono a reprimere e a chiedere agli stessi che si presentassero ai reggimenti, alle procure e ai posti di polizia. I latifondisti misero a disposizione perfino i loro veicoli per arrestarli. A.M. – Quanto tempo sei stato in carcere? J.L. – Sono stato in carcere un anno e mezzo, venni arrestato nel giugno del 1974 e tenuto in un centro di detenzione segreta dove fui torturato fino al mese di ottobre del 1974 quando mi trasferirono alla procura. In quel momento fui riconosciuto pubblicamente come prigioniero politico. Poi fui condannato nel penultimo Consiglio di Guerra che si tenne a Temuco, diretto da Alfonso Podlech come Procuratore Militare, questo avvenne nel maggio del 1976. Era Podlech quello che accusava. C.L.F. - Il Consiglio di Guerra era composto da tre membri: 3 dei Carabinieri, 3 dell'Esercito, e 3 dell'Aviazione. Loro emettevano le condanne sulla base delle accuse emesse dal Procuratore Militare. E il procuratore dell'accusa, sempre, di tutti i Consigli di Guerra di Temuco, fu Podlech , dall'inizio alla fine. A.M. – Come giudicate il fatto che l'unica possibilità di ottenere giustizia viene dalla magistratura italiana? C.L.F. – In Cile, l'impunità è grande. Quando Pinochet perse il plebiscito, i militari e i civili negoziarono per il governo di transizione. Il dittatore perse il referendum, egli sapeva che si sarebbe dovuto ritirare dal governo poiché si rese conto che a livello internazionale non più di molto appoggio, grazie al lavoro della solidarietà internazionale che non smise mai di denunciare i crimini e le violazioni dei diritti umani. Allora con il gruppo di persone che stava dietro di lui, con i consiglieri e con i Chicago Boys, cominciò immediatamente a negoziare con l'opposizione. Nell'opposizione c'era un gruppo che si chiama tutt'ora  Concertazione , costituito dai Democratici Cristiani, duri oppositori del governo di Allende e da una parte della sinistra, come alcuni settori socialisti o socialdemocratici, tranne che i comunisti che erano stati completamente eliminati dalla brutale repressione della dittatura. In questo patto che si creò tra i militari e i civili per poter passare dalla dittatura al processo di transizione democratica , i militari dissero: “noi accettiamo il fatto di aver perso il referendum però voi in futuro non giudicherete nessun militare”. Gli assassini già avevano una legge, una legge del 1978 di autoamnistia per tutti i repressori, per tutti i militari che avevano partecipato alla prima fase della repressione, la più sanguinosa del colpo di stato, dove sparirono la maggior parte delle persone e delle quali fino al giorno d'oggi non sono stati ritrovati i loro resti. A.M. Jeremías, tu di cosa pensi che abbia bisogno il Cile per venir fuori dall'impunità? E come vedi la situazione della sinistra nel paese? J.L. – Io penso che, come dicevo prima, in Cile oggi è impossibile che ci sia veramente giustizia e che l'impunità sia elevata. Noi come vittime crediamo che l'Italia possa fare giustizia, cosa che non avverrà in Cile. Io penso, e questo va detto chiaramente, che non ci sia speranza di giustizia in Cile fino a quando non ci sarà un cambiamento nella Costituzione del 1980, costituzione scritta dalla dittatura di Pinochet e che è attualmente in vigore. A.M. – E allora, da dove può venire questo cambiamento? J.L. – Non c'è una prospettiva e non c'è nemmeno una volontà di cambiamento. Tutto è negoziato dalla politica economica. Al governo questo conviene perchè così guadagnano denaro. Quello che interessa loro maggiormente sono le poltrone, governare e comandare. C.L.F. – Io vorrei aggiungere qualcosa. Ci fu un cambiamento, una specie di terremoto quando cadde Pinochet (a ottobre 1998 in Inghilterra). Nessuno credeva che lui potesse essere arrestato all'estero e nessuno credeva che ci fossero tante vittime disposte a presentare denunce contro di lui e che si sarebbero mobilitate a livello europeo affinché fosse condannato. Pinochet fu arrestato a Londra nel 1998 e liberato un anno e mezzo dopo . Il suo arresto ruppe uno schema, non possiamo dire che si ruppe lo schema dell'impunità, ma quello che si ruppe fu la copertura che esisteva in Cile, per la quale non si poteva parlare dei diritti umani delle persone assassinate o scomparse. E' in questi momenti che appare la memoria...Così si iniziò a parlare di ciò che fu la repressione, e lo raccontarono tutti i giornali e tutte le televisioni del mondo. Allora tutti i cileni si commossero, tutta la società cilena si commosse. Da quel momento si iniziò a dare importanza ai diritti umani ed è da quel momento, anche se i cileni non vogliono riconoscerlo che appaiono le vittime e fu quella una fase chiave che ebbe spazio anche su tutti i mezzi di comunicazione del mondo. I familiari delle persone scomparse si stanno domandando ancora: “dove sono”? Il Cile deve riconoscere che ci furono dei desaparecidos, deve riconoscere che ci fu una repressione e che per quasi 18 anni nel paese si è vissuto in dittatura. A.M. - Fino a quel momento era come se il problema non esistesse... C.L.F. - Certo, Io sono tornato in Cile (soltanto una volta) e fu tra il dicembre del 1991 e il gennaio 1992. Nel periodo di transizione del presidente Alwyn (un importante rappresentante della Democrazia Cristiana e oppositore del governo di Allende). In questo periodo si stava tentando di redigere il rapporto Retting, che serviva per vedere quante persone erano morte e quante erano scompare. Nel rapporto non si parlava di tortura, non si parlava di prigionieri politici, non si parlava di repressione massiccia. Mi detti conto che questo fatto era simbolico e non aveva niente a che vedere con la giustizia che reclamavano le vittime. Nel rapporto Retting non si chiedeva niente, era una semplice constatazione dei morti e degli scomparsi del periodo della dittatura. Quando cadde Pinochet, il rapporto Retting assunse valore perchè Garzón disse: “in Cile esiste una lista di persone scomparse” e tutto il mondo iniziò a parlare dei morti e dei desaparecidos ; dopo si aggiunsero i prigionieri politici, i sopravvissuti della repressione e fu da quel momento che le cose cominciarono a cambiare. Questo è quello che fece rompere un po' l'impunità che regnava in Cile. La giustizia internazionale apre uno spiraglio per le vittime cilene che continuano a reclamare giustizia... A.M. – Per finire una domanda per Tania. Quanti anni avevi quando sei arrivata in esilio in Francia con la tua famiglia? Tania Levinao – Io avevo 4 anni. A.M. – Immagino che non ricordi nulla di quel periodo, ma come hai vissuto l'esilio con la tua famiglia? C.L.F. - Domada chiave... T.L. – E' una domanda alla quale ancora sto cercando di dare una risposta. Oggi sono adulta e sono consapevole che la mia non è stata una vita normale. Fin da piccola mi sono resa conto di essere figlia di esiliati, o meglio, di rifugiati politici. Sono stata sempre consapevole di questo, ho sempre saputo mio padre in che partito aveva militato, cosa era stato il governo di Unità Popolare, quello che aveva rappresentato per i miei genitori e anche in Francia in alcuni ambienti progressisti la politica cilena era molto seguita. Da grande ho capito che questa non era propriamente la vita di una bambina piccola, che non era la normalità e che la mia storia era un po' diversa da quella degli altri. Oggi l'esilio fa parte della mia storia, della storia della mia famiglia, e devo convivere con questo e cercare di andare avanti. Da non molto mi dico che la mia vita non è quella dei miei genitori, perchè per molto tempo è stato come se si fosse trattato di una sola storia. In effetti è una domanda molto difficile. C.L.F. - Questa è la “domanda”! T.L. – Questo esilio ha influito anche sulla mia vita professionale, io ho studiato diritto e non credo che sia stata una scelta casuale. Ma non tutti i figli di rifugiati politici abbiamo avuto lo stesso percorso. Conosco molti figli di esiliati che invece hanno detto: “no, io non voglio saperne nulla”. Ognuno poi ha vissuto questa cosa a modo suo.  A.M. – Tania, tu poi sei tornata in Cile, che sentimenti nutri rispetto al tuo paese? T.L. – Un sentimento strano. La prima volta che sono tornata in Cile è stato nel 1995. Da piccola mi sentivo sempre come una cilena in Francia, non ero mai sentita veramente francese. Quando tornammo in Cile la situazione fu molto difficile perchè arrestarono mia madre, la stavano aspettando all'aeroporto. La tennero una settimana in carcere, non la torturano fisicamente perchè lei aveva documenti francesi, quindi non fu maltrattata fisicamente ma psicologicamente sì. Ci fu una pressione enorme da parte della Francia per liberarla. Qualcuno durante la dittatura evidentemente sotto tortura, la aveva accusata di aver commesso qualcosa, in quel periodo era frequente che accadessero cose del genere... Quel periodo fu molto duro per noi, avevamo raggiunto il Cile per motivi familiari, mia nonna stava molto male e morì tre giorni dopo il nostro arrivo. Fu quindi un viaggio molto difficile e fu un trauma terribile, perchè anche se sapevamo che non c'era democrazia, non immaginavamo a tal punto. Camminavamo per strada, vedevamo la polizia passeggiare con i fucili in spalla e la gente nemmeno ci faceva caso. Io ero sorpresa perchè in Francia non si vedevano queste cose. Inoltre c'era molta intolleranza verso gli esuli, verso il popolo mapuche, perfino tra i miei stessi familiari. Io ero arrivata con un concetto idealizzato del paese perchè avevo ascoltato le testimonianze dei miei genitori, di mio zio, avevo l'idea di un Cile dove c'era solidarietà, condivisione...ma non era così. A.M. - Quindi sei andata in Cile e non ti sei sentita più cilena? T.L. – No. Sono ritornata in Francia con una così grande delusione che da quel momento mi sono detta: “io non sono né francese, né cilena, sono cittadina del mondo”, ma mi ci sono voluti anni e anni per riuscire ad accettarlo. Il secondo viaggio fu nel 2000, allora fu diverso perchè la situazione di mia madre si era risolta ed eravamo molto più tranquilli, ma ormai qualcosa dentro di me si era spezzato e non vi ho fatto più ritorno da allora. I miei genitori sì, sono tornati in Cile, ma io ho avuto bisogno di altri otto anni per rendermi conto che ho il desiderio di tornare. A.M. – Si parla e si discute tanto degli ex prigionieri politici, degli esiliati, ma l'esilio coinvolge duramente anche le loro famiglie, i figli che erano piccoli in quegli anni e che non si sono nemmeno resi conto o non ricordano nulla di quello che accadeva allora... C.L. – Sì, ci sono diversi tipi di esilio... T.L. E c'è un altro aspetto. Io capisco e condivido tutta la sofferenza della mia famiglia, però mi è costato molto rendermi conto che la mia storia non poteva essere la loro e per molti anni ho avuto questo senso di colpa perchè io non ero stata sottoposta a questa pressione, non avevo subito torture e da piccola non mi è mai mancato nulla, non ho sofferto mai la fame, non ho mai saltato la scuola, non mi hanno mai picchiata. Ora so però che effettivamente non è normale che io abbia vissuto in questo modo.

 


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